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2026-01-16

Capitolo 425: Parigi Mi Appartiene

Inoltrandomi nell’inverno, tra plaid, tazze d’orzo e termosifoni accesi, il bisogno di viaggiare si fa più acceso, più urgente. E quale modo migliore di partire se non quello di mettere uno o due film ambientati nella città dove ami di più viaggiare? Il nuovo capitolo comincia così con tanta Parigi, tra le scale di Montmartre e il bianco e nero della Nouvelle Vague, per poi dirigersi verso altri lidi (Corea, Nevada, Washington e… beh, Hawkins). In questi giorni c’è anche stata la prima proiezione stampa del mio 2026 e tutto sembra dunque avvolgersi intorno a una strepitosa normalità.

Dililì a Parigi (2018): Quando cercavo qualcosa da vedere su Mubi sono rimasto subito catturato dal frame di questo film d’animazione, che vedeva un gruppo di persone discendere le scale di Montmartre a bordo di un carretto per le consegne. Con me ci vuole davvero poco a vendermi qualcosa: se vedo Montmartre, schiaccio play. Mi sono trovato di fronte a un film davvero interessante, innanzitutto nella realizzazione: ogni inquadratura mescola immagini reali di, non so, un’edicola, un palazzo, una vetrina, inserite sul contesto animato del film (un po’ il contrario di quanto avvenuto ad esempio in Roger Rabbit, dove erano i personaggi animati a inserirsi nel mondo reale). Siamo a Parigi, ovviamente, nei primi anni del ventesimo secolo: è la Parigi della Belle Epoque, dove una bambina franco-canaca fa amicizia con un corriere. Attraverso questo incontro, la piccola Dililì conosce alcune delle più grandi personalità dell’epoca (Louis Pasteur, Henri Toulouse-Lautrec, Marie Curie, Sarah Bernhardt, Gustave Eiffel, Louise Michel e ancora, Picasso, Monet, Renoir, Proust, Matisse, Colette, Rodin, Debussy e molti altri), grazie alle quali tenta di sventare il piano di una setta segreta che sta rapendo tutte le bambine della città. Il film di Ocelot, nella sua tenera ingenuità, è ammirevole come detto per tutto l’apparato tecnico, ma anche per il modo in cui la storia scivola tra le vie di una Parigi stupenda, palpabile, impossibile da non amare. Una gemma d’animazione, dove la scoperta continua di personaggi celebri della Parigi di quei tempi è probabilmente la cosa più simpatica da seguire. Se amate la Ville Lumiere, non potete non vederlo.
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Parigi Ci Appartiene (1961): Come vedrete tra un paio di mesi nel film Nouvelle Vague di Linklater, verso la fine degli anni 50 tra i critici dei Cahiers du Cinema era partita una sorta di smania di voler dirigere un film. Jacques Rivette comincia a girare questo nel 1958 (quasi contemporaneamente a Truffaut, alle prese con I 400 Colpi), che però riuscirà a concludere solo tre anni più tardi. In una Parigi labirintica, lontana da quella borghese mostrata fino ad allora nel cinema francese, ma sui tetti, nei monolocali delle cameriere, tra le strade deserte, una giovane studentessa di letteratura entra nel giro di una compagnia teatrale, dove tutti non fanno che parlare del presunto suicidio di un loro amico, attivista politico. Infatuata da un esiliato statunitense amico della vittima e al tempo stesso intrigata dal mistero che c’è intorno alla storia, la ragazza indaga per scoprire la verità. Girato per le strade della città rubando immagini senza permessi, come nella tradizione dell’epoca, Rivette mette in scena una sorta di noir fuori dai canoni tradizionali, con probabilmente qualche lungaggine di troppo, ma con anche un fascino irresistibile. Rivette impreziosisce il suo film con un bellissimo cameo di Jean Luc Godard, che ai tempi ancora non aveva fatto il suo debutto dietro la macchina da presa. Non è un film facilissimo da seguire, l’intreccio si perde spesso tra le chiacchiere della banda di amici e dura forse più del necessario, ma se volete fare un salto nella Parigi nascosta di quei tempi, in una città vera, pulsante, vibrante, senza immagini da cartolina, allora aprite Mubi e dategli una chance.
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No Other Choice (2025): Park Chan-wook non lo devo presentare io, ci mancherebbe. Il regista di film straordinari come Old Boy, Thirst (che hanno aggiunto da poco su Prime, recuperatelo!) o del più recente Decision To Leave ha aperto i cinema del 2026 con la sua ultima fatica, una commedia nera che, sotto strati di humor nero e violenza pop, mette in scena una critica profonda al capitalismo (forse più interessante rispetto al film nel suo complesso). Il padre di una famiglia apparentemente perfetta si ritrova improvvisamente senza lavoro, a causa di diversi tagli al personale. Nei mesi successivi, per evitare che persone più qualificate vengano scelte al posto suo durante i colloqui, mette in piedi un piano per eliminarle. Il film è divertente, funziona, è girato da dio (ovviamente) e ci sono alcune scene che valgono da sole il prezzo del biglietto (ad esempio la scena del primo omicidio, con i due “litiganti” che cercano di comunicare nonostante la musica dello stereo a tutto volume), il punto è che forse da un film di Park non voglio uscire divertito, ma estasiato. Insomma, è tutta una questione di aspettative, per il resto il film è impeccabile e non posso che consigliare di vederlo.
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Sidney (1996): Era l’unico film della filmografia di Paul Thomas Anderson che ancora non avevo visto: il suo esordio dietro la macchina da presa. Philip Baker Hall (il Sidney del titolo) incontra un uomo distrutto, seduto su un marciapiede, senza soldi, senza speranze: è John C. Reilly, ormai un derelitto. Sidney, una sorta di Mr Wolf più anziano, gli offre un caffè e decide di aiutarlo a rimettersi in piedi. Finiranno a Reno, la “piccola Las Vegas”, dove cominciano una nuova vita, il passato però non dorme mai. Vagamente ispirato a Bob il Giocatore di Melville, quest’opera prima di PTA mette già in mostra le grandissime qualità di un regista che, nel giro di tre anni, ci avrebbe regalato film pazzeschi come Boogie Nights e Magnolia. La qualità principale di questo film è che ogni scena ti innesca molte domande e non hai idea della direzione che prenderà la storia, almeno fino al finale dove ogni cosa appare finalmente chiara. Da segnalare nel cast anche Gwyneth Paltrow e Samuel L. Jackson. Bello.
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Due Single a Nozze (2005): Specializzato in buddy movies (da Fred Claus a 2 Cavalieri a Londra, con l’eccezione di The Judge), il regista David Dobkin con questa commedia più o meno demenziale centra il cult della vita, il guilty pleasure per antonomasia. Vince Vaughn e Owen Wilson sono due avvocati che amano imbucarsi ai matrimoni di perfetti sconosciuti per poter conoscere qualche ragazza. Al matrimonio dell’anno, quello della figlia del potente senatore Christopher Walken, Owen Wilson si innamora dell’altra figlia di lui, Rachel McAdams, già promessa a un odioso Bradley Cooper (che ai tempi ancora non aveva girato Una Notte da Leoni). Il film è in linea di massima piuttosto sciocco, ma non posso farci niente: mi fa pisciare dalle risate. Menzione speciale per il clamoroso Chazz di Will Ferrell, che in pochi minuti ruba la scena con il suo citatissimo “Ma’, il polpettone!!”, spedendo il film nel paradiso delle commedie cult (o quanto meno in purgatorio). Scemo quanto spassoso: lo trovate su Prime.
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Stranger Things: Un’Ultima Avventura (2026): Un ultimo sguardo indietro prima di lasciarci alle spalle Stranger Things. Sulla serie ho già espresso alcune considerazioni nel capitolo precedente e questo backstage diretto da Martina Radwan non è nient’altro che un lungo contenuto extra di quelli che una volta si trovavano facilmente nei cofanetti in dvd, mentre ora viene spacciato per documentario su Netflix. In soldoni si tratta di un vero e proprio making of della quinta stagione dello show: mi sarebbe piaciuto trovare qualche intervista ai protagonisti, qualche vera e propria chicca, in realtà scorre tutto senza colpo ferire, dalla costruzione dei set al trucco, agli effetti speciali. Menzione a parte per la bellissima scena in cui il cast legge per la prima volta lo script dell’ultima puntata, momento emotivamente altissimo che, con tutta probabilità, vale da solo tutto il “film”. Ai fan più accaniti piacerà.
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2026-01-12

Capitolo 424: Anno Nuovo, Film Vecchi

Il mio 2026 è cominciato con una gran voglia di andare al cinema. L’obiettivo è vedere No Other Choice, di cui avevo perso la proiezione stampa a dicembre causa febbre, ma dopo undici giorni ancora non ci sono riuscito. Una volta il lavoro, un’altra la pioggia battente, un’altra un problema alla macchina, un’altra ancora la difficoltà di uscire dal calduccio di casa per avventurarsi nei due gradi centigradi del mondo esterno. Tutto questo per dire che nel capitolo di oggi non troverete nessun film attualmente in sala, ma un vero e proprio viaggio verso il passato, che parte dal recente 2025 fino a un inaspettato 1929. Buon anno, amici cinefili e amiche cinefile, ci aspettano grandi cose (speriamo)!

Springsteen – Liberami dal Nulla (2025): C’è un modo migliore di cominciare l’anno se non guardando un film incentrato su uno dei tuoi eroi personali? Come avrete forse letto nella recensione completa che ho scritto a ottobre, ho amato molto il modo in cui Scott Cooper toglie la maschera al mito Springsteen, restituendoci l’uomo e il suo bisogno di normalità in un mondo di luci accecanti. Il film racconta la genesi dell’album Nebraska, una rivoluzione musicale, un episodio unico nel suo genere nella storia della musica, praticamente una seduta di terapia fatta di canzoni cupe, piene di disincanto e disillusione. Io ovviamente sono di parte, come potrei non esserlo (ho raccontato qui il mio rapporto con Springsteen, parlando del bellissimo film Blinded By The Light), ma trovo che il film sia davvero bellissimo: è una birra con un amico, una pacca sulla spalla a qualcuno che ne ha bisogno, è un viaggetto dentro la creatività di una mente brillante, ma in difficoltà. Ah, inoltre c’è da dire che Jeremy Allen White è strepitoso.
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Close (2022): Caldamente consigliato da un amico, il film di Lukas Dhont è uno di quelli che riesce a catturarti sin dalle prime inquadrature: due amici che giocano in un campo pieno di fiori, immersi in una luce stupenda. Già puoi percepire la delicatezza, la tenerezza, la bellezza: è la storia di due ragazzi, di un’amicizia quasi simbiotica, incrinata dallo sguardo degli altri, dalla “paura” che quella amicizia così speciale possa essere scambiata per omosessualità, come se fosse qualcosa di sbagliato. Qualcosa quindi si incrina e da là in poi il film diventa un percorso attraverso dolore e senso di colpa. Ho amato questo film, ogni inquadratura sembra quasi pensata per restarci addosso un secondo in più del necessario. Il vero miracolo sono comunque i due giovani attori, straordinari, così reali che non ti passa per la testa neanche un momento che stiano recitando. Un gioiello, un film pieno di grazia, da vedere e far vedere ai più giovani. Bellissimo.
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Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004): Erano dieci anni buoni che non vedevo il capolavoro di Michel Gondry, uno dei film più iconici e amati di questo secolo, ed è stupendo constatare come non sia invecchiato di un giorno, di come riesca comunque a commuoverti nonostante lo conosca scena per scena. Ricordo perfettamente quando lo vidi al cinema, trainato come tutti dalla pubblicità ingannevole, oltre che dall’orrido titolo Se Mi Lasci Ti Cancello, che ce l’aveva venduto come una commedia romantica con Jim Carrey. Dopo il primo tempo ricordo addirittura qualcuno che aveva abbandonato la sala, deluso (come si fa? Non lo so). Chi è rimasto fino alla fine, strabiliato, si è guardato dicendosi: “ma che film abbiamo visto?”. Mi dilungo sui ricordi perché non credo ci sia bisogno di parlare di un film che, credo, abbiamo visto tutti e, ne sono certo, abbiamo amato moltissimo. Se avete voglia di rivederlo, lo trovate su Mubi. Ne vale sempre la pena, è da brividi: “Incontriamoci a Montauk”.
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L’Uomo con la Macchina da Presa (1929): Avevo già visto quest’opera incredibile di Dziga Vertov all’università, durante il corso di Storia del Cinema. Ai tempi lo guardai alle 8 del mattino e mi sembrò non proprio facile da digerire con quattro ore di sonno. Quando ho visto che era disponibile su Mubi, mi è sembrato doveroso dedicarmici con un po’ più di attenzione: l’ho trovato ipnotico. Come da titolo, un uomo dotato di macchina da presa, si muove per la città registrando momenti di vita quotidiana, documentando ciò che vede, come uno street photographer in movimento, come un “botanico del marciapiede”, scomodando Baudelaire. Nel guardarlo non riuscivo a non pensare che ogni persona all’interno di questo film ormai deve essere morta e questo pensiero mi ha tenuto aggrappato alle immagini come se fossero un enorme omaggio alla vita. Un’esperienza visiva raccontata da qualcuno che stava molto più avanti rispetto alla sua epoca, segnata da un montaggio folle, sovrimpressioni, ralenti, accelerazioni, inquadrature impossibili, trovate che sembrano anticipare videoclip, documentari moderni e persino certa videoarte. Incredibile che una mente di cento anni fa possa aver partorito immagini così moderne. Certo, non è un film che riguarderesti ogni giorno (e neanche ogni anno, se è per questo), ma che spettacolo.
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Bassa Marea (1950): Sempre su Mubi (se non ce l’avete potete cliccare qui per provarlo gratis per 30 giorn) ho trovato questo film “minore” di Fritz Lang, consapevole che un film minore di Lang vale comunque più della metà della roba che gira oggi tra cinema e piattaforme. Uno scrittore insopportabile e in crisi di idee, dopo aver tentato di circuire la propria cameriera e averla uccisa dopo il rifiuto di lei a concedersi, fa sparire il corpo cercando di far cadere l’eventuale colpa sul fratello, che invece è un pezzo di pane. Noir asciutto (oddio, non letteralmente, visto che già dal titolo potete capire come l’acqua sia un elemento importante), dove Lang racconta la semplicità del male, senza spettacolarizzare né la violenza, né lo sfaldamento dei rapporti umani, lasciandoti addosso solo inquietudine e un profondo bisogno di giustizia. L’immagine del corpo della povera vittima che galleggia sul fiume, con i capelli adagiati sull’acqua come una moderna Ofelia, è forse il momento più alto del film. Molto bello.
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SERIE TV: In queste settimane ho visto Pluribus di Vince Gilligan e devo dire che, al netto della solita straordinaria qualità tecnica dei prodotti dello showrunner di Breaking Bad e Better Call Saul, non sono riuscito ad appassionarmici: questa cosa, scritta giorni fa su Threads, mi ha tra l’altro causato un’inaspettata shitstorm, con alcuni commenti che mi suggerivano di “tornare ai reel di tiktok” (!) oppure mi accusavano di preferire i prodotti con “gli spari bum bum” (!!). A me! I film d’azione! Ma li mortacci loro. Ehm, scusate. Ma torniamo a noi. Ovviamente, come penso gran parte del mondo, ho guardato Stranger Things e qui c’è da fare un discorso un minimo più articolato (se non avete visto l’ultima stagione, non leggete oltre): reputo la prima stagione uno dei più grandi capolavori che abbia mai visto, da là in poi lo show è andato crollando, virando su una deriva molto più commerciale, giocando molto di più su citazionismo e spettacolo, spostando il target da chi è cresciuto negli anni 80 a chi è adolescente oggi, con alcuni momenti di rara bassezza ma anche alcuni spunti davvero notevoli (tutta la trama di Vecna nella stagione precedente mi è piaciuta tantissimo). Al di là di questo l’ultima stagione si alterna tra lungaggini estenuanti (il coming out di Will narrativamente ci sta, che duri il doppio della resa di conti finale probabilmente no) e fan service emozionante (tutto il finale, inclusa la prevedibile, ma non per questo meno bella, ultima partita a D&D), oltre a una citazione molto carina di Stand By Me (Mike che si siede davanti alla macchina da scrivere per raccontare la storia che abbiamo vissuto). Il finale è giusto, è quello che doveva esserci e secondo me, per come era ormai diventata la serie, è quello che ci meritavamo di vedere. Per il resto è difficile credere che quella della prima stagione sia la stessa serie vista in seguito, ma questo l’ho già ripetuto fino alla nausea. Fatto sta che quello dei Duffer è diventato un prodotto che ha plasmato l’immaginario collettivo di una generazione, ha il grande merito di aver fatto conoscere ottima musica ai ragazzini di oggi e aver sdoganato la bellezza di essere nerd, appassionati di giochi da tavolo e simili. Gli anni 80 erano davvero così belli? Neanche per sogno, ma sicuramente è stato abbastanza bello ricordarli con nostalgia.

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2025-12-13

Capitolo 422: Operazione Recupero (Parte II)

Se avete già letto il Capitolo 421 saprete già che sono nel pieno del recupero di film usciti quest’anno al fine di stilare una Top 20 il più possibile credibile (per me). Quindi al momento sto trasformando il mio dicembre cinematografico in un excursus sul cinema di oggi, tra esordi, nuove voci e l’ultima fatica di registi già affermati. Alla mia operazione recupero manca ancora il film di Jarmusch (che recupererò al cinema, visto che l’anteprima stampa coincideva con la partita di coppa della Roma, ma questo non lo diciamo a nessuno), dopodiché dovrei aver concluso questa corsa al recupero, se non “corso di recupero”, a seconda dei punti di vista. Il condizionale è d’obbligo, perché c’è sempre qualcosa che salta fuori all’ultimo (se avete consigli, parlate ora!). Passiamo ai film adesso, perché ho parecchie cose da raccontarvi.

Dreams (2025): Quando un film vince l’Orso d’Oro è inevitabile avere qualche aspettativa. Questo di Haugerud invece, secondo capitolo di una trilogia (che si completa con Sex e Love) non porta con sé quello sconvolgimento in cui speravo. Certo, ti accarezza, ti tiene al caldo, però non esce mai dalla comfort zone. Una studentessa di 17 anni si innamora della sua professoressa di francese: è un amore totale, puro, casto (tranne che nei suoi sogni) e la ragazza, per non dimenticare nulla di ciò che sta provando, mette l’intera storia nero su bianco. Quando il testo finirà nelle mani della madre e della nonna scrittrice, l’idea è di presentare il libro a una casa editrice per farlo pubblicare. Mi è piaciuto sicuramente il modo in cui il film gioca su ciò che realmente accade e il modo in cui ce lo raccontiamo: quante volte abbiamo equivocato quel gesto carino da parte della persona che amavamo in silenzio, vedendoci dentro molto più amore e significato di quel che è stato in realtà? La voce fuori campo è talmente presente che quasi pensi che sia un audiolibro trasformato in film, a parte questo però è una visione piacevole, delicata, tra sciarponi di lana e guance arrossate. Lo trovate su Mubi.
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Sinners (2025): Onestamente non ero certo di voler vedere questo film. Ne avevo sentito parlare come una versione afroamericana di Dal Tramonto all’Alba, o qualcosa del genere e temevo si trattasse dell’ennesima boiata spacciata per horror. Invece il film di Ryan Coogler (già regista del meraviglioso Fruitvale Station e di quella cazzata allucinante di Black Panther) fa davvero centro. Siamo nel Mississippi degli anni 30: due cazzutissimi gemelli (entrambi interpretati da Michael B. Jordan), ex gangster in quel di Chicago, tornano nella loro terra natia per mettere in piedi un locale riservato ai neri, con musica, cibo e voglia di divertirsi (e fare soldi). Il problema è che quella stessa notte il locale sarà assediato dai vampiri, squisiti appassionati di musica, che vorrebbero portare dalla loro parte il giovane chitarrista blues assoldato dai gemelli. Al di là della bellissima estetica del film e dell’ottima ambientazione (per non parlare della colonna sonora), mi è piaciuto come la prima parte sia tutta dedicata alla preparazione del climax finale e come lo scontro notturno sia molto più psicologico rispetto al carrozzone splatter che uno potrebbe aspettarsi. Magari le nomination ai Golden Globe (e chissà, forse anche agli Oscar) sono un filo eccessive, però mi è proprio piaciuto.
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Bird (2025): Quando recuperi i film usciti durante l’anno, escono sempre uno o due colpi di fulmine che ti fanno dire: “meno male che l’ho recuperato prima di fare la classifica”. L’ultima fatica di Andrea Arnold (di cui ho già visto e apprezzato Red Road e American Honey, entrambi vincitori del premio della Giuria a Cannes) è forse il suo film più bello, più toccante, sicuramente il più fantasioso: nei sobborghi del Kent, una ragazzina vive abusivamente in una casa occupata con il fratello maggiore e il giovane padre, in procinto di sposarsi. L’incontro con uno strano personaggio, chiamato Bird, che sembra quasi uscito da un sogno, le permetterà di trascorrere una settimana che le cambierà la vita. Tra echi di urgenza sociale che richiamano il miglior Ken Loach e una deriva favolistica alla Alice Rohrwacher, Andrea Arnold procede in equilibrio tra realismo magico e fiaba malinconica: la protagonista Bailey (che brava!) si arrangia come può in un contesto ostile, mostrando la capacità degli adolescenti di trovare luce ovunque, anche nelle condizioni peggiori. Ed è proprio lì, tra la vita aspra che mostra e l’incanto che ti regala, che questo film ti tiene stretto, facendoti pensare che è una delle cose più belle che hai visto quest’anno. Un paio di postille: Barry Keoghan è diventato davvero un attore clamoroso, Franz Rogowsky (la versione europea di Joaquin Phoenix) è di una versatilità che fa paura, visto che lo trovi in qualunque ruolo, in film diversissimi tra loro, che siano francesi, tedeschi, italiani o britannici. Inoltre, la colonna sonora è pazzesca e va da Too Real e A Hero’s Death dei Fontaines DC a Lucky Man dei Verve, da The Universal dei Blur a Yellow dei Coldplay. Come dicono i Blur, “When the days they seem to fall through you, well, just let them go”. Film stupendo, lo trovate su Mubi USA (viva la vpn).
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Jay Kelly (2025): Se ai tempi del bellissimo Il Calamaro e la Balena, del capolavoro Frances Ha, dello splendido Mistress America o del magnifico Storia di un Matrimonio, qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarebbe venuta voglia di mollare un film di Noah Baumbach, avrei riso in faccia al mio interlocutore. Questo suo nuovo film mi ha fatto davvero tentennare, non che lo volessi davvero interrompere, ma ammetto di averlo pensato. George Clooney è una star del cinema alle prese con una crisi di mezza età, conscio di aver trascurato affetti, amori e amicizie per dedicarsi completamente alla carriera (a tal punto da rendere i suoi collaboratori le persone più vicine, soprattutto il manager Adam Sandler). Con la scusa di dover ricevere un premio, segue la figlia più piccola in un viaggio in Toscana, che è anche un viaggio interiore tra i ricordi di una vita in cui non però non è possibile girare un altro ciak. Tra cliché familiari e dialoghi un po’ meccanici, c’è quel tipico tono da commedia drammatica che vorrebbe essere profonda, ma che stavolta non trova mai il suo centro (nonostante due ottimi interpreti), risultando un po’ come il suo protagonista viene definito dalla figlia: un vaso vuoto. Vero è che la clip che ripercorre la carriera (vera) di George Clooney è un delizioso momento di metacinema, ma è l’unico vero highlight di un film che non decolla mai. Non è un passo falso clamoroso, da Baumbach però mi aspetto sempre qualcosa in più. Se volete vederlo, lo trovate su Netflix.
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Train Dreams (2025): La cosa migliore che si potrebbe dire dell’opera seconda di Clint Bentley è che, a tratti, somiglia davvero tanto a un film di Terrence Malick. Ambientato nei primi decenni del Novecento, racconta la vita di Joel Edgerton, boscaiolo e operaio delle ferrovie, un uomo silenzioso che attraversa il mondo mentre il mondo stesso sta cambiando come non mai. Composto da meravigliose immagini naturalistiche, è un film di immagini, che accumula sensazioni, frammenti, momenti di vita, contemplazione. Ma è anche un film sul dolore, sulla perdita, dove gli esseri umani sembrano costantemente di passaggio in un contesto in perenne cambiamento. A volte funziona bene, altre volte resta un po’ sospeso, ma parliamo comunque di un film davvero molto bello, con un William H. Macy che, nel breve spazio che gli è concesso, ruba la scena. Lo trovate su Netflix.
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The Mastermind (2025): Kelly Reichardt è senza dubbio un’ottima regista (se non l’avete visto recuperate il bellssimo First Cow) e conferma il suo gusto per l’estetica in questa sua ultima fatica dal sapore retrò, spesso raccontata tramite un uso quasi completo della camera fissa. Siamo negli Stati Uniti di Nixon, quindi durante il Vietnam e i cambiamenti sociali post ’68: Josh O’Connor è un appassionato d’arte senza lavoro, che decide di mettere in piedi un piano per rubare quattro dipinti da un museo. Il colpo riesce, ma è il resto che va lentamente a rotoli, costringendo il protagonista a latitare in giro per gli States. La bellissima colonna sonora jazz e la sottile ironia di fondo (a partire dal titolo) lo rendono quasi un film dal sapore europeo, con qualche discreto richiamo a Melville, e la fotografia algida, quasi avvolta da una perenne foschia, sembrano un richiamo a ciò che fa il protagonista, sempre più confuso e improvvisato, come se non avesse idea delle conseguenze a cui portano le sue azioni. Manca quel guizzo forse, quell’idea che ti avrebbe fatto notare il racconto, più che la bellezza delle immagini. A ogni modo è piacevole e Kelly Reichardt riesce a inserire diversi livelli di lettura senza essere mai eccessivamente didascalica. Lo trovate su Mubi.
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Frankenstein (2025): Non sono mai stato un grande fan di Guillermo del Toro, lo sapete. Ne riconosco senza problemi la grandezza visiva, la capacità di creare immagini potenti, riconoscibili, quasi pittoriche, ma i suoi film, per un motivo o per l’altro, non mi hanno mai convinto fino in fondo. Purtroppo anche questo non fa eccezione. Salto direttamente alle conclusioni, non credo ci sia bisogno di menzionare la trama, no? Allora, visivamente è un film impressionante: scenografie, luci, colori. Ogni inquadratura sembra voler essere ammirata e questo è puro Del Toro. Il problema è che sotto questa superficie bellissima faccio sempre fatica a trovare qualcosa che mi prenda davvero, che mi emozioni al di là dell’occhio. A tutto questo si aggiunge una scelta che mi ha lasciato perplesso: la storia del romanzo di Mary Shelley viene modificata in modo piuttosto evidente. Non è tanto una questione di fedeltà (sono tanti i film che si discostano dall’opera letteraria), ma di senso. Il libro vive in una sorta di equilibrio tra ambizione, colpa, responsabilità, qui invece alcune deviazioni sembrano più funzionali all’estetica del regista che allo spirito di Shelley. Inoltre Oscar Isaac, nelle vesti di Victor Frankenstein, mi è sembrato eccessivo, quasi finto, respingente (e da un attore bravo come lui non me lo sarei mai aspettato). Al contrario Elordi, se è davvero lui l’irriconoscibile attore che si muove sotto montagne di trucco ed elementi prostetici, regala alla creatura l’umanità che l’ha resa un personaggio leggendario. Insomma, esattamente come mi aspettavo: un film bello da vedere, ma ancora una volta troppo distante dai miei gusti.
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2025-12-04

Capitolo 420: Il Cinema Non Va in Vacanza

Da che mondo è mondo, dicembre da sempre è il mese dei grandi recuperi di ciò che è uscito durante l’anno, al fine di poter stilare una Top 20 il più possibile credibile. Gran parte della lista è già pronta, più o meno, ma ogni anno c’è sempre una chicca che sbuca fuori all’improvviso e spariglia un po’ le posizioni (come accaduto l’anno scorso, con Fremont e Tatami visti proprio all’ultimo). Tra le cose che ho in programma di vedere nelle prossime settimane in previsione della Top 20 c’è sicuramente Sotto le Foglie di Ozon, il film di Jarmusch che uscirà il 18 in sala, Anemone di Day Lewis, Una Scomoda Circostanza di Aronofski, Bird di Andrea Arnold, Dreams di Haugerud (anche se andrebbe vista tutta la trilogia) e sicuramente altro (se avete suggerimenti scriveteli nei commenti, solo roba uscita in Italia nel 2025, in sala o su piattaforma). Detto ciò, prima di dedicarmi alle grandi manovre dicembrine, facciamo un passo indietro, con gli ultimi film visti a novembre.

After The Hunt (2025): Trovo sempre interessante vedere un film di Luca Guadagnino (almeno negli ultimi anni), anche i meno riusciti hanno sempre quel dettaglio, che può essere l’uso della colonna sonora o una particolare linea di dialogo (la citazione su Morrissey e gli Smiths mi ha fatto venire gli occhi a cuoricino), che vale la pena scoprire. A Yale una studentessa (Sidney di The Bear) accusa il professor Andrew Garfield di molestie, denunciando l’accaduto alla professoressa con cui sta facendo il dottorato, Julia Roberts (che è molto amica del collega). Il film è un bel po’ paraculo, Guadagnino non prende posizione su nulla, mostra solo una storia che, a seconda delle versioni, può farti parteggiare per l’una o per l’altra parte: oddio, in verità, vista soprattutto la posizione di potere dell’uomo, c’è solo una parte dalla quale stare (per quanto la ragazza sia abbastanza insopportabile). Una riflessione, da parte di un autore europeo, sulla zona di grigio che c’è tra un approccio e una molestia, un argomento sempre molto delicato e che, in particolare negli Stati Uniti, crea molta discussione. Il film non dà risposte, ma spunti di riflessione sì. Dimenticavo: che brava Julia Roberts! Se vi interessa, lo trovate su Prime Video.
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L’Amore Non Va in Vacanza (2006): Trovato in tv dopo esser tornato dal cinema per rivedere il film di Panahi (di cui ho già parlato durante la Festa del Cinema), ho pensato che, se proprio dovevo vedere qualcosa, per quella sera mi sarebbe andata bene una cosa così leggera. Scritto e diretto da Nancy Meyers (già autrice del simpatico What Women Want, tra gli altri), questa commedia romantica è una collezione di cliché salvata da un ottimo cast e da qualche idea simpatica. Dopo grandi delusioni sentimentali, la californiana Cameron Diaz e la britannica Kate Winslet decidono di scambiarsi casa durante le vacanze di Natale, grazie a un servizio online. La prima finisce nella brughiera inglese, dove incontrerà Jude Law, l’altra in una villa di Los Angeles, dove avrà come mentore Eli Wallach e come spasimante Jack Black. Al netto di qualche idea simpatica, la storia è talmente prevedibile e smielata da risultare quasi offensiva (alcuni tremendi monologhi sull’amore sembrano usciti da un libro della collana Harmony). Certo, presumo di non rientrare nel target di riferimento al quale questo film fosse destinato e, devo ammettere, quando vent’anni fa l’ho visto al cinema non ricordavo mi fosse sembrato così brutto, ma tant’è. Divertente il cameo di Dustin Hoffman, che quel giorno era passato sul set per caso.
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Pulse (2001): Chicca giapponese firmata da Kiyoshi Kurosawa, che in breve si è trasformata in un vero e proprio cult movie. Siamo nell’era della transizione tecnologica, ci siamo passati tutti, quando internet cominciava a entrare più o meno stabilmente nelle nostre vite e, di conseguenza, a renderci più soli nonostante fossimo ancora più connessi. Questa premessa però è solo la cornice di un film in cui la solitudine uccide (letteralmente), trasformando le vittime in fantasmi sbiaditi, più tristi che minacciosi (ad essere minaccioso, più che altro, è il brusio del modem 56k, che mi riporta a incubi lontani, ma questo è un altro discorso). A tratti è un horror, ma senza mai voler spaventare davvero: è più un’inquietudine che sale lentamente, soprattutto quando vedi quel nastro rosso intorno a porte e finestre (segno che là dentro non bisogna entrare). Un film che lascia addosso qualcosa di impalpabile, che però avverti anche nei giorni successivi alla visione. Bellissimo (lo trovate su Mubi, che grazie a questo link potete vedere gratis per 30 giorni).
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Eyes Wide Shut (1999): Quando fai zapping con il telecomando e ti trovi davanti ai titoli di testa di un film di Stanley Kubrick sai già come andrà a finire: te lo riguardi da cima a fondo. La last dance di Kubrick è un’odissea notturna in una Manhattan innevata, onirica, dove nessun sogno però è mai soltanto un sogno (chissà come sarebbe stato questo film se l’avesse girato David Lynch?). Tom Cruise e Nicole Kidman sono una coppia perfetta: belli, ricchi, felici. Una sera però la donna, dopo aver fumato erba, confessa al marito di aver fantasticato di scappare con un marinaio intravisto anni prima nella hall di un albergo. Questa fantasia getta Cruise nella totale confusione, in una notte in cui avrà a che fare con una paziente innamorata di lui, una bella prostituta e, soprattutto, una “festa” in maschera dietro la quale si nascondono segreti e orge. Quello del protagonista è un desiderio (non più tanto latente) di infedeltà, di ripicca sulla fantasia della moglie, in un pericoloso viaggio dove i desideri e i sogni non trovano però mai riscontri nel tangibile, restando sempre sottopelle. Cruise ha continuamente l’aria di uno che ha perso prima un taxi, poi la moglie, poi la bussola, in una sciarada in cui c’è qualcuno che muore davvero. Quell’ultima battuta poi, è la chiave di un film geniale, iconico, tratto da un romanzo breve di Arthur Schnitzler, Doppio Sogno, che a dirla tutta non è neanche particolarmente straordinario (al contrario di quest’opera di Kubrick che, diciamolo dai, è il miglior film di Natale di sempre).
••••½

The Stringer (2025): Ci sono immagini che abbiamo visto tutti, senza neanche sapere bene dove, come, quando. Tra queste, una delle più celebri del Novecento è senz’altro l’immagine in bianco e nero denominata Napalm Girl, in cui vediamo una bambina vietnamita correre spaventata dopo un bombardamento. Il documentario di Bao Nguyen racconta la storia di quella foto, attribuita al fotogiornalista dell’agenzia AP Nick Ut, che grazie a quello scatto vinse il Pulitzer e il World Press Photo, oltre a diventare un eroe in Vietnam, vista l’importanza di quella foto nel denunciare i disastri compiuti dall’esercito statunitense durante quella guerra. Il film tuttavia segue un’inchiesta secondo la quale il vero autore della foto, mai riconosciuto, è stato in realtà un freelance vietnamita, tale Nghe, che secondo molti testimoni e una straordinaria ricostruzione in 3D eseguita da uno studio forense, è il vero autore di quello scatto. Era lui dunque a meritare premi, fama, gloria eterna? Secondo il documentario la risposta è decisamente sì, anche se non manca il punto di vista opposto, in un film che alterna sapientemente materiale d’archivio e interviste a molti fotogiornalisti presenti sul luogo dello scatto, durante la guerra in Vietnam, compreso lo stesso Nghe, rintracciato dopo una faticosa ricerca. Bello e piuttosto appassionante (la scena della ricostruzione in 3D vale tutto il film), lo trovate su Netflix.
•••½

SERIE TV
Come sapete non sono un divoratore di Serie TV, ci sono troppi bei film da guardare, troppi viaggi da fare dentro una storia che comincia, si sviluppa e finisce in due ore per perdermi in mesi o anni di episodi spesso riempitivi e mediocri, di lavori fatti per essere cotti e mangiati, poi interrotti, ripresi, allungati spesso con sottotrame inutili. Ovviamente ci sono le eccezioni, ci mancherebbe (I Soprano, Breaking Bad, Twin Peaks, The Office, Game of Thrones e tante altre). Premesso ciò, che ho dovuto ribadire per rispondere a quanti mi scrivono dicendomi che parlo troppo poco di serie (spero che mi vorrete bene lo stesso), parliamo allora di serie! In questo periodo sono piuttosto attivo a dire il vero (attivo per i miei standard, si capisce) e dopo aver visto Mr Scorsese, di cui vi ho già parlato per bene nel Capitolo 419, ho cominciato addirittura altre tre cose. In ordine cronologico: Welcome to Derry si basa ovviamente sull’universo di IT, che ritengo il capolavoro di Stephen King, e non sarebbe neanche tanto male se non fosse tutto così ripetitivo e palese. Il primo episodio finisce addirittura con una scena davvero clamorosa e inaspettata, il punto è che si vede troppo: i mostri, ovvero le personificazioni delle paure dei bambini messe in atto da Pennywise, non lasciano davvero spazio all’immaginazione (cavolo, si vedono pure le gengive dei mostri!). Si sa, la cosa che fa più paura in assoluto è ciò che possiamo immaginare o temere accada e non è mai ciò che ci fanno vedere (Spielberg ce l’ha insegnato benissimo con Lo Squalo). Insomma, per farla breve, dopo tre episodi mi ha stufato e l’ho mollata.

Destino che invece non è accaduto a Pluribus, solo perché Vince Gilligan, dopo Breaking Bad e quell’altro capolavoro di Better Call Saul merita credito infinito. Devo dire che, al contrario di quanto sento in giro, ho faticato un po’ a guardare gli episodi di questa nuova serie, almeno fino al termine del quinto, che invece mi ha davvero preso. Ora sono molto curioso di scoprire cosa succede, dove vuole andare a parare. Per ora vedo solo un’enorme metafora dell’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle nostre vite, il nostro rapporto con essa e tutto il resto. Ma vediamo dove ci porta stavolta Gilligan.

Dulcis in fondo, bisogna parlare di Stranger Things 5. Ragazzi miei, ma che è sta roba? Ma vi ricordate cos’era la prima stagione di questa serie? Io ho ancora addosso la sensazione di brivido che ho provato quella notte, nella mia stanza, mentre seguivo le avventure di quei ragazzi e di quelle ragazze (altro grande esempio di cosa significa non far vedere il “mostro” per gran parte degli episodi). Che capolavoro è stata quella prima stagione? Un’opera irripetibile, il cui ricordo è quasi disintegrato dai primi episodi di questa quinta stagione, un carrozzone pop di citazioni messe là apposta per creare meme e contenuti social, insulsi plot twist, personaggi che agiscono in maniera sempre meno credibile. Addirittura il villain, Vecna, che nella quarta stagione sembrava davvero terrificante, ora è diventato un borghesotto affabulatore che rapisce bambini con le buone maniere (quelli di Netflix devono aver constatato che la stagione precedente faceva troppa paura per i ragazzini, non sia mai perdere una fetta di pubblico per fare qualcosa di cupo che però stava funzionando). Altra cosa: Holly Wheeler è insopportabile. Ovviamente vedrò anche i restanti episodi, quando Netflix avrà la bontà di farli uscire (altra cosa che non ho digerito è la maniera in cui sono state calendarizzate le puntate), ma ormai non mi aspetto più nulla.

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Pulse (2001) di Kurosawa
2008-11-20

Recensione “Factotum” (2005)

Tratto dal romanzo omonimo di Charles Bukowski, Factotum è un film particolare, intenso, sofferto: aggettivi che facilmente si potrebbero accostare alla figura dello stesso Bukowski, un artista che nella sua carriera ha stravolto volutamente il concetto di american dream, raccontando la quotidianità di un’America sofferente, disagiata, della quale si è sempre fatto cantore.

Henry Chinaski (alter-ego di Bukowski in gran parte dei suoi romanzi) è un aspirante scrittore che si dedica ad ogni tipo di lavoro pur di mantenere vivi i suoi sogni letterari. Tra un impiego ed un altro, Chinaski scrive: in ogni dove, in ogni momento appunta le sue sensazioni, le sue emozioni, sottoforma di racconti che puntualmente invia ad una casa editrice che però non gli dà mai soddisfazione. Unica consolazione è nell’alcool, un compagno d’avventura che lentamente porta il protagonista alla propria distruzione: l’unica donna che lo ama cerca il distacco e le sbronze che si susseguono gli fanno spesso perdere il lavoro (condizione riassunta perfettamente da una frase che il protagonista si appunta durante il film: “Lei andò via e io mi ubriacai per tre giorni e tre notti. Dopo la sbornia mi resi conto di aver perso il lavoro”). La sofferenza dell’uomo è nella totale consapevolezza del suo stile di vita, non accettato dalla società che lo circonda, ma al quale Chinaski è totalmente assuefatto; uno stile di vita che giorno dopo giorno gli impedisce di trovare la svolta per rendere la sua vita più dignitosa, più “normale”. Ma il punto è proprio questo: Chinaski non vuole essere normale, non vuole essere come gli altri, è un menefreghista, un masochista che lavora solo per poter coltivare la sua passione per la scrittura e per comprarsi un’altra bottiglia, noncurante di ciò che lo circonda.

La regia del norvegese Bent Hamer conferisce all’intera pellicola un ritmo lento, svogliato, un po’ come l’incedere del protagonista: una cornice adeguata che permette al regista di descrivere al meglio la personalità di Chinaski/Bukowski, interpretato da uno splendido Matt Dillon, ancora una volta sugli scudi dopo la tanto apprezzata interpretazione in Crash. Factotum è un film ammirevole, assolutamente valido, bellissimo per la sua capacità di riportare fedelmente sullo schermo il mondo di Charles Bukowski e dei suoi personaggi “maledetti”, delle strade americane fatte di sogni inseguiti e infranti, di speranze e di illusioni che spesso si riducono a pure utopie. Ma la frase finale del film, tratta dalla bellissima poesia Roll the Dice, è un lume acceso per il futuro: “Cavalcherai la vita alla ricerca della risata perfetta, è l’unica cosa buona per cui lottare”.

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2015-01-06

Recensione “I Origins” (2014)

Raramente mi sciolgo in lacrime davanti a un film. Certo, succede che ogni tanto abbia gli occhi lucidi, amo da morire quando ho la pelle d’oca, ma piangere è un evento più unico che raro. Il nuovo film di Mike Cahill, che già mi aveva emozionato con Another Earth, è riuscito nell’impresa di farmi passare l’ultima mezzora con i brividi fin sopra i capelli e i titoli di coda tra lacrime copiose. Un consiglio: per favore evitate di guardare il trailer e fidatevi sulla parola, se potete (incredibile come in due minuti e mezzo possano riuscire a rovinare e ad anticipare tutte le sorprese del film). Come nella pellicola precedente Cahill ci regala un altro bellissimo gioiello di fantascienza d’autore, dove a dominare la scena sono gli esseri umani e le loro emozioni (accompagnate dalle composizioni, particolarmente calzanti, dei Radiohead).

Ian Gray, studente di dottorato, sta svolgendo ricerche sull’evoluzione dell’occhio umano, elemento anatomico assolutamente unico in ogni individuo mai esistito. La sera di Halloween, durante una festa, si innamora degli occhi di una misteriosa ragazza mascherata la quale, dopo aver sedotto il ragazzo, fugge via nella notte. Nei giorni seguenti una serie di strane coincidenze conduce Ian dalla ragazza di quella sera, Sofi, con la quale comincia immediatemente una relazione passionale e appassionata, nonostante la differenza di mentalità tra i due: lui è uno scienziato ateo che basa tutto ciò in cui crede sui fatti, sulle prove; lei invece ha un’anima spirituale, sognatrice, che crede in tutto ciò che sfugge all’umana comprensione. Un incidente porterà Ian a rivoluzionare le sue certezze, minate da una scoperta che cambierà per sempre la sua vita.

Il tema portante del film è la contrapposizione tra scienza e fede, tra un universo basato sui fatti e un altro che vive di sensazioni, di connessioni prive di una vera logica. Il giorno in cui Ian e la sua assistente di laboratorio Karen scoprono che un verme cieco ha nel dna le caratteristiche per sviluppare la vista, Sofi parla della possibilità di trovare una luce dopo una vita avvolta dal buio: qui in realtà la ragazza sta parlando allo spettatore, ci sta dicendo di prepararci all’incredibile, perché è semplicemente qui che il dramma più avanti darà spazio alla fantascienza, lasciandoci totalmente inermi di fronte all’emozione. Se c’è un regista sul quale punterei tutti i miei soldi, questo è Mike Cahill. Il suo film metterà d’accordo atei e credenti: lasciatevi trascinare.

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2023-06-22

Recensione “Indiana Jones e il Quadrante del Destino” (2023)

L’incipit è trascinante: siamo nella Germania nazista, Indiana Jones come al solito è circondato da soldati nemici e si è ficcato inevitabilmente nei guai. C’è ironia, c’è un treno di opere d’arte trafugate, c’è ritmo, ci sono i buoni e ci sono i cattivi, è tutto talmente evidente e manicheo che è quasi perfetto: è praticamente l’essenza di Indiana Jones. Gli ottimi propositi tuttavia durano poco, perché purtroppo il film non sarà tutto così (sarebbe un miracolo). Mangold è bravo, ma prendere una saga dalle mani di Steven Spielberg e tentare di replicarne la verve, la visione, la gioia dell’immagine è una missione pressoché suicida. Quel che peggio, sembra non aver assolutamente compreso l’insegnamento che tutti abbiamo appreso proprio grazie ai film di Indiana Jones: certe reliquie non devono essere toccate, pena l’arrivo sul groppone di enormi macigni.

Siamo nel 1969. L’uomo è appena sbarcato sulla Luna e il professor Jones è ormai a un passo dalla pensione. Riceve dopo anni la visita della sua figlioccia Helen, che gli prende dalle mani un oggetto antico per poterlo rivendere a un’asta clandestina. L’oggetto in questione è una parte del quadrante del titolo, uno strumento creato da Archimede che, secondo la leggenda, consentirebbe a chi ne è in possesso di aprire varchi nel tempo e cambiare così la storia: neanche a dirlo, è un gingillo che fa gola soprattutto a un ingegnere tedesco e ai suoi scagnozzi che, già avrete capito, non sono tipi da rinnegare la svastica. Ed è così che parte l’ennesima avventura di Indiana Jones, sbattuto tra il Marocco, il Mar Egeo e la Sicilia, nel classico blockbuster giramondo dove l’ennesimo inseguimento da cartolina, lungo quindici minuti, a un certo punto riuscirebbe a far urlare anche un muto.

Phoebe Waller-Bridge, la grande novità di questo nuovo capitolo, è totalmente sprecata ma, quel che peggio, il suo personaggio è molto meno divertente di quanto ci si possa aspettare dalla protagonista del sorprendente Fleabag. Insomma, c’è ben poco da salvare in questo film, tra enigmi alla Dan Brown, un ragazzino-accollo che non aggiunge assolutamente nulla alla storia (il nuovo Shorty? Non proprio) e l’antagonista più inutile della storia di Indiana Jones (nonostante abbia le fattezze di un attore di alto livello come Mads Mikkelsen: anche lui evidentemente ha delle bollette da pagare). A condire il tutto, qualche cameo di vecchi amici e un paio di riferimenti al passato che strizzano l’occhio, con piacere, agli ex-bambini degli anni 80. “Questo dovrebbe stare in un museo!”, urla a un certo punto Harrison Ford: ecco, anche al suo Indiana Jones andrebbe messa una bella teca intorno al cappello e alla frusta, per lasciare che fortuna e gloria, eternamente, alimentino il suo mito. Senza toccarlo mai più, per favore.

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2020-11-28

Recensione “Mai Raramente A Volte Sempre” (2020)

Terzo lungometraggio della promettente regista indipendente Eliza Hittman, che dopo un premio per la regia ottenuto al Sundance con il precedente Beach Rats, aggiunge un mattone importante alla sua carriera con questo terzo film, vincitore dell’Orso d’Argento alla Berlinale dello scorso febbraio. Quello della regista newyorkese è uno sguardo vivido, tremendamente reale, incentrato su due adolescenti di provincia perse nella grande città e costrette a crescere in fretta. Il film si apre con una perfetta immersione nel piccolo paese di provincia della Pennsylvania, con una recita scolastica musicale in cui la giovane protagonista, Autumn, viene insultata ed “etichettata” durante una sua sentita e intensa performance. Capiremo ben presto il motivo degli atteggiamenti dei suoi insopportabili compagni: Autumn si sente continuamente a disagio, perché è sola ed è incinta. La ragazza non si sente pronta a diventare madre ed è ovvio, guardando il luogo in cui vive e il modo in cui le persone intorno a lei la trattano (compreso il viscido datore di lavoro). Unico supporto è quello di sua cugina Skylar, con la quale si imbarca in un’avventura verso New York, la città più vicina dove può liberarsi di un fardello così pesante senza dover affrontare una burocrazia piena di ostacoli, una famiglia piena di complicazioni (anche se solo accennate) e dottoresse che pensano di poter decidere per lei.

Autumn e Skylar sono due amiche un po’ atipiche, non le vediamo mai abbracciarsi nonostante la situazione richieda calore umano, oltre che supporto psicologico, e quasi mai davvero complici (se non in una meravigliosa scena in cui le loro mani si sfiorano per darsi coraggio in una delle scene più intense del film), eppure la chimica tra le due è perfetta, funziona in ogni scena, è limpida e reale. La macchina da presa ad ogni modo è sempre su Autumn, resta con lei quando Skylar si allontana, si sofferma sulla spaventosa intervista alla quale la ragazza si sottopone dalla psicologa della clinica per abortire (le cui opzioni di risposta danno il titolo al film) ed è ancora con lei mentre si sottopone all’intervento.

Mai Raramente A Volte Sempre tuttavia non è un dramma straziante, nonostante sia un film molto forte: è la storia di due ragazze costrette a diventare grandi in pochi giorni, è uno sguardo singolare sulla provincia americana (nonostante gran parte del film si svolga a New York) e su cosa significhi essere adolescenti negli Stati Uniti di oggi, raccontandoci la fragilità, la vulnerabilità e al tempo stesso la straripante forza interiore di un’età che non smetterà mai di fornire magnifico materiale per queste nostre amate storie da grande schermo.

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2017-06-26

Twin Peaks 2017: Le Origini del Male (Episodio 8)

L’Episodio 8 ha circa 15 minuti quasi convenzionali (convenzionali se si parla di Twin Peaks, ovvio) e i restanti 45 davvero molto complicati da raccontare. Una puntata decisamente non classificabile, forse folle, forse geniale, ma davvero difficile da comprendere. L’apertura è dedicata alla fuga del Cooper malvagio: è in auto con Ray, e sappiamo da uno dei primi episodi che il Doppelganger vuole far fuori il ragazzo (lo abbiamo scoperto quando Cooper soffoca la ragazza sul letto del motel). Approfittando di una sosta, Cooper prova a uccidere Ray, ma questi lo anticipa e gli spara più colpi. Sul corpo insanguinato del demone compaiono degli uomini neri, uno dei quali avevamo già visto in un paio di occasioni nei precedenti episodi (nella cella accanto al preside della scuola e nell’obitorio). Va detto che questi personaggi sono decisamente simili al barbone di Mulholland Drive, un dettaglio che dà seguito alle teorie secondo le quali il film del 2001 è ambientato nello stesso universo di Twin Peaks. Gli uomini neri, dicevamo: questi si accalcano intorno a Cooper, gli spargono il sangue sul volto, lo toccano, estraggono dal petto una sorta di gelatina con al suo interno nientepopodimeno che il viso di Bob sghignazzante. Ray fugge terrorizzato, telefona ad un certo Phillip (Jeffries?) spiegandogli che Cooper dovrebbe essere morto, ma che se non dovesse esserlo, lo potrà raggiungere alla “Fattoria”. Cooper ovviamente si risveglia: è vivo.

La storia prosegue con un live dei Nine Inch Nails (!) al Roadhouse. Qui finisce la parte comprensibile di questo ottavo episodio e cominciano videoarte e tutto il resto. Da qui in poi la scena sarà quasi interamente in bianco e nero. Siamo nel luglio del 1945, nel deserto del New Mexico vediamo un fungo atomico (la data e il luogo corrispondono al celebre Test Trinity, la prima detonazione di un’arma nucleare, due settimane prima delle bombe su Hiroshima e Nagasaki). Il fungo atomico genera al suo interno una creatura che a sua volta vomita una gelatina con molte uova (forse la garmonbozia, il dolore e sofferenza di cui si nutrono i demoni?), oltre alla gelatina vista prima con all’interno il volto di Bob. Sempre nel New Mexico, ma nel 1956, da una delle uova esce uno strano insetto, mentre un gruppo di uomini neri (che sembrano esser stati generati da quella curiosa esplosione del ’45) dapprima aggredisce due passanti, quindi uno di loro penetra in uno studio radiofonico e, dopo aver interrotto i Platters (il cui chitarrista si chiamava David Lynch…) e ucciso due impiegati, ripete alla radio una stramba litania che fa svenire chi la ascolta: “Questa è l’acqua, questo è il pozzo: bevi fino in fondo e calati. Il cavallo è come il bianco degli occhi e oscuro all’interno”. Lo strano insetto di cui sopra intanto si introduce nella bocca di una giovane donna: non prevedo niente di buono. Gli uomini neri sembrano uscir fuori da una sorta di mini market e, come mi dicono i colleghi amici più informati di me, anche in Fuoco Cammina Con Me gli spiriti si riunivano in una stanza proprio sopra un convenience store.

Una piccola parentesi. Secondo alcune teorie la giovane donna potrebbe essere Sarah Palmer da giovane. Nel ’56 la ragazza dimostra circa 15 o 16 anni e l’attrice che interpreta Sarah Palmer è nata nel 1941, quindi le date coinciderebbero. Inoltre ci potrebbe essere un legame tra il cavallo bianco nominato nella litania e lo stesso animale più volte apparso alla madre di Laura (ma questo legame è un po’ forzato, lo ammetto). E poi, come affermano sempre i miei amici, se così non fosse, perché spostare l’azione dal 1945 al 1956? Solo per farci ascoltare i Platters? Non credo (edit: a distanza di giorni si fanno molto insistenti le voci che fanno riferimento alla Signora Ceppo: la ragazza che ingoia il misterioso insetto è dunque una giovane Margaret? Vedremo).

Nel mondo parallelo intanto (la Loggia Bianca?), il Gigante viene a conoscenza della “nascita” di Bob. Preoccupato, comincia a levitare e genera dal suo cervello una sfera dorata con al suo interno il viso di Laura Palmer. Una dama elegante, la Senorita Dido (come leggiamo sui titoli di coda), bacia la sfera e la lancia in una sorta di tubo che si preoccuperà di ricollocare la sfera dorata sulla Terra, in un punto che inequivocabilmente corrisponde a Twin Peaks. Non sembrano esserci molti dubbi sul fatto che il Gigante abbia creato Laura Palmer per fronteggiare Bob, in un’ennesima variazione sul tema “Bene contro Male”: uno scontro di cui conosciamo fin troppo bene l’esito. Tra l’altro una sfera dorata aveva già fatto la sua comparsa nel momento in cui il Cooper buono aveva preso il posto di Dougie: la pallina era stata raccolta da Mike, all’interno della Loggia Nera.

L’esplosione atomica del 1945 è stata dunque l’origine del male che abbiamo visto in Twin Peaks? Così sembra. Curioso inoltre il fatto che nei precedenti episodi, nell’ufficio dell’FBI, dietro Gordon Cole è appeso un manifesto raffigurante proprio un fungo atomico. Ora, chiunque volesse provare a dare una spiegazione a questo episodio può accomodarsi. Ora ci aspettano due settimane di domande: chi sono gli uomini neri (nei titoli di coda uno di loro è citato come Woodsman, l’uomo del bosco)? Che rapporto c’è tra Phillip Jeffries e Cooper? Che ne sarà della ragazza con la rana-mosca in bocca, si tratta davvero di Sarah Palmer? La cosa certa è una: quello che David Lynch ha mostrato in questo episodio è una nuova frontiera dello show televisivo. Nessuno ha mai osato tanto, nessuno si è spinto così oltre ed è naturale chiedersi cosa succederà ancora nei restanti episodi (tra due settimane saremo esattamente a metà stagione). Avrei bisogno di un po’ più di normalità, ma chi sono io per chiedere tanto a David Lynch? La prossima settimana niente Twin Peaks, lo show ritorna tra due settimane e, mentre noi saremo qui a formulare teorie assurde, Lynch ci osserva e se la ride, dall’alto della sua onniscienza. Due settimane per una nuova puntata. Ce la faremo? Nell’attesa abbracciamoci forte e cerchiamo di sostenerci a vicenda.

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Vai alla recensione dell’episodio 9

#3x08 #analisi #atomica #canzone #commenti #cooper #personaggi #recensione #significato #spiegazione #twinPeaks #twinPeaks3

twinpeaks3x08
Stefano Giolo - staipa.itstaipa@mastodon.uno
2025-11-10

Nei commenti vince chi urla, non chi capisce. Ecco perché: rimozione della responsabilità personale, hindsight bias, proiezione, Dunning–Kruger, dissonanza cognitiva e dopamina della rabbia.
E come uscirne: filtro 30″, domanda - sentenza, regola 1–2–3, strumenti pratici su Facebook/WhatsApp/YouTube.
@tecnologia

youtube.com/watch?v=PxaJEzhWRHE

#usoConsapevoleDellaTecnologia #social #commenti #salutementale #facebook #whatsapp #HateSpeach

2025-11-09

Capitolo 418: A House of Cinema

Novembre. Le temperature si abbassano. Plaid, divano, pantofole torna ad essere il tridente ideale del mio schieramento autunnale, periodo florido per quanto riguarda le visioni casalinghe. Tutti i film di questo capitolo infatti li ho visti tra le mura di casa, tranne Bugonia, che invece ho visto in quell’altra “casa” del Cinema Troisi alle 13.30, orario per me comodissimo in quel dato giorno, un’offerta che non propone nessun’altra sala a Roma (e forse in Italia). Come dico sempre: quanto mi sarebbe piaciuto avere il Cinema Troisi nei miei anni da studente, con le sale studio aperte 24 ore su 24 e una programmazione spettacolare che alterna, dalla mattina alla sera, film usciti ora con classici del passato (tutto rigorosamente in versione originale). Quanto mi piace andare al cinema tra quelle mura. Dopo questo endorsement al Troisi, di cui evidentemente non hanno bisogno, passiamo a parlare dei film di questa settimana.

Splash – Una Sirena a Manhattan (1984): Terzo film da regista per Ron Howard, praticamente una sorta di versione romantica di ET, solo che al posto dell’extraterrestre c’è una sirena e al posto del ragazzino adolescente c’è Tom Hanks che vuole andarci a letto. Nel 1984 Daryl Hannah (la sirena) aveva da poco interpretato la replicante in Blade Runner, Tom Hanks invece aveva alle spalle un solo film da protagonista (Bachelor Party, me lo voglio vedere!). In breve: Hanks cade in acqua, viene salvato da una donna bellissima, i due si innamorano, lei però è una sirena (quando entra a contatto con l’acqua le gambe si trasformano in coda di pesce). Ovviamente quando la cosa diventa di dominio pubblico, lei sarà inseguita da militari e scienziati che la vogliono studiare (tra cui inizialmente anche Eugene Levy, il padre di American Pie). Carino, c’è anche un ottimo John Candy (che ha le battute più divertenti), ma al di là del male gaze per una Daryl Hannah mozzafiato non resta molto altro.
••½

A House of Dynamite (2025): Kathryn Bigelow realizza l’incontro ideale tra il Dr Stranamore e WarGames, senza però la spassosa ironia del primo né l’avventura adolescenziale del secondo. Il film si svolge in 19 fatali minuti, dilatati però in due ore per mezzo del cosiddetto effetto Rashomon, che ormai va moltissimo di moda (ovvero raccontare una stessa storia attraverso il punto di vista di diversi personaggi). Un giorno come un altro, una testata nucleare è in viaggio verso gli Stati Uniti da un Paese non chiaramente identificato: in meno di 20 minuti potrebbe raggiungere una città e sterminare dieci milioni di persone. L’emergenza ovviamente è totale, dal Pentagono fino al Presidente sono tutti impegnati a capire come fermare questo missile, come rispondere, come comportarsi. Lo scenario, non così distopico come si può pensare, è spaventoso, e la storia regge, nonostante qualche calo di tono nella parte centrale. Lo trovate su Netflix e, al di là di tutto, è un bel film.
•••½

Good Boy (2025): Tra tanti attori cani, finalmente un bravissimo cane attore (forse l’unica cosa davvero bella del film, oltre all’idea alla base). Un uomo, in compagnia del suo bellissimo retriever, si trasferisce nella casa di campagna dove il nonno è morto in circostanze misteriose. Il film è visto esclusivamente attraverso il punto di vista del cane, Indy, l’unico ad avvertire una presenza maligna all’interno della tenuta. La storia è un po’ ripetitiva e neanche particolarmente coinvolgente, ma potrebbe però rivelarsi un’enorme metafora. In effetti, dopo aver letto qualche recensione in giro mi domando: ma solo io ho visto la presenza maligna come appunto una metafora di una malattia terminale? Questo darebbe senso a tutto il carrozzone. A ogni modo, Indy è davvero strepitoso, muori dalla voglia di rassicurarlo e abbracciarlo, il resto invece gira intorno a parecchi cliché. Idea strepitosa, forse un po’ sprecata.
•••

Bugonia (2025): Remake di un film sudcoreano del 2003 (Save The Green Planet! film d’esordio di Jang Joon-hwan), sembra il pane giusto per i denti di Yorgos Lanthimos, uno che con l’assurdo e il grottesco ci mangia a colazione. Emma Stone, una delle donne più potenti del mondo e capo di un colosso farmaceutico, viene rapita da due goffi e idioti cugini, convinti che la donna faccia parte di un piano alieno per distruggere la Terra. Tra torture e conversazioni grottesche, la storia scorre che è un piacere, diverte, non ha tempi morti e gode di due interpretazioni incredibili. Questo per dire che mi è piaciuto, è principalmente un film di intrattenimento dietro al quale c’è una riflessione non banale sul potere e soprattutto sulla società in cui viviamo. Emma Stone è stupenda anche senza capelli e, neanche a dirlo, è come sempre strepitosa, nei piccoli dettagli dell’interpretazione, nelle sfumature del viso, nei gesti. Jesse Plemons è talmente bravo a fare come al solito il pazzo che cominci a pensare che sia davvero questa la sua comfort zone. Non è un film incredibile, ma ha tutte le carte in regola per farti trascorrere un paio d’ore di ottimo cinema. Bello!
•••½

Opera (1987): Quando vidi da bambino questo film di Dario Argento, ricordo che rimasi abbastanza terrorizzato da quegli spilli che l’assassino poneva sotto le palpebre della protagonista per obbligarla a vedere i suoi omicidi. Quasi quarant’anni dopo resta una delle trovate più interessanti del film, oltre all’uso dei corvi e a un bellissimo utilizzo della steadycam. Non c’è molto altro, purtroppo, nella storia di questa compagnia d’opera lirica intenta a mettere in scena il Macbeth di Verdi, mentre viene presa di mira da un assassino che sta decimando la crew. Ovviamente con alcuni omicidi sul groppone lo spettacolo va comunque avanti, non sia mai. Nella fiera dell’incongruenza e della scarsa attinenza alla realtà, si salvano davvero solo alcune trovate registiche, che ricordano l’Argento del decennio precedente. Se alcuni film invecchiano male, questo sembra avere tipo 200 anni e, cosa peggiore, sembra scritto da un ragazzino alle prime armi. Lo potete vedere su Prime, se proprio ci tenete.
••

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#aHouseOfDynamite #bugonia #Cinema #commenti #daVedere #diCheParla #film #goodBoy #opera #recensione #spiegazione #splash

Stefano Giolo - staipa.itstaipa@mastodon.uno
2025-10-27

“Se l’è cercata”: bias, rabbia e sentenze facili spiegate bene

Nei commenti vince chi urla, non chi capisce. Ecco perché: rimozione della responsabilità personale, hindsight bias, proiezione, Dunning–Kruger, dissonanza cognitiva e dopamina della rabbia.
E come uscirne: filtro 30″, domanda - sentenza, regola 1–2–3, strumenti pratici su Facebook/WhatsApp/YouTube.

youtube.com/watch?v=PxaJEzhWRHE

#usoConsapevoleDellaTecnologia #social #commenti #salutementale #facebook #whatsapp #HateSpeach

2025-10-22

Festa del Cinema 2025: Sono Solo Film

Cronache dall’Auditorium (Martedì 21 Ottobre)
Ricordate quando lunedì sera scrissi che martedì avrei preso un giorno di pausa? Scherzavo! In realtà un fondo di verità c’è stato. Ieri ho recuperato un po’ di sonno e saltato le proiezioni del mattino, anche perché mi sembrava che non ci fosse nulla da togliermi il sonno. Sono sceso all’Auditorium alle 15.30 per un indie statunitense di quelli che piacciono a me, che mi fanno venire voglia di girare film. Mad Bills To Pay (Or Destiny, Dile Que No Soy Malo) di Joel Alfonso Vargas è uno di quei film composti da inquadrature fisse, all’interno delle quali si muovono i personaggi: è la storia di Rico, un ragazzo di 19 anni che vive nel Bronx e vende bibite sulla spiaggia. Accidentalmente, Rico mette incinta la sua ragazza Destiny, che viene cacciata di casa e si ritrova a dover vivere a casa del ragazzo. Di fronte a spese sempre più grandi e le continue divergenze con sua madre e sua sorella, Rico è costretto a crescere in fretta e prendersi le sue responsabilità, se vuole diventare la persona che sogna di essere. Lo sapete quanto mi piacciono i film indipendenti, girati in ambienti reali, con persone reali, attori esordienti o quasi e una montagna di cuore, anima, amore per le storie, per il cinema. Non è un film perfetto, tutt’altro, ma da parte mia sentirete solo sostegno per questo tipo di cinema. Bello, mi è piaciuto e per fortuna ha giustificato il fatto di essere venuto alla Festa del Cinema appositamente per questo film. La giornata è stata talmente breve da dover accorpare le cronache di ieri a quelle di oggi, quindi continuiamo il racconto e spostiamoci direttamente a mercoledì.

Cronache dall’Auditorium (Mercoledì 22 Ottobre)
Alla Festa del Cinema ormai le cose vanno così, già da qualche anno. Quando avevo qualche anno in meno e qualche capello in più, trascorrevo praticamente le giornate all’Auditorium, guardandomi anche quattro o cinque film, poi tornavo a casa, scrivevo recensioni, montavo video, dormivo il minimo sindacale e la mattina dopo ero di nuovo là. Come facevo, non ne ho idea. Ora le cose sono un po’ cambiate, anche perché lì al Parco della Musica ci sono due sale in meno rispetto ai primi anni, anzi tre, contando pure la Santa Cecilia: questo significa meno repliche, meno possibilità di costruirsi un calendario più folto ma anche più comodo. Ma le cose sono cambiate anche perché, come dicono a Cantù Cermenate, “non mi regge più la pompa”: quel che voglio dire è che, prima dell’inizio della Festa, preparo un calendario di proiezioni che ho intenzione di seguire e i propositi sono sempre ottimi. Poi però i giorni vanno avanti, la stanchezza si accumula e comincia a pensare: “Dai, questo film portoricano me lo potrei evitare”, oppure “vabbè ma alla fine questa storia mi interessa davvero?”. Una volta entrata una domanda del genere in testa, è difficile poi tornare indietro, la cosa più facile da fare è andare sul famigerato Boxol e cancellare la prenotazione per quel film. E guadagnare così due-tre ore in più per stare a casa a scrivere, a lavorare, a occuparti della tua vita normale. Ora siamo entrati in quella fase, quella appunto in cui cominci a cercare i trailer dei film che ti restano da vedere per capire se ne vale la pena (a volte, come nel caso del film di ieri, decisamente sì). Non c’è stato bisogno di farsi alcuna domanda però stamattina, né di sentire il bisogno di guardare alcun trailer: alle 8.45 infatti ero puntualmente seduto in sala Sinopoli in attesa dell’inizio della Palma d’Oro di Cannes, It Was Just an Accident di Jafar Panahi, un regista che amo, di cui ho visto tutto quello che avevo modo di vedere. Anche stavolta il regista iraniano gira il film in totale segreto, senza permessi, e anche stavolta realizza qualcosa di stupendo, una riflessione profonda sul ruolo di vittima e carnefice, sull’umanità, sulle conseguenze che ha ogni azione. Il film si apre sull’interno di un’automobile di notte: al volante c’è il padre di una famiglia composta da moglie incinta e una bambina vispa e solare. Improvvisamente l’uomo investe un cane e questo piccolo incidente procurerà un piccolo danno all’auto, che dovrà fermarsi per una riparazione improvvisa. Da qui comincia una serie di eventi che porterà l’uomo ad essere rapito e a circondarsi di aguzzini pronti ad eliminarlo: ma perché? Chi è quest’uomo? Cosa è successo anni prima? Lo scoprirete guardando questo film straordinario: sarà in sala il 6 novembre e non potete assolutamente perdervelo.

Dopo il film di Panahi decido di tornare a casa, sempre per quel discorso di prima. Cancello la prenotazione per il film portoricano delle 15 (che forse non era neanche tanto male, ma pazienza) e, con il viso vicino alla finestra, osservo la pioggia che cade. Alle 19.30 ho un altro film, ma vale davvero la pena prendere di nuovo l’auto, scendere all’Auditorium, guardarsi un film di cui sai poco o nulla e poi tornare a casa dopo le 22, senza aver mangiato? Davvero: chi ce lo fa fare? Eppure, alle 19.30, eccomi seduto là, al Teatro Studio, in attesa della proiezione. Deve esserci qualcosa che non funziona in noi, noi malati di cinema intendo, qualcosa di irrazionale, che non puoi spiegare. Perché come lo spieghi alle persone tutto questo sbattimento? Sono solo film! O forse no.

Our Hero Balthazar, esordio di Oscar Boyson, racconta ciò che già sappiamo abbastanza bene: cioè che gli statunitensi, fondamentalmente, sono un popolo di pazzi violenti e ossessionati da armi e social media. Un ragazzo, per far colpo sulla compagna di scuola (che è un’attivista contro le armi), decide di partire da New York verso il Texas per convincere un tipo, con cui aveva avuto alcuni scambi su instagram, a rinunciare al suo proposito di entrare in una scuola e sparare a tutti. L’idea di base, per quanto fuori di testa, non sarebbe neanche male, ma è davvero difficile star dietro a un protagonista così insopportabile. Se il film mi è piaciuto? Così così. Se ne è valsa la pena andarlo a vedere? Decisamente (anche perché seduto alle mie spalle c’era Abel Ferrara!). Con questo stiamo a quota 18 film in una settimana, non c’è male come media: ah, ovviamente 18 film soltanto alla Festa del Cinema, perché altri 3 li ho visti a casa la sera, per non farmi mancare nulla. Sì, lo so, sono solo film. Ma non credo che supereremo mai questa fase.

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2025-10-21

Recensione “Nouvelle Vague”: Fino al Primo Respiro

4 maggio 1959. A Cannes, per la prima volta, viene presentato al pubblico I 400 Colpi di Truffaut, inizio folgorante di una carriera straordinaria. Tra gli spettatori c’è un collega, Jean-Luc Godard, anche lui come Truffaut scrive di cinema sui Cahiers du Cinema. Sulle lenti dei suoi inseparabili occhiali da sole si riflette il finale del film, con Jean Pierre Leaud che cammina sulla spiaggia. Basterebbe questa scena, da sola, a rendere Nouvelle Vague di Richard Linklater un film degno di essere visto. Ha perfettamente senso, a pensarci, che uno dei padri del cinema indie statunitense, cresciuto a pane e cinefilia, realizzi una dichiarazione d’amore a quella passione che lo ha nutrito sin da giovane e che l’ha reso, oggi, uno dei registi più innovativi e apprezzati del suo tempo. Ma il suo ultimo film non è un omaggio, assolutamente no: è il desiderio di trascorrere del tempo in giro con quelle persone, con Truffaut, Godard, Chabrol, Rivette e tutto il resto della compagnia, talmente folta che a tratti si fatica a memorizzare ogni volto, ogni nome. Come se Linklater fosse il protagonista di qualcosa come Midnight in Paris, e che invece di tornare nella Parigi degli anni 20, fosse stato catapultato (e noi con lui) in quella del 1959, nel momento in cui Godard decide che è arrivato il momento di esordire alla regia di un lungometraggio.

Il film ripercorre tutte le fasi che hanno portato alla nascita di Fino all’Ultimo Respiro: il bisogno di dirigere un film, la scelta della sceneggiatura (firmata proprio da Truffaut), il casting e tutta le pre-produzione, fino ai venti giorni che hanno segnato una fase di riprese che avrebbe rivoluzionato per sempre le regole di fare cinema, allo stesso modo del montaggio (“Saltate! Saltate tutto quello che non serve!”, l’ordine che darà vita alla tecnica del jumpcuts). Linklater ci catapulta su quelle strade, con Belmondo e Jean Seberg in giro per Parigi a rubare scene, quasi a improvvisare battute e movimenti (“Dammi un Bogart”, l’indicazione del regista, che avrebbe dato vita a uno dei gesti più celebri della Nouvelle Vague francese).

Nouvelle Vague è pura cinefilia: come si fa a non emozionarsi quando Jean Seberg mostra a Jean Paul Belmondo come ballano negli Stati Uniti, quello stesso ballo che Godard mostrerà in uno dei suoi film successivi, Bande à Part, in una delle scene più iconiche del suo cinema? O quando lo stesso Godard chiede a Belmondo di citare una frase qualunque di Casablanca mentre parla con Jean Seberg? Chi ama il cinema ama la Nouvelle Vague e chi ama la Nouvelle Vague amerà il film di Linklater. Il sillogismo dunque è semplice: chi ama il cinema, non potrà non innamorarsi di questo film.

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Poster di Nouvelle Vague di Richard Linklater

clanker youtubici rompono la quiete in modo sempre più metallico

È semplicemente da non credere che sono ormai anni e anni (e ho perso il conto di quanti) che su YouTube c’è il problema degli spammer e, anziché migliorare peggiora sempre di più! #YouTube è un’impresa che si regge interamente su un datamining inquantificabilmente grosso — per i video consigliati, per controllare che i video caricati non violino i ToS, per servire le pubblicità figuriamoci… — ma quegli scemi che ci lavorano non saranno capaci di contrastare commenti di spam che si vede lontano un miglio sono spam! (E poi, intanto, i commenti legittimi vengono rimossi per errore; Louis Rossman si lamenta continuamente di ciò, e vorrei ben vedere altrimenti.) 😵‍💫

La cosa peggiore è che ormai, negli ultimi mesi, questi clanker sono diventati persino aggressivi! Mazonna ragassi, prima l’approccio di questi affari era solo o completamente distaccato dal video, facendo off-topic totale per veicolare il proprio messaggio, o falsamente positivo, quando profili con la foto di un culo di fuori (e qualche volta anche altro, in una maniera che sarebbe violazione delle norme della community se fotogrammi del genere fossero all’interno di video, ma le regole sono scritte a cazzo e quindi per le foto profilo non vale) scrivono (in un italiano rotto e palesemente tradotto a macchina da un’altra lingua) semplicemente complimentando il video in modo irrealistico… Adesso, invece, puntano sull’offendere il creatore del video preso di mira o i suoi fan, insinuando che i propri video sarebbero meglio, cosa che dimostra (negli umani marci che li hanno programmati e/o ordinati) una estrema mancanza di rispetto e un ego largo quanto una fottuta mongolfiera… 💔

Ma dove cazzo andremo a finire??? Questo l’ho beccato addirittura sotto un video di Kurzgesagt ieri (ora sembra essere sparito), e ha il coraggio di dire “I video che posto sono molto meglio di quelli di Kurzgesagt, Kurzgesagt non può essere comparato a me [e lo dice immediatamente dopo aver fatto esso stesso un paragone; porca puttana, impara a usare la lingua umana oppure taci!], io sono molto meglio“… E potrei capire critiche politiche a Kurzgesagt, ce ne sarebbero molte da fare riguardo il conflitto di interessi, ma sminuirne la qualità è completamente disonesto intellettualmente e non trova alcun riscontro nella realtà! 🥴

Di questo esempio qui (ma ce ne sarebbero tanti altri), già la foto profilo palesemente generata con IA dice tutto, ma aprendo il canale la situazione peggiora. Si vede innanzitutto un video interamente generato dall’intelligenza artificiale (lo si nota dalla copertina, e dal guardare i primi 2 secondi; non di più, altrimenti verrebbe contata la visualizzazione), che da contesto + titolo si deduce chiaramente essere privo di senso (quale valore intrinseco può mai avere un video “primo video sul canale!!!” creato da un’IA generativa, cioè un video dal senso unicamente personale creato da qualcosa che non è una persona?)… ma c’è di mezzo pure un trucchetto tecnico che ha colto persino me alla sprovvista. Il canale che ha caricato il video, che in qualche modo ha pure superato i 20mila iscritti (poveri noi…), non è lo stesso che ha spammato con il commento, che è invece palesemente usa e getta… il video è fissato sul profilo, altrimenti vuoto, usando una playlist dal nome cortissimo, che non si nota. 🤯

Ormai siamo a livelli esagerati: sfruttando il fatto che i coglioni che gestiscono questa piattaforma hanno ormai da anni eliminato tutta la moderazione umana, ritenendo erroneamente che si possa delegare tutto all’intelligenza artificiale, questi spammer mettono in atto trucchetti così beceri come separare il canale effettivo da uno usato per spammare; così, se quest’ultimo viene fatto fuori (non si sa come, visto che il tasto segnala per i commenti è a tutti gli effetti finto; se l’intelligenza artificiale deve bloccare un commento lo fa solo al momento in cui questo viene inviato), i malintenzionati non hanno perso in realtà niente. Ah, per giunta, ho come il presentimento che il canale su cui stanno i video di merda (che sono una manciata, e partono da quasi un an anno fa) sia in realtà rubato, perché esiste almeno da 3 anni prima… e pubblicava video di cucina… in arabo. 😶

E ancora, sui video merdosi i commenti sono disattivati, perché il rischio che arrivi gente a scrivere la verità è tosto… mentre sui video vecchi, originali, la gente ovviamente ride (ma ci sarebbe da piangere). E questo senza neanche parlare dello schifo che fa per aver caricato un video “I am sick with cancer, pray for me 😭😭“, essendo, appunto, un ammasso di sola ferraglia e non materiale biologico…

Non molti anni fa si diceva “Susan porco**io (in inglese “Susan I swear to god“) per inveire contro colei che all’epoca era la CEO di YouTube. Poi lei è morta, e al suo posto arrivò un tizio dal nome evidentemente meno memorabile (non in quest’ordine), e adesso questa cosa non si dice più, ma il problema dello spam continua ad esistere come lo ha sempre fatto e, per l’appunto, forse anche peggio di prima. A onor del vero, quelli che cercavano di truffare includendo numeri di telefono scritti in caratteri unicode nel nome non ne vedo più da un po’… ma, ammesso siano stati davvero bloccati, e non che siano spariti semplicemente perché la tecnica di spam è diventata vecchia, è solo un’ammaccatura al problema e non una soluzione. Quanto stracazzo ODIO Alphabet Inc.!!! 😫

#clankers #commenti #comments #spam #spammers #YouTube

2025-08-18

✨ Tra le cose che ho imparato ✨
C’è stato un in cui ho messo in pausa tutto: , , . Mi sono persa… e poi mi sono ritrovata.
Oggi Blodiario 2.0 è la mia rinascita: , , , viaggi e quella promessa fatta a me stessa di non rinunciare mai più a ciò che amo. 💪💖

➡️ Se anche tu hai mai dovuto ricominciare da , raccontamelo nei !
Leggi qui la mia completa 👉 blodiario.wordpress.com/2024/0

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