#Cinquanta

L’egemonia cattolica nel Veneto determina rapporti di forza peculiari tra la DC e il PCI

Il Veneto è una regione popolata da piccole città, piccole imprese, agricoltura contadina ed è permeata dalla devozione al cattolicesimo. <35 La chiave di successo della sua economia, che decollò negli anni ’50 per poi svilupparsi negli anni ’60 e raggiungere l’apice negli anni ’70, fu il basso costo del lavoro derivante dall’impegno part time nell’industria e dal lavoro domestico, ossia la cosiddetta “economia sommersa”.
Alla base della politica del dopoguerra che predominò in Veneto, vi fu il controllo della riproduzione della forza lavoro, dal punto di vista materiale e ideologico, e soprattutto, quello delle condizioni di vita al di fuori della fabbrica. Questo fu possibile dalla frammentazione e dalla dispersione e, conseguentemente, dalla debolezza organizzativa della classe operaia; in secondo luogo, dalla presenza delle istituzioni sociali della Chiesa, una serie di organizzazioni collaterali come le cooperative, le casse di mutuo soccorso, l’Azione Cattolica, tutte facenti capo alla parrocchia, il cuore della vita religiosa.
Nel 1945 il governo italiano scelse un tipo di sviluppo guidato dalle forze del mercato, specialmente da quello internazionale, garantendo così l’incremento dei consumi interni moderni e la compressione dei salari. Questa modello portò un ritardo allo sviluppo della classe operaia nell’industria, lo spostamento di massa dalla campagna alla città e quindi un rapido sviluppo del terziario e dell’ingrossamento delle fila dei ceti medi, sia in ambito produttivo che in quello distributivo. Il cardine di questo percorso era la mobilità individuale e, quindi, lo sfruttamento proprio delle disuguaglianze nel sistema al fine di incentivare la partecipazione ai profitti che il sistema poteva elargire.
Considerando che l’Italia faceva parte del blocco occidentale e si trovava sotto la tutela statunitense che impose, nel 1947, l’esclusione dal governo del PCI (il partito che rappresentava la classe operaia), e dall’altro lato, l’apparato produttivo del paese era quello di un paese in via di sviluppo e si basava sull’eccesso di manodopera a basso costo, si capisce perché il governo del tempo abbia optato per questo tipo di modello di sviluppo.
La svolta che portò alla concretizzazione del miracolo economico del 1958-1962 fu l’attuazione di una politica basata su grandi profitti derivanti dai bassi salari che stimolavano gli investimenti necessari ad assicurare un buon livello di produttività, il quale a sua volta garantiva la crescita, la competitività dell’economia italiana a livello internazionale. Due elementi fondamentali di tale processo furono la produzione industriale di beni di largo consumo a bassa tecnologia e i salari bassi (conseguenza dell’elevato tasso di disoccupazione e della debolezza dei movimenti operai organizzati nel periodo della Guerra Fredda).
Questo scenario spiega, in un certo modo, il successo del settore della piccola impresa nel Veneto, la quale ha contribuito a mantenere costante il benessere della regione e della piccola industria, dove il lavoro a tempo parziale e il lavoro domestico avevano mantenuto relativamente basso costo della manodopera. Ricordiamo che, oltre al conflitto scatenato dagli uomini se ne aggiunse in quegli anni uno provocato dalla natura <36: nel 1951, una devastante alluvione sconvolse il Polesine, allagando oltre la metà della provincia, causando più di 100 vittime e 180mila sfollati (80 mila persone lascerà la regione per sempre). Mentre nel 1963, una frana dal monte Toc, ai confini tra le province di Pordenone e Belluno, piomba nel lago artificiale creato dalla diga del Vajont; provocando la morte di 1917 persone e distruggendo gli abitati del fondovalle. <37
Nonostante le guerre e disastri naturali, la capacità e la voglia di ripresa riescono farsi largo. L’avvio vero come detto è degli anni Sessanta, quando il reddito nazionale netto aumenta del 54 per cento, e il risparmio del 170. Nel 1961, le aziende con meno di 100 addetti assorbono il 72 per cento dell’occupazione. È un salto di qualità progressivo anche se rapido: l’operaio che lavorava giorno e notte in fabbrica, un po’ alla volta si mette in proprio diventando imprenditore di successo, scrivendo storie di tante crescite tipicamente venete. A renderlo evidente è il tasso di natalità delle imprese dell’epoca, di gran lunga superiore a quello della crescita occupazionale: segno evidente che molti ex dipendenti hanno deciso di fare il salto di qualità, avviando un’attività autonoma.
Negli anni Settanta, avviene uno storico sorpasso, gli addetti all’industria hanno superato il fatidico 50 per cento. Se negli anni Sessanta il reddito pro capite del Veneto è stato nettamente inferiore a quello della media nazionale, nel 1970 si verifica l’aggancio, merito di un’industrializzazione che marcia di pari passo con il potere d’acquisto. Inizia, come già annunciato, a decollare anche il settore terziario: una persona su tre, nella popolazione attiva, opera in questo settore. Per il resto dell’economia di questa regione, la seconda parte degli anni Settanta, è quella del grande balzo, con un trend che si dimostrerà costante fino ai primi anni Ottanta.
Pur la Chiesa subendo negli anni ’70, pressioni di una crescente e generale secolarizzazione, l’amministrazione locale con i suoi provvedimenti, in particolar modo nei settori dell’edilizia e della previdenza sociale, divenne un elemento fondamentale per il conseguimento e il mantenimento dell’egemonia di quel partito che per quasi l’intero dopoguerra governò questa regione, la DC.
Durante la dittatura, con la soppressione dei partiti e dei principali corpi intermedi, i poteri locali attuano ovunque in Italia forme di “resistenza” e di salvaguardia della propria collocazione nella struttura sociale. <38 Nel Veneto rurale operano in tale direzione fattori specifici, legati al ruolo della Chiesa che sembrano mitigare l’impatto del fascismo sulla società locale. Non si può non notare che, anche in Veneto l’effetto delle politiche di fascistizzazione della società e di formazione delle nuove generazioni concepite da Mussolini per l’intera nazione (con l’aiuto della stampa, radio, scuola e corpi intermedi creati ad hoc), hanno avuto un forte impatto. Infatti, sarebbe errato attribuire al Veneto del primo dopoguerra una cromatura “bianca”, talmente spessa da riemergere, intatta, dopo la caduta del fascismo. <39 Dalla fine dell’Ottocento, oltre all’associazionismo cattolico, compare e si diffonde anche quello di aspirazione socialista: nei primi anni del Novecento in molti centri urbani del Veneto si formano alleanze comprendenti socialisti, radicali e repubblicani che, dando vita alla stagione delle cosiddette giunte bloccarde, spezzano l’egemonia moderata in ambito amministrativo. <40 Una parte dell’associazionismo mutualistico Veneto urbano favorisce il radicamento del Partito socialista nel territorio, secondo un progetto basato sulle trasformazioni di capitale sociale sedimentato nelle associazioni mutualistiche in risorsa politica, mediante la presenza del partito e il controllo del municipio. Il Partito socialista in Veneto si rivela incapace di saldare le proprie lotte nelle campagne, a differenza delle realtà urbane. In Veneto, nel biennio 1919-20 la mobilitazione delle classi subalterne raggiunge livelli ineguagliati. <41 La contrapposizione fra organizzazioni “bianche” e “rosse” pregiudica la possibilità di successo dei contadini, ma rivela l’eterogeneità degli orientamenti politici nel Veneto d’inizio secolo. In Veneto, la devozione dei contadini ha reso possibile l’incapsulamento nella filigrana “bianca” delle plebi rurali mobilitate a seguito della crisi agraria di fine Ottocento. La storia elettorale del Veneto vede emergere il cromatismo “bianco” già agli inizi del Novecento. Ma l’incidenza della frattura città-campagna discrimina l’insediamento elettorale dei cattolici (rurale) da quello dei socialisti (urbano): il bianco, quindi, è dominante solo in campagna. Lungi dal costituire soltanto “una parentesi”, il fascismo modificherà in profondo il profilo politico lasciando sopravvivere, alla sua caduta, solo le realtà organizzative più forti, ossia solo il capitale sociale “bianco”. Per capire le caratteristiche di fondo della subcultura “bianca”, e al contempo, i motivi per i quali essa ha potuto attraversare il fascismo senza esserne sradicata: dobbiamo immaginare una sorta di sfera immutabile, dove vigevano “leggi” stabilite probabilmente attorno al Settecento, custodite dagli uomini di Chiesa che, creavano una specifica cultura paesana, dove contadini e artigiani erano gli attori principali.
L’apparente immutabilità che sembra caratterizzare il Veneto “bianco” nel passaggio dal fascismo alla democrazia è data dalla centralità della Chiesa nella cultura politica locale e dalla sua capacità di riproporsi quale schermo protettivo nei confronti di qualunque intervento esterno ritenuto pericoloso dalla società locale. Senza più il fascismo e con uno Stato molto diverso da quello scaturito dal Risorgimento nulla più osta alla trasformazione del suo capitale sociale anche in una risorsa politica. È prevalsa l’interpretazione secondo cui in Veneto l’egemonia politica cattolica fosse acquisita fin dal primo dopoguerra. Possiamo sostenere invece che tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento la Chiesa abbia consolidato l’egemonia <42 nei contesti rurali, mentre è solo durante il ventennio fascista, in virtù della libertà di iniziativa ottenuta mediante il compromesso che il regime, che essa riesce a divenire fulcro anche dell’ambiente urbano. Il passaggio attraverso il fascismo può essere identificato come una fase di mutamento del capitale sociale “bianco” sia per effetto dell’annichilimento delle forme organizzative altre e minori ad opera della dittatura, sia in seguito al riposizionamento operato dalla Chiesa nella struttura delle linee di frattura. Con la nascita della DC e la sua posizione dominante nel corso della seconda metà del Novecento la frattura Stato-Chiesa può essere gestita da posizioni molto favorevoli per il Vaticano, che può concentrare la propria forza politica nel proporsi come ancora di salvezza contro il comunismo. Lo spostamento nella struttura delle linee di frattura comporta un cambiamento nelle modalità di azione per la Chiesa: dall’intervento sociale, contro lo Stato liberale e in concorrenza con il movimento socialista fino all’avvento del regime, al controllo del perimetro ideologico in funzione anticomunista nel secondo dopoguerra.
L’egemonia cattolica nel Veneto determina rapporti di forza peculiari tra la DC e il PCI segnati dal preponderante dominio elettorale della prima sulla seconda, e accompagna la trasformazione di un’area preminentemente rurale in zona ad alta densità di sviluppo industriale di piccola impresa. In Veneto, le fratture connesse alla formazione dello Stato nazionale (centro periferia e Stato-Chiesa), unitamente al cleavage città-campagna, hanno preceduto e contenuto la frattura capitale-lavoro, mentre il conflitto di classe si è manifestato in presenza di forme di controllo sociale capaci di impedirne una riproduzione in termini partitici significativi. <43 Questo incapsulamento della struttura di cleavages prevalenti funziona anche nel dopoguerra, quando la frattura principale diventa quella che contrappone il mondo “bianco” al comunismo, il quale condivide con i “nemici” storici, il “centro” del sistema politico, lo Stato, ma anche “il centro urbano”, l’essere percepito quale minaccia esterna in grado di depauperare la filigrana della società locale. Per almeno i primi decenni del secondo dopoguerra, in Veneto, il criterio decisivo di alleanza sarà il legame tra localismo e la sua cultura prevalente, si vota allo stesso modo della comunità a cui si fa parte e dei suoi leader, senza tener conto della propria posizione economica.44 Il localismo non si traduce in posizioni eversive e pericolose, in quanto la dimensione simbolica e organizzativa della Chiesa danno linfa ad un capitale sociale che garantisce la coesione, l’articolazione, l’aggregazione e la soddisfazione delle domande individuali e collettive (responsiveness) e la presenza della DC assicura l’accesso al sistema politico e il rispetto delle sue regole. <45 Il fattore religioso incide sul piano morale e, su quello dell’integrazione, dell’identità sociale e su quello materiale dell’organizzazione, della rappresentanza e della mediazione con le istituzioni. <46 Negli anni Cinquanta su iniziativa delle ACLI venne svolta un’indagine presso i giovani della provincia di Vicenza, dove emerse la rilevanza di tali elementi, quale la premessa e fondamento degli orientamenti politici nella subcultura “bianca”. <47 Dalla ricerca risulta che nella società veneta di quel periodo, il rapporto con la politica era complesso, come i rapporti di forza elettorali. I partiti considerati come attori non troppo amati né apprezzati, cui vengono attribuiti ruoli ben precisi: la DC appare attenta alla tutela della Chiesa e della libertà, ma indifferente ai problemi di chi lavora; mentre il PCI e PSI figurano come nemici della religione, ma sostenitori dei lavoratori. La religione costituisce la filigrana “bianca” che collega gli orientamenti di fondo, è nel nome della religione che la DC viene legittimata come protagonista delle scelte. L’appartenenza alla Chiesa viene ritenuta una premessa sufficiente per attribuire il consenso ad un partito che pure non gode di molta fiducia. La Chiesa rafforza questo aspetto, grazie alla capacità di gestire e riprodurre un sistema di valori e significati incardinato alla vita quotidiana, all’interno della quale è la stessa istituzione ecclesiastica a fornire alla società una peculiare concezione del mondo. Inoltre, la Chiesa produce anche risorse organizzative e beni materiali (assistenza sociale, sostegno economico e organizzazione territoriale), garantendo così, forme di accountability sociale nei confronti dei governanti, attraverso la pressione svolta dal mondo cattolico locale sui parlamentari veneti e l’opera di mediazione svolta dalle parrocchie, compensa il deficit di responsiveness della DC. <48 Adesione o rifiuto della dimensione religiosa comporta anche appartenenza o antagonismo rispetto ai valori e alle logiche dello sviluppo locale. L’alternativa fra DC e PCI non sembra, per i veneti degli anni Cinquanta, porsi come alternativa fra Chiesa e lavoro, ma fra due modelli di sviluppo differenti.
Dimensione religiosa e sviluppo territoriale costituiscono aspetti complementari, dai quali la DC attinge risorse di consenso. L’identificazione con la DC si fonda sull’appartenenza alla comunità cattolica, che si riproduce attraverso il contesto locale e familiare egemonizzato dalla Chiesa. <49 Falliscono infatti, vari tentativi di far nascere un partito cattolico fortemente strutturato; la DC è un classico esempio di partito a “istituzionalizzazione debole” <50, nato per legittimazione esterna, che ebbe come sponsor la Chiesa, e sviluppatosi per diffusione territoriale. L’autentica “istituzione forte” quindi, è la Chiesa, con la propria rete associativa, che organizza la società locale e l’attività delle istituzioni amministrative. Si rafforza così, l’idea fortemente radicata nella cultura politica veneta sin dall’Ottocento, secondo cui chi opera a livello del governo locale non svolge un’attività locale, ma amministrativa, entro un contesto nel quale l’attività dell’ente locale si orienta in larga parte al contenimento di interventi e spese e all’appoggio esterno alla rete organizzativa cattolica, soprattutto alle sue strutture creditizie e assistenziali. <51
[NOTE]
35 MESSINA, PATRIZIA, et al. Cultura politica, istituzioni e matrici storiche. Padova University Press, 2014.
36 JORI, FRANCESCO. La storia del Veneto: dalle origini ai nostri giorni. Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2018
37 JORI, FRANCESCO. La storia del Veneto: dalle origini ai nostri giorni. Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2018
38 POMBENI P. (1995), La rappresentanza politica, in R. Romanelli (a cura di), Storia dello Stato italiano dall’Unità a oggi, Donzelli, Roma
39 ALMAGISTI, MARCO. Una democrazia possibile: politica e territorio nell’Italia contemporanea. Carocci, 2016
40 CAMURRI R. (a cura di) (2000), Il comune democratico. Riccardo Dalle Mole e l’esperienza delle giunte bloccarde nel Veneto giolittiano, Marsilio, Venezia
41 PIVA FA. (1977), Lotte contadine e origini del Fascismo. Padova-Venezia, 1919-22, Marsilio, Venezia.
42 RICCAMBONI G. (1992), L’identità esclusa. Comunisti in una subcultura bianca, Liviana, Padova.
43 DIAMANTI I., RICAMBONI G. (1992), La parabola del voto bianco. Elezioni e società in Veneto, 1946-1992, Neri Pozza, Vicenza
44 ROKKAN S. (1970), Citizens, Elections, Parties: Approaches to the Comparative Study of the Process of Development, Universitetsforlaget, Oslo (trad. it. Cittadini, elezioni e partiti, il Mulino, Bologna 1982)
45 ALMAGISTI, MARCO. Una democrazia possibile: politica e territorio nell’Italia contemporanea. Carocci, 2016
46 DIAMANTI I., PACE E. (1987), Tra religione e organizzazione. Il caso delle ACLI: mondo cattolico, società e associazionismo nel Veneto, Liviana, Padova
47 DIAMANTI I. (1986), La filigrana bianca della continuità: senso comune, consenso politico, appartenenza religiosa nel Veneto degli anni ’50, in “Venetica, Rivista di Storia contemporanea”
48 ALMAGISTI, MARCO. Una democrazia possibile: politica e territorio nell’Italia contemporanea. Carocci, 2016
49 TRIGILIA C. (1986), Grandi partiti e piccole imprese. Comunisti e democristiani nelle regioni a economia diffusa, il Mulino, Bologna
50 PANEBIANCO A. (1982), Modelli di partito: organizzazione e potere nei partiti politici, il Mulino, Bologna
51 TRIGILIA C. (1982) La trasformazione delle culture subculture politiche territoriali, in “Inchiesta”
Simone Spirch, Il Veneto lungo: dalla Serenissima ai giorni nostri, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022

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I risultati raggiunti dall’economia italiana fino al 1963 costituiranno un unicum nella sua storia

Difficile stabilire se fosse possibile prevedere all’inizio degli anni ‘50 che l’Italia, da paese arretrato con una consistente presenza nell’agricoltura (44% della forza lavoro nel 1951), si sarebbe trasformata nell’arco di un ventennio in uno dei paesi più industrializzati del mondo. Difficile allora anche immaginare che la classe media fosse destinata a prevalere sugli altri ceti sociali, trainando l’economia della Nazione attraverso i consumi.
Industrializzazione e tensioni: la «belle époque inattesa» <26
Come anticipato, l’Italia sperimenterà durante questo periodo la più ampia metamorfosi della sua storia contemporanea. Il dato più visibile è senz’altro la vertiginosa crescita del prodotto interno lordo, evidenziata alla fine del precedente capitolo, a cui hanno concorso numerosi fattori. Innanzitutto il Paese espresse una forte vocazione industriale, incentivata dai piani di settore avviati durante la ricostruzione e ispirata al modello manageriale americano, ovvero la grande impresa di stampo fordista. L’industria, le costruzioni, le esportazioni e gli investimenti crebbero con un ritmo tra il 9 e l’11% l’anno fino al 1963 <27, principalmente nei settori della siderurgia e della petrolchimica, nella produzione di automobili, elettrodomestici e fibre sintetiche, ma anche nella meccanica.
Questo periodo fu caratterizzato da aumenti della dimensione e della capacità produttiva degli impianti alla ricerca di Economie di scala, dalla coesistenza dell’impresa pubblica a fianco di quella privata (di cui una parte consistente di proprietà estera), dall’influenza delle tecniche di produzione e gestione tipicamente americane e, in ultima analisi, anche dalle diseguaglianze.
La nuova industrializzazione infatti dispiegò i suoi effetti principalmente nella zona del triangolo industriale, vale a dire l’area compresa tra Torino, Milano e Genova. Questo territorio era l’unico dove, grazie all’espansione dell’industria verificatasi nel secolo precedente, si trovavano al tempo le infrastrutture adeguate a supportare stabilimenti di grande dimensione. Conseguenza diretta fu la forte immigrazione interna che spinse gruppi crescenti di lavoratori provenienti dal Nord-Est, dal Centro e soprattutto dal Sud a spostarsi nell’area del triangolo. Un movimento importante che interessò più di due milioni di persone, basti pensare che nel punto più alto del boom economico, tra il 1961 e il 1963, il saldo della popolazione residente nel triangolo industriale crebbe di oltre il 14%, mentre nel Sud e nelle Isole decrebbe di oltre l’11%. <28
I risultati raggiunti dall’economia italiana fino al 1963 costituiranno un unicum nella sua storia: non sarà possibile in futuro realizzare un progresso così sostenuto, sebbene il PIL abbia continuato a crescere di circa il 5% l’anno nel decennio successivo.
Vi fu comunque una lieve frenata nella corsa allo sviluppo. Per comprenderne le ragioni, bisogna innanzitutto osservare le tensioni sociali che iniziarono ad emergere proprio all’inizio degli anni sessanta e si risolsero nelle prime conquiste operaie. Le rivendicazioni indussero ad una rapida crescita dei salari, tanto che le retribuzioni nominali aumentarono del 13% nel 1962 e del 18% nel 1963 <29. Anche le esportazioni di prodotti italiani, che consistevano soprattutto in beni manifatturieri (90% del totale nel 1963) e rappresentavano un fatto nuovo per l’importanza assunta nella prima fase del “miracolo” economico, subirono una flessione contestualmente alle rivendicazioni salariali, mentre il tasso annuo di inflazione, che aveva subito un incremento piuttosto moderato durante gli anni Cinquanta, avanzò repentinamente dal 2,84% del 1961 al 6,52% del 1962 <30 continuando a crescere l’anno successivo. L’insieme di queste dinamiche pesava in modo sempre più negativo sulla bilancia dei pagamenti. Pertanto, la Banca d’Italia rispose con una stretta monetaria che inizialmente compresse la domanda interna e gli investimenti, ma consentì di fermare l’inflazione e ricostruire i margini di competitività delle esportazioni, mentre attuò negli anni successivi una politica più permissiva, senza abbandonare una certa prudenza nei confronti dell’inflazione <31.
Salvaguardare la posizione dell’impresa italiana nei confronti del mercato internazionale era indispensabile a causa delle caratteristiche stesse della struttura economica del paese, rimaste pressoché immutate nel tempo: la necessità di materie prime, in particolare energetiche, mette in evidenza la dipendenza dell’Italia nei confronti dell’estero e giustifica pienamente l’attenzione rivolta alla bilancia commerciale. Un’osservazione che va corredata al rilievo che ebbero durante la prima fase della nuova industrializzazione i bassi prezzi internazionali delle materie prime, di cui l’Italia beneficiò ampiamente assieme ai vantaggi interni costituiti dalla piena disponibilità di manodopera a basso costo sul territorio nazionale. Come vedremo in seguito, non pochi problemi si manifesteranno a partire dagli anni settanta, quando l’effetto combinato di queste due condizioni di mercato svanirà più o meno repentinamente. Le tensioni tra le classi sociali ripresero negli anni successivi, a cominciare dalle lotte studentesche che infiammarono il Sessantotto. Come spesso accade durante i periodi di agitazione, il generale clima di contestazione si propagò anche all’interno di un’altra categoria, nel caso specifico la Classe operaia, che manifestava la sua piena insoddisfazione per il livello dei servizi sociali, il persistente svantaggio nei rapporti di forza con i “padroni” (i proprietari dei mezzi di produzione) e le condizioni di lavoro in generale. L’insieme delle proteste sfociò nell’”autunno caldo” del Sessantanove, quando oltre sette milioni di lavoratori parteciparono a scioperi per più di 300 milioni di ore complessive <32. La risposta della classe politica consistette in una serie di provvedimenti tra cui senz’altro il più importante fu l’introduzione dello Statuto dei lavoratori, approvato con la Legge n. 300 del 20 maggio 1970, che migliorò le tutele dei lavoratori e in generale il sistema italiano di sicurezza sociale italiano anche con riguardo alle rappresentanze sindacali, ma segnò un punto di non ritorno nella storia del paese. Il livello della spesa pubblica, innalzatosi sensibilmente in seguito alle riforme sociali, non calerà negli anni successivi né sarà disposto un analogo adeguamento fiscale.
A fianco dell’intrigante sviluppo dell’industria italiana, anche il settore primario e quello dei servizi vivevano un momento di rinnovamento. Nei venti anni che vanno dal 1951 al 1971 i lavoratori attivi nel settore agricolo calano dal 44 al 17% del totale della forza lavoro nazionale, a vantaggio dei settori secondario e terziario, segno degli sforzi posti in essere per la modernizzazione dell’agricoltura, sostenuti anche grazie all’aiuto dello Stato.
Pur non essendo tra le principali priorità dei governi repubblicani, essa fu interessata da alcuni interventi “a pioggia” come il piano dodecennale “Provvedimenti per lo sviluppo dell’economia e l’incremento dell’occupazione” che, nella parte dedicata all’agricoltura, disponeva l’erogazione di mutui agevolati per l’investimento agricolo; i due Piani Verdi (1961 e 1966) ed in seguito alla nascita della CEE, l’attività della PAC (Politica Agricola Comune) <33. Notevole fu anche l’impegno della Cassa del Mezzogiorno nella concessione di fondi destinati al settore primario, che nel Sud della penisola concentrava oltre un terzo della produzione totale. Il risultato fu una rapida meccanizzazione
ed una più diffusa utilizzazione dei concimi chimici <34.
Nonostante fosse ancora arretrata rispetto alla maggior parte dei paesi industrializzati, l’agricoltura italiana registrò notevoli aumenti sia per quanto riguarda l’output, sia nella produttività, e si rivolse in misura maggiore all’allevamento e alle produzioni specializzate, che in un primo momento non trovarono il sostegno della PAC.
Come abbiamo visto, il progresso messo in moto nel comparto agricolo liberò una crescente quota di forza lavoro che si riversò negli altri due settori. L’incremento degli occupati nel settore Terziario non fu meno importante di quello che si verificò nell’industria, tanto che a metà degli anni Sessanta i suoi addetti superavano il 40% della forza lavoro nazionale. Nel medio-lungo termine sarà proprio l’evoluzione della “Società dei servizi” ad incidere maggiormente sulla struttura sociale italiana, ridefinendola e plasmandola in ottemperanza alle necessità di una burocrazia in rapida espansione. Si parla a tale proposito di “espansione del terziario industriale” <35 per intendere la diffusione, nei servizi e nelle pubbliche amministrazioni, di tutte quelle attività di supporto alla crescita dimensionale dell’industria ed in generale degli aggregati produttivi. In altre parole la diffusione della burocrazia, che diventerà approdo naturale per molte donne e laureati in materie letterarie, nonché per un numero ragguardevole di individui che gravitavano intorno alla riprovevole e ben nota pratica del clientelismo. Sarà proprio lo sviluppo del settore dei servizi a dare rilievo e vitalità ai ceti medi, che non a caso ricomprendono al loro interno la “piccola borghesia impiegatizia” <36.
[NOTE]
26 Calvino I., (1961), La belle époque inattesa, «Tempi moderni», 6: 26.
27 V.Zamagni, Dalla periferia al centro, Il Mulino, Bologna, 1993, p. 430
28 Ivano Bison, Note sullo sviluppo economico-sociale e la classe media italiana: 1945-2009
29 Ciocca P., Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia (1796-2005), Bollati Boringhieri,
Torino, 2007.
30 Inflation.eu/tassi-di-inflazione/Italia
31 V. Zamagni, Op. cit.
32 Ivano Bison, Op. cit.
33 V.Zamagni, Op. cit.
34 E. De Simone, Op. cit.
35 Ivano Bison, Op. cit.
36 Paolo Sylos Labini, Sviluppo economico e classi sociali in Italia, l’Astrolabio, 1972
Lorenzo Petrone, La classe media in Italia: un baricentro. L’evoluzione della compagine sociale protagonista del miracolo economico, Tesi di laurea, Università Luiss “Guido Carli”, Anno Accademico 2016-2017

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Uno degli esiti del boom della scolarizzazione è il forte divario culturale che si viene a creare tra vecchie e nuove generazioni

L’utilizzo del termine “giovani” non ha un carattere neutrale né universalmente stabilito o definito a priori. Esso – così come la categoria di classe sociale, del resto – rientra nell’ambito di quella nomenclatura di cui gli storici si avvalgono in relazione allo studio del passato, che segmentano ed etichettano per meglio dotarlo di senso e, quindi, per conferirgli la capacità di essere oggetto di narrazione. In tale orizzonte rientra anche il concetto di “generazione”, sulla cui utilità ha insistito fra gli altri lo storico Marc Bloch18, e che ha avuto notevole fortuna storiografica in anni più recenti <19.
Una ricognizione storica che voglia avvalersi della categoria di gioventù non può prescindere dal provare a darne una sia pur succinta chiarificazione, essendo la classificazione per fasce d’età suscettibile di declinazioni le più varie: non in tutte le società né in tutte le culture, in termini tanto sincronici quanto diacronici, si diventa giovani – ammesso che lo stesso concetto esista – nel medesimo istante, così come varia il raggiungimento della “maturità” e l’inizio dell’età adulta. C’è chi ha parlato di invenzione della gioventù <20, in riferimento alle trasformazioni avvenute nei paesi occidentali nel secondo dopoguerra, consistenti nell’affermazione di società affluenti, caratterizzate da un sistema di mercato improntato alla massificazione dei consumi, improntate a un sistema politico democratico basato sulla larga partecipazione della popolazione ai meccanismi di decisione politica per mezzo degli strumenti della delega e della rappresentanza. In questo contesto la dimensione giovanile acquista una specificità propria, che si esprime in termini socioculturali, nell’adozione di mode, costumi e modelli di consumo specifici, in forme particolari dell’agire politico <21.
Per convenzione le statistiche ufficiali sono solite operare le proprie ricognizioni mediante l’uso di varie disaggregazioni per classi di età, la più comune delle quali raggruppa le fasce 15-19 anni, 20-24 e 25-29, in ciò allineandosi con i principali orientamenti sociologici in termini di aggregato giovanile. Una prima definizione di gioventù può quindi darsi a partire dalla sua collocazione nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni <22, che è poi quella in cui rientrano, con qualche approssimazione, gli studenti delle scuole medie superiori e dell’università, fino ai primi anni di ingresso nel mercato del lavoro. Nel caso che qui interessa sarà inoltre opportuno coniugare alla riflessione sul soggetto giovanile la categoria di generazione, in particolare in riferimento al confronto fra i “giovani del ’68” e quelli del ’77, laddove con generazione non si indica la dimensione puramente anagrafica, ma si rimanda alla partecipazione di un gruppo di persone di età diverse (grosso modo comprese nel range individuato per la categoria di giovani, ma comprendente anche i trentenni) a un dato evento storico <23.
Nel corso degli anni settanta il riferimento ai soggetti giovanili assume toni più cupi di quelli, principalmente moralistici e denigratori, utilizzati nei confronti dei “capelloni” che acquistano visibilità pubblica nel corso del decennio precedente. Due fattori, legati fra loro, hanno nel frattempo modificato il quadro: l’aumento dei tassi di scolarizzazione e la crisi economica con il suo portato di disoccupazione, in special modo per le fasce più giovani della società. Nel periodo compreso tra l’inizio degli anni cinquanta e la metà dei settanta, per effetto dei più complessivi processi di modernizzazione che hanno investito il paese, si è difatti avuto un aumento consistente e costante delle iscrizioni agli istituti di formazione secondaria superiore (a partire da dati iniziali estremamente bassi, pari nel 1951 al 10% sul totale della popolazione con età scolastica corrispondente), anche in virtù della riforma che nel 1962 introduce la scuola media unica e eleva l’obbligo scolastico a 14 anni. Nell’arco di un ventennio il numero di iscritti praticamente quadruplica, raggiungendo il tasso del 50% sul totale della leva demografica corrispondente (vedi tabella 2).

Un tale incremento incide necessariamente anche sul tasso di immatricolazioni all’università, che cresce anch’esso in maniera cospicua dando all’istituzione caratteristiche compiutamente di massa, senza che una riforma organica ne abbia peraltro rivisto i meccanismi di funzionamento – e un discorso simile può essere fatto per il mondo della scuola -, malgrado nel corso di tutti gli anni sessanta una serie di provvedimenti legislativi intervenga sulle barriere all’accesso, liberalizzando di fatto le iscrizioni, fino a quel momento riservate nella quasi totalità dei casi a coloro che provengono dal liceo classico <25. Al giro di boa del decennio settanta le matricole sono di quattro volte superiori quelle registrate all’inizio degli anni cinquanta (vedi tabella 3).

Come si vede, il tasso di laureati rimane molto basso sul totale degli iscritti per tutto il periodo considerato (registrando anzi una flessione percentuale nell’anno accademico 1976-77): ciò dipende da una struttura accademica ancora arretrata, che non consente che al boom delle immatricolazioni corrisponda un’effettiva possibilità anche per i meno abbienti di proseguire con profitto gli studi. Inoltre, la massificazione dell’istituzione universitaria raggiunge il suo apice proprio nel momento in cui la crisi economica restringe notevolmente le possibilità di lavoro per una manodopera peraltro sempre più scolarizzata e qualificata. Notano Cavalli e Leccardi che “uno degli esiti del boom della scolarizzazione, accanto alle difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro per un numero crescente di giovani in possesso di un titolo di studio medio/superiore, è il forte divario culturale che si viene a creare tra vecchie e nuove generazioni. De Mauro, definendo «drammatico» questo divario, sottolinea come le generazioni più giovani, nel corso degli anni settanta, risultino per la prima volta nel nostro paese, «quattro, cinque volte più istruite, più colte nel senso tradizionale scolastico del termine, delle generazioni più anziane». Questi elevati livelli di istruzione, mentre tendono a creare difficoltà di comunicazione e conflitti con le figure familiari adulte, funzionano anche, in parallelo, come potente fattore di omogeneizzazione culturale del mondo giovanile” <27.
Il quadro che risulta tratteggiato dal sommarsi di disoccupazione intellettuale e non, ampio ricorso al lavoro nero e sottopagato <28 ed elevati livelli di conflittualità sociale rende la “questione giovanile” uno dei temi centrali di questi anni. Essa, nell’assumere risvolti di critica antisistema e di rivolta violenta all’ordine delle cose, accresce nei commentatori, negli analisti, nelle classi dirigenti e nelle letture politiche dei partiti di massa la percezione dell’avvento di una nuova “classe pericolosa”, da esorcizzare e convertire in “classe laboriosa” <29.
[NOTE]
19 Per un’utile rassegna storiografica cfr. Francesco Benigno, Parole nel tempo. Un lessico per pensare la storia, Viella, Roma 2013, pp. 57-77 (voce «Generazioni»).
20 Vi è chi, d’altronde, retrodata le origini del fenomeno alla fine dell’Ottocento (Jon Savage, L’invenzione dei giovani, Feltrinelli, Milano 2009) o, addirittura, ai riti d’iniziazione del Cinquecento (Patrizia Dogliani, Storia dei giovani, Bruno Mondadori, Milano 2003). In questa sede, sebbene l’affacciarsi di ragazzi e ragazze sulla scena pubblica si sia realizzato in fasi diverse e anche molto più remote, si privilegia la considerazione del carattere eccezionale che riveste l’individuazione della gioventù nella seconda metà del ’900: obiettivi privilegiati del mercato di consumo, oggetto di studi e, soprattutto, di opere d’ingegno ad essi dedicate (dalla narrativa al cinema, alla musica ecc.), si può approssimativamente sostenere che i giovani inizino a riconoscersi in quanto tali in questo periodo, rivendicando – con pose, culture, stili, idiomi propri – l’appartenenza a una generazione più definita nei suoi contorni rispetto al passato.
21 Cfr. G. Crainz, Il paese mancato, cit., pp. 190-200. Cfr. inoltre S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, cit., p. 272 («Quando esibiscono la maglietta, i blue-jeans [corsivo nell’originale] e il giaccone di cuoio, i giovani diventano un gruppo, una classe, una categoria […]») e pp. 322-25 per l’aspetto culturale del fenomeno.
22 Si veda Alessandro Cavalli e Carmen Leccardi, Le culture giovanili, in F. Barbagallo et al. (progetto e direzione), Storia dell’Italia repubblicana, cit., vol. 3, L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, 2. Istituzioni, politiche, culture, pp. 707-800, in particolare pp. 710-11.
23 Per un confronto fra le due generazioni cfr. A. De Bernardi, I movimenti di protesta e la lunga depressione, cit.
24 A. Cavalli e C. Leccardi, Le culture giovanili, cit., p. 714.
25 Cfr. A. Lepre, Storia della prima Repubblica, cit., p. 223. Si veda anche, per una panoramica più complessiva, Giuseppe Tognon, La politica scolastica italiana negli anni Settanta. Soltanto riforme mancate o crisi di governabilità?, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, cit., vol. 2, Fiamma Lussana e Giacomo Marramao (a cura di), Culture, nuovi soggetti, identità, pp. 61-87.
26 A. Cavalli e C. Leccardi, Le culture giovanili, cit., p. 719.
27 Ivi, p. 777.
28 L’occupazione illegale e occasionale è stimata al 13-14% della forza lavoro complessiva nel periodo considerato: i giovani costituiscono il 70% di tale fenomeno, e un terzo di essi vanta alti livelli di scolarità. Cfr. Paolo Bassi e Antonio Pilati, I giovani e la crisi degli anni Settanta, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 33.
29 Cfr. P. Dogliani, Storia dei giovani, cit., p. 4.
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l’emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno accademico 2017-2018

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