#francese

Notizie Italianenotizieitaliane
2025-10-17

Giornata Mondiale della traduzione

Buongiorno, amici di Perfettamente Chic! Oggi, mentre sorseggiate il vostro caffè o il tè della mattina, vi porto in un viaggio davvero speciale: quello della Giornata Mondiale della Traduzione, o come si dice elegantemente in inglese,

International Translation Day

Una giornata tutta dedicata a chi ci permette di capire il mondo, un dialogo alla volta, parola per parola.

Ma prima di tutto: quando si celebra e perché proprio questo giorno? Il calendario segna il 30 settembre. La scelta non è casuale: questa data coincide con l’anniversario di San Girolamo, il santo patrono dei traduttori. Girolamo, vissuto nel IV secolo, è famoso per aver tradotto la Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino, dando vita alla celeberrima Vulgata. Insomma, un vero maestro del “parola per parola”!

Dove si festeggia? In tutto il mondo! Dalle grandi conferenze internazionali alle piccole scuole di lingue, dai traduttori freelance nelle loro accoglienti scrivanie ai poliglotti che si ritrovano online per brindare alle lingue. Ovviamente, ogni Paese porta il suo tocco particolare:

  • in Spagna si fanno incontri con letture teatrali,
  • in Cina si organizzano gare di traduzione simultanea, mentre
  • in Canada si celebra con eventi bilingue che fanno invidia a qualsiasi festival culturale.

Ma chi ha deciso di istituire questa giornata?

È stata promossa dall’International Federation of Translators (FIT) nel lontano 1953, ma la celebrazione ha preso davvero piede solo negli anni successivi, diventando un momento ufficiale di riconoscimento per tutti i professionisti delle lingue, interpreti e traduttori. Un’occasione per ricordare quanto il loro lavoro sia fondamentale: senza traduttori, buona parte dei libri, film, serie TV e persino dei meme internazionali sarebbero… incomprensibili!

E parlando di curiosità, sapevate che

  • in Giappone c’è chi colleziona dizionari rari come fossero opere d’arte, o che
  • in Germania esiste un concorso per tradurre poesie impossibili da una lingua all’altra, con premi che comprendono cioccolato, libri e persino… viaggi linguistici?

E non dimentichiamo l’ironia di chi si trova a tradurre giochi di parole intraducibili: immaginatevi il traduttore di un cartellone pubblicitario che cerca di rendere divertente una battuta locale senza far piangere di noia chi legge dall’altra parte del mondo!

In Italia💚🤍❤️, la Giornata Mondiale della Traduzione è spesso celebrata con conferenze, workshop e reading letterari, con un occhio particolare al multilinguismo e all’importanza di preservare le lingue minoritarie. E se vi capita di incontrare un traduttore oggi, un sorriso, un caffè e magari un

Grazie per farci capire il mondo

saranno sicuramente apprezzati!

Insomma, questa giornata è un invito a guardare il mondo con curiosità, a scoprire lingue nuove, a ridere delle traduzioni improbabili e a celebrare chi, con pazienza e talento, rende tutto comprensibile… parola dopo parola. E adesso, tra una tazza di caffè e un biscotto, provate a tradurre qualcosa di buffo: chi lo sa, potreste scoprire un talento nascosto!

Autore: Lynda Di NataleFonte: webImmagine: AI

#apprendimento #Celebrazione #Cina #Cinema #cinese #Citazioni #Comunicazione #comunicazioneglobale #conferenze #conoscenza #cultura #CulturaDigitale #CulturaGlobale #curiosità #dialogo #dizionari #Educazione #Eventi #festa #francese #Germania #giapponese #GiochiDiParole #GiornataMondialeDellaTraduzione #Girolamo #humor #InternationalTranslationDay #interpreti #Ironia #italia #italiano #letteratura #Lettura #letture #Libri #lingua #LinguaInglese #lingue #linguisti #linguistica #minoranzeLinguistiche #multilinguismo #Parole #Poesia #poliglotti #SanGirolamo #scrittura #serieTV #Spagna #storia #storytelling #Tecnologia #Tedesco #tradurre #traduttori #traduzione #traduzioneProfessionale #Viaggiare #Vulgata #workshop #WorldTranslationDay

In Italia gli anglicismi avanzano, mentre in Francia esplodono le denunce

Di Antonio Zoppetti

L’altro giorno leggevo che la Carta acquisti destinata alle fasce sociali deboli, ma più nota come “social card”, è stata reintrodotta con il nome di “Carta dedicata a te”, il che non impedisce ai giornalisti di “sintetizzare il concetto” attraverso l’inglese, anche quando cozza con l’immagine che raffigura una tessera in italiano, che comunque è messo in secondo piano, sfumato o semplicemente cancellato come se non esistesse.

Questo modo di dare le notizie, invece di produrre un effetto estraniante e suscitare delle reazioni infastidite, ha ormai subito un processo di normalizzazione, in una cultura – che ho definito appunto “coloniale” – dove sempre più concetti e oggetti si esprimono nella lingua superiore dell’anglosfera.

Perciò, davanti ai gatticidi – visto che i killer hanno sostituito gli assassini – si parla di un ipotetico serial killer dei gatti di Cogne che per essere catturato avrebbe bisogno di un profiler.

La lingua dei mezzi di informazione, che un tempo – quando le masse erano ancora in gran parte dialettofone – ha contribuito enormemente a unificare l’italiano, oggi lo sta invece anglicizzando. La conseguenza è che questo stilema linguistico anglomane normalizzato si estende, viene preso come modello, ripetuto e interiorizzato anche dalla gente in un processo di assuefazione. E così accade che qualcuno preferisca chiamare il proprio gatto con un nome in inglese – Joy – perché siamo ormai in presenza di una “diglossia lessicale” dove tutto ciò che suona in inglese è più solenne, moderno e preferibile a cominciare dal “profiler”.

L’insostituibile e innovativo concetto di profiler

Chi diamine è un “profiler”? Perché non parliamo di “profilatore”?

La premessa è che dal 2000 al 2006 è andata in onda sulla Rai una serie intitolata Profiler, affiancata da un’espressione italiana (Intuizioni mortali) secondo la logica che dagli anni Novanta si è imposta anche al cinema. Le multinazionali statunitensi esportano i propri prodotti con denominazioni inglesi intoccabili a partire dai titoli dei film (dunque siamo passati da Guerre stellari a Star Wars, dall’Uomo Ragno a Spiderman, dal Monopoli al Monopoly). Questa espansione dell’inglese dei mercati ha da tempo portato a utilizzare l’inglese per denominare qualunque ruolo professionale o carica lavorativa (dai manager sino ai pet sitter), in una più ampia anglicizzazione delle funzioni e dei processi del settore (outsourcing, joint venture, part time…). Dunque, lo psicologo criminale che ha il compito di individuare un profilo psicologico di chi commette un delitto diviene profiler, che inizialmente si introduce e diviene popolare attraverso l’intrattenimento televisivo, e poi si emula nella realtà attraverso una compiaciuta alberto-sordità che ci spinge a voler fare gli americani. Profiler finisce dunque per ricavarsi un significato tecnico legato alla criminologia assente nell’inglese (dove profiler è un generico disegnatore di profili oppure una macchina sagomatrice). In questo contesto, l’esperto “inviato da fuori” – cioè il deus ex machina che ci proviene dall’anglosfera – si esprime con i concetti di quella lingua, e guai a tradurli! Non avrebbero la stessa portata, e la prima cosa da fare, davanti all’inglese incipiente è quello di difenderne l’autonomia, nel tentativo di dimostrare che esprime qualcosa di diverso dall’italiano: profiler (sott. criminale) non è proprio come profilatore (criminale).

Per comprendere come agiscono i serial killer dell’italiano basta leggere il blog di un’università italiana che ci spiega come stanno le cose (e ci educa) in una guida pratica per diventare “profiler”:

Se sei uno studente appassionato di giustizia penale e sei affascinato dalla risoluzione di casi complessi, potresti aver sentito parlare della figura del profiler criminale. (…) È fondamentale distinguere tra profilo criminale strumento investigativo e la figura del criminologo. Il criminologo studia le cause sociali, psicologiche e culturali del crimine, mentre il profiler si concentra su raccogliere indizi sulla scena del crimine, le tracce forensi e la dinamica del reato per ricostruire il profilo psicologico dell’autore e orientare le indagini. (…) Diventare un profiler criminale richiede un percorso di specializzazione ben preciso. Tuttavia, è importante sottolineare che in Italia la figura del criminal profiler non è ancora inquadrata ufficialmente.

Da notare che non c’è alcuno sforzo di chiamare le cose in italiano, profiler è introdotto senza alternative, come qualcosa di necessario, e accanto alla forma ibrida (profiler criminale) viene introdotta anche la variante inglese completa con inversione sintattica (criminal profiler). Si chiama così. Punto.

Sarebbe però interessante avere un profiler linguistico che analizzi il profilo psicologico malato di chi concepisce certe idiozie che sembrano sgorgare dalla scrittura di un’intelligenza artificiale (denominata AI invece di IA, of course).

In Italia – si legge nell’articolo – il “criminal profiler” non è ancora una realtà, e dietro quell’ancora c’è una ben precisa visione di un’italietta arretrata rispetto a quella americana; ma verrà il giorno che anche noi primitivi ci evolveremo e finalmente anche da noi ci sarà un esercito di criminal profiler con le loro insostituibili competenze che derivano dal chiamare le cose in inglese.

Il paradosso comunicativo di una simile propaganda è che mentre il criminal profiler è venduto come un traguardo che comprende “pattern e motivazioni attraverso le tecniche del criminal profiling” e del “profiling psiologico” (“profilazione” non è una parola contemplata), non esiste una laurea specifica in criminal profiling, dunque non resta che intraprendere un percorso in “Laurea in Psicologia Forense o in Giurisprudenza” per poi specializzarsi “con master criminologia online, corso criminal profiling o master in criminologia.”

Insomma, tocca ancora ricorrere alle risorse italiane per aspirare a definirsi con un concetto in inglese.

Il pezzo si conclude con la spassosa indicazione di come diventare profiler dell’Fbi, uno sbocco occupazionale che – come è noto a tutti – rappresenta un’opportunità tra le più gettonate per gli studenti italiani formati a spese nostre che genereranno ricchezze per i Paesi che se li accaparreranno nella cosiddetta fuga dei cervelli.

Colpisce che una simile comunicazione di un ateneo italiano sia caratterizzata da queste baggianate. Colpisce soprattutto lo stile semplice e lineare nel formare il periodo, che ricorda molto quello dei pensierini dei bambini delle elementari, che assurge invece a esprimere qualcosa di più complesso solo attraverso i paroloni in inglese.

Questo comunque – che piaccia o meno – è il nuovo “italiano”.

L’anglicizzazione è un fenomeno mondiale

Tullio De Mauro – dopo aver passato una vita a negare che l’itanglese fosse un problema (cfr. “Gli anglicismi? No problem, my dear”) – nel 2016 si è dovuto ricredere davanti ai nuovi dati, e ha cambiato prospettiva arrivando ad ammettere che siamo ormai in presenza di un vero e proprio “tsunami anglicus” che sta travolgendo non solo l’italiano, visto che il fenomeno è planetario.

Gli anglicismi sono l’effetto collaterale della globalizzazione che esporta l’inglese come lingua internazionale dei mercati, come ho provato a ricostruire in un libro che analizza il caso italiano. Ma a colonizzare il mondo con la terminologia e il lessico d’oltreoceano non c’è in gioco solo il globalese delle multinazionali e la supremazia culturale, economica e sociale degli Stati Uniti. Queste enormi pressioni esterne si confrontano con le pressioni interne legate alle lingue locali che nei singoli Paesi arginano questo fenomeno.

In Italia purtroppo, le pressioni interne della nostra classe dirigente – dalla politica alla cultura, dalla scienza alla tecnica – puntano al prestigio dell’inglese e dunque agevolano questo processo, invece di frenarlo.

E noi cittadini cosa possiamo fare davanti a questo scempio, a parte brontolare? Niente. Siamo in balia di questa newlingua di classe, un ibrido traboccante di orgoglioso inglese con cui si educano i nuovi italiani, spesso dall’alto, e spesso in modo istituzionale, a partire dal governo, dalle Poste italiane, dalle Ferrovie dello stato, dagli atenei universitari…

Non possiamo che guardare questo scempio infastiditi e impotenti, mentre ci sono linguisti che invece di deprecare tutto ciò, negano che l’interferenza dell’inglese sia preoccupante senza addurre motivazioni plausibili, e brindano alla modernità di questo nuovo inglese coloniale, che chiamano internazionale, come si brindava sul Titanic.

In Francia, invece, esistono delle leggi che tutelano il francese e i francesi, e nel linguaggio istituzionale e ufficiale è vietato usare parole straniere (anche se queste si declinano quasi sempre con l’angloamericano). Naturalmente l’anglomania e gli anglicismi impazzano anche lì, ma il fenomeno è attenuato a partire dai giornali, mentre l’Académie française (come la Real Academia Española del resto) stigmatizza le parole inglesi e crea alternative autoctone che diffonde, e che spesso sono recepite anche dai giornali, in un contesto politico che tutela i cittadini e la trasparenza della comunicazione. E così esistono commissioni per l’arrecchimento del francese e banche terminologiche ufficiali che traducono ogni tecnicismo, per cui il ricorso all’inglese diventa una scelta espressiva sociolonguistica e non una necessità, come da noi.

Le oltre 90 denunce di Daniel De Poli e dell’associazione Francophonie Avenir

In Francia, davanti all’anglicizzazione è possibile intervenire da un punto di vista legale, e fare causa agli enti che non rispettano le leggi. Come fa Daniel De Poli che mi ha segnalato la sua nuova “rivoluzione francese” sul piano della lingua.

Membro dell’associazione per la difesa della lingua francese Francophonie Avenir, tra giugno e luglio scorsi, Daniel ha dato vita a una delle più massicce e sistematiche operazioni di denuncia mai realizzate, inoltrando ben 90 lettere destinate alle università, alla Corte di Cassazione, al consiglio di Stato e a tutti gli enti pubblici francesi – compreso trenitalia.fr – che utilizzano illegalmente gli anglicismi che sulla carta dovrebbero invece evitare. Chi vuol vedere quello che sta facendo, può consultare la pagine dell’associazione che raccoglie tutti i Ricorsi amichevoli presso università e collettività; ma decine e decine di altre lettere – mi scrive – sono in preparazione e a tutte queste seguiranno i ricorsi in tribunale veri e propri, se non sortiranno effetti.

“La cosa importante da ricordare è che solo un’azione legale può produrre risultati nella lotta contro gli anglicismi” mi ha spiegato. “Se si inviano semplici lettere di protesta, spesso non succede nulla. Ma davanti al rischio di un’azione legale, i lupi si fanno agnelli e di solito provvedono a eliminare gli anglicismi. Per gli altri che non si adeguano, invece, saranno i tribunali a imporre loro di conformarsi e a multarli.”

Questa linea sta funzionando, e Daniel è stato definito da Le Figaro “il cacciatore di anglicismi che è diventato il benevolo terrore della stampa francofona”. L’agguerrito contrattacco all’anglomania ha già portato a molte condanne, come quella dell’aeroporto di Metz-Nancy-Lorraine di cui ho già riferito in passato, o quella dell’Università di Bordeaux condannata lo scorso dicembre per l’uso di anglicismi nella sua segnaletica (un elenco di tutte altre condanne è disponibile sul sito di Francophonie Avenir).

Questi ricorsi legali non solo portano all’eliminazione dei singoli anglicismi illeciti, ma finiscono con il creare un clima culturale in antitesi a quello anglomane, in una stigmatizzazione del “franglais”, visto che il problema non sono i singoli anglicismi, ma l’anglomania da cui scaturiscono. Dunque in Francia davanti all’anglicizzazione esiste – ed è possibile – una resistenza, mentre in Italia ci sono solo i “collaborazionisti” – per riprendere le parole del filosofo francese Michel Serres – della dittatura dell’inglese; e l’itanglese prospera proprio a partire dal linguaggio istituzionale.

#anglicismiNelFrancese #anglicismiNellItaliano #francese #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa

2025-07-10

Français vs québécois: attenzione alle differenze!

Scopri in questo articolo 10 differenze tra il francese parlato in Francia e in Québec.

Perfetto per viaggiatori, appassionati di lingue o chi vuole comprendere meglio le sfumature culturali del francese contemporaneo!

cristianobacchieri.com/blog/10

#francese

L’americanizzazione della società in Francia e in Europa: le riflessioni di Yannick Sauveur

Di Antonio Zoppetti

A partire dal secondo dopoguerra, il predominio della civiltà statunitense ha permeato quasi ogni aspetto della cultura italiana ed europea: dalla letteratura al cinema, dalle canzoni e dalla musica all’arte, dal turismo alla nostra intera società… e questa espansione – una nuova forma di imperialismo morbido e subliminale – coinvolge anche la lingua.

E così l’italiano regredisce su tutti i fronti. Dal punto di vista lessicale si intasa di anglicismi ed espressioni inglesi e pseudoinglesi che si affermano a scapito del nostro lessico storico e delle possibili traduzioni o adattamenti che non si mettono più in pratica (si preferisce ostentare l’inglese crudo); e più in generale, la nostra lingua cessa di essere una lingua di cultura: è messa in discussione sul piano dell’insegnamento universitario (aumentano i corsi in inglese e diminuiscono quelli in italiano), è in via di abbandono come lingua della scienza (si preferisce pubblicare direttamente in inglese), è stata estromessa come lingua di lavoro di un’Ue che punta all’inglese anche se non esiste alcuna carta che ne sancisca l’ufficialità (tutto il contrario: l’Europa è nata all’insegna del plurilinguismo); come se non bastasse l’italiano ha perso la sua centralità nella scuola, mentre l’inglese è stato fatto diventare un requisito obbligatorio.

Ho provato a ricostruire la storia della nostra americanizzazione sociale – che contiene e produce quella linguistica – ne Lo tsunami degli anglicismi. Gli effetti collaterali della globalizzazione linguistica (goWare 2023), con un approccio piuttosto inviso dal pensiero dominante anglomane. E infatti i libri sull’argomento sono pochissimi, poco pubblicizzati o nascosti sotto al tappeto. Tra questi, per esempio, c’è quello uscito da poco in Francia, L’américanisation de la société française di Yannick Sauveur (Éditions de L’Æncre, Parigi 2025) che segue la stessa prospettiva nel ricostruire l’espansione del globish sul piano internazionale con un’attenzione particolare per la situazione francese.

La casa editrice parigina che lo ha pubblicato è legata ad autori nazionalisti o di estrema destra ma non bisogna lasciarsi ingannare dalle etichette e dalle linee editoriali astratte. Se si guarda senza pregiudizi ai contenuti e alle tesi espresse nel saggio, emerge chiaramente che l’atteggiamento critico verso una globalizzazione che tende sempre più a coincidere con americanizzazione non è affatto una prospettiva che riguarda la sola destra, e prima della dissoluzione dell’Urss e della fine della Guerra fredda il dibattito critico intorno al neoimperialismo americano era trasversale e riguardava anche la sinistra, benché oggi si sia americanizzata in modo acritico e partigiano con modalità che rinnegano la sua stessa storia ed essenza.

Se si lasciano da parte gli stereotipi e le ideologizzazioni per valutare gli argomenti senza essere prevenuti, la questione della destra o della sinistra perde di senso. Il saggio di Sauveur ricostruisce l’americanizzazione della società francese nella sua genesi e storia, e anche se l’autore non è un linguista, pone l’accento sul rapporto tra l’importazione degli stili di vita all’americana e le conseguenze linguistiche di questa svolta sociale, cominciata a partire dal 1947 con il Piano Marshall. Si tratta di un “imperialismo culturale” che da una parte era lucidamente ponderato e sollecitato dalla politica espansionistica degli USA e dall’altro si è realizzato con la complicità delle élite francesi. Per dirla con le parole del filosofo francese Michel Serres – che non si può certo tacciare di essere di destra – i “collaborazionisti” della dittatura dell’inglese che diffondono anglicismi a discapito del francese – che retrocede a “lingua dei poveri e degli assoggettati” – si reclutano ormai proprio tra le nuove élite intellettuali (Michel Serres, Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, 2018).

Sauveur distingue due tipi di americanizzazione: quella dei ricchi e delle élite che si nutrono di concetti americani e quella dei poveri che sin dal secondo dopoguerra sono stati inondati di chewing-gum, calze di nylon e prodotti d’oltreoceano. E distingue un’americanizzazione voluta e ricercata da un’altra più semplicemente subita, inconsapevole e subliminale; ma le due cose convergono, il risultato è il medesimo, e i diversi strati sociali possono oggi incontrarsi e ricongiungersi in un qualsiasi McDonald’s.

L’autore parla di “un’americanizzazione subliminale dei nostri cervelli” – citando le parole del politico francese François Asselineau – in una riflessione che evoca le parole di un autore africano come Thiong’o che parla esplicitamente della necessità di decolonizzare la mente e di ribellarsi alla dittatura dell’inglese, la lingua che fiorisce sul cimitero delle altre lingue (Decolonizzare la mente, Jaca Book 2015). Ancora una volta, un simile giudizio, che nasce dalla denuncia di come l’inglese sia responsabile della morte di molti idiomi africani sradicati nel processo coloniale che includeva l’anglicizzazione forzata, non è affatto un pensiero di “destra”; è la stessa constatazione che si trova in autori come il tunisino Claude Hagège che ha evidenziato come l’inglese sia il principale responsabile del “genocidio linguistico” che porta all’estinzione degli idiomi locali dell’Africa.

Davanti a un’Europa che punta all’inglese – benché l’inglese non sia più la lingua ufficiale di alcun Paese dell’Ue – il rischio è il medesimo. Sauveur cita il celebre libro Parlez-vous franglais? di René Étiemble, che negli anni Sessanta ha posto per primo la questione dell’anglicizzazione del francese; un libro dal notevole successo editoriale ma di nessuna rilevanza dal punto di vista della sua influenza culturale delle élite anglomani. Nel rileggerlo dopo 60 anni quella denuncia fa sorridere – nota Sauveur – perché anglicismi allora incipienti come “parking, dancing, building, pressing, lunch, business, fair-play, teenagers”… sono oggi normali e frequenti, insieme a centinaia di nuove espressioni sempre più correnti che l’autore esemplifica:

“i master, i think tank, i follower, i like, i post, gli happy hour, il management, i manager, il turn-over, i feedback, il merchandising, l’inevitabile black friday, i coach e il coaching con le sue varianti (…), il coworking, le leadership, i leader, gli show room, i fast food, (…) i drive in, gli hamburger, il check in e il check out, (…) gli spot diffusi in prime time, i podcast (…), i talk show, il lavoro full time, le news che si declinano in news magazine e newsletter, (…) le start-up, fare coming out, (…) i check up, il crowfunding (finanziamento partecipativo), i coliving e lo storytelling.” (dall’intervista a Sauveur: “L’américanisation linguistique de l’Union européenne”, 27 giugno 2025).

Non è un caso che queste parole inglesi siano diffuse anche da noi, perché come ho cercato di dimostrare sono solo gli effetti collaterali della globalizzazione linguistica, e anche se qualcuno li chiama “internazionalismi” e se ne bea, sono al contrario il risultato di una colonizzazione linguistica che fa regredire le lingue locali.

Questa americanizzazione, continua Sauveur

“non è altro che il risultato di un’operazione di depotenziamento a monte, portata avanti da decenni da governi asserviti, da giornalisti che prendono ordini e, più in generale, da élite complici di questo degrado, senza dimenticare una certa borghesia che, per mimetismo e snobismo, manda i propri figli negli Stati Uniti (un anno per superare il baccalaureato americano, o per completare l’istruzione superiore). Per loro l’anglo-americano è una prima lingua al pari della lingua madre: i curriculum vitae sono scritti esclusivamente in inglese, nemmeno in bilinguismo lingua madre/inglese! Tutte le pubblicazioni scientifiche sono principalmente in inglese.”

A questo si aggiunge un’americanizzazione sociale che finisce per trasformare non solo il panorama linguistico, ma coinvolge la stessa trasformazione delle nostre città e delle nostre periferie “con le stesse insegne, le stesse pubblicità”, dove le vetrine sono adornate da “slogan” e denominazioni in inglese. Intanto le conferenze si tengono in inglese, seppure affiancate dalle traduzioni simultanee, e Sauveur – da buon francese – è stupito dal fatto che persino Macron si ostini – andando contro ogni principio di buon senso – a esprimersi in inglese nei contesti internazionali, invece di utilizzare il francese che per secoli è stata la lingua della diplomazia. Ma questo non è un caso isolato, è una tendenza che si ritrova ovunque, e che caratterizza personaggi italiani come Mario Draghi ma anche la comunicazione istituzionale dell’Ue.

Il punto è che “le élite atlantiste sono associate a circoli e organizzazioni globaliste e il dominio culturale (e dunque linguistico) anglosassone” più che essere il risultato di una superiorità linguistica è il frutto di “una nostra sottomissione voluta e accettata”, e il risultato di questo predominio degli Stati Uniti è un “aspetto sottostimato della sua potenza globale”.

La conclusione di Sauveur è che “i patrimoni linguistici nazionali devono essere protetti”, e che la politica linguistica dovrebbe essere considerata sullo stesso piano di quella militare, perché come affermava il generale austriaco Jordis von Lohausen “i libri in lingua originale svolgono all’estero un ruolo talvolta più importante di quello dei cannoni”.

Tutto ciò non ha che fare con le ideologie di destra o di sinistra, ma con il pensiero libero e critico che riflette sulle conseguenze dell’attuale dominio degli Usa. E confondere ogni riflessione sulla difesa della lingua con il nazionalismo o il purismo è un atteggiamento miope, antistorico e alla fine ben più ideologizzato.

#anglicismiNelFrancese #francese #inglese #interferenzaLinguistica #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #rassegnaStampa

Il Sovrano Militare Ordine di Malta attirava l’attenzione di molti all’inizio della guerra fredda

Come si è visto, il legame con lo SMOM [Sovrano Militare Ordine di Malta] era stato il primo costituito da Johannes [Gehlen] tra il ’46 e il ’47, grazie all’aiuto e al supporto di von Thun-Hohenstein. Inizialmente Johannes avrebbe funto meramente da segretario personale del conte, non quindi come impiegato dell’Ordine, ma come semplice membro dell’entourage privato di un esponente di alto rango di tale istituzione. Alla luce di ciò è facile intuire che la posizione dell’ex fisico nucleare all’interno dello SMOM fosse di natura piuttosto precaria. Non sarebbe cambiato molto nemmeno con la sua nomina ad «addetto alla Segreteria con l’incarico di dirigere la I° Sezione e la segreteria particolare», compreso l’archivio privato del conte, in quanto non si trattò di un incarico ufficiale dell’Ordine <226. Egli sarebbe quindi comunque dipeso totalmente dalla figura e dalle sorti di von Thun-Hohenstein, una circostanza che avrebbe indotto Johannes Gehlen a percepire in quel periodo il carattere fragile e precario della propria attività a Roma come «una danza su gusci d’uovo» <227. La “missione SMOM” fra sostegno e opposizione Il già menzionato progetto di dare vita a una rappresentanza della Segreteria Estera dello SMOM nella zona d’occupazione statunitense (preferibilmente a Francoforte sul Meno) sembra essere stato l’obiettivo principale dell’attività di Johannes nell’ambito dell’Ordine, sin dal ‘46/’47. Infatti von Thun-Hohenstein lo aveva preso sotto la propria ala in vista della promessa, fatta da Johannes, che l’Organisation Gehlen avrebbe fatto tutto il possibile affinché potesse crearsi un ufficiale e stabile collegamento tra la suddetta segreteria dell’Ordine e il governo d’occupazione statunitense in Germania. Se il conte sembrava quindi, da parte sua, pronto a lanciarsi in una simile impresa senza fare troppe domande, ciò non si può dire degli altri membri della Segreteria Estera dello SMOM, fra cui il marchese austriaco Alessandro Pallavicino e il marchese di origini ungheresi Oberto Pallavicini <228. I due su citati marchesi non avrebbero visto fin dal principio di buon occhio il fatto che von Thun-Hohenstein avesse «assunto un segretario privato che non era cavaliere [dell’Ordine] e, oltretutto, protestante» <229. Sin dall’inizio, quindi, Johannes sarebbe stato visto come “corpo estraneo” all’interno di un’istituzione rigidamente gerarchica, elitaria e cattolica come lo SMOM e, nonostante il conte von Thun-Hohenstein avesse assunto più volte le difese dell’ex fisico nucleare, entrambi gli uomini si sarebbero presto trovati di fronte a un vero e proprio partito d’opposizione interno. Oltre ai marchesi Pallavicino e Pallavicini, anche il conte Stanislao Pecci – allora inviato plenipotenziario dell’Ordine presso la Santa Sede – e il barone Gioacchino Malfatti di Montetretto <230, si sarebbero uniti a quella parte dei Cavalieri che dubitavano fortemente delle buone intenzioni di Johannes e di von Thun-Hohenstein. Nel ’49 Pallavicini avrebbe raccontato a Hugo von Thurn und Taxis, un collaboratore e amico personale dei fratelli Gehlen, che fin dal principio egli stesso e gli altri Cavalieri del “gruppo d’opposizione” avrebbero sospettato che «gli affari dell’Ordine [di competenza di von Thun-Hohenstein] venissero gestiti da tale Hans», in quanto sarebbe risaputo che dal conte non c’era da aspettarsi «spirito d’iniziativa e intelligenza nelle decisioni autonome»231. Johannes si sarebbe ben presto accorto dell’aria “gelida” che sembrava tirare a Via Condotti riguardo la sua persona. «Posso ritrovarmi in una posizione del tutto isolata da un momento all’altro», scriveva infatti al fratello Reinhard il 1° gennaio del 1948. Dai report inviati in rapida successione da Roma per un anno circa, a partire dal novembre del ’47, emerge infatti un’immagine di Johannes come un uomo ansioso e preoccupato, come già accennato, per il precario equilibrio della sua situazione. Tale ansia sarebbe stata solo accresciuta dal fatto che, nel dare vita al progetto della rappresentanza SMOM a Francoforte, l’ex fisico nucleare era costretto ad affidarsi del tutto a suo fratello e all’USFET [United States Forces European Theater] in Germania, senza il cui aiuto sarebbe stato impossibile creare un legame stabile tra Roma, la città tedesca e il governo militare statunitense. Già nel secondo report del 22 novembre 1947 Johannes avrebbe chiesto di stabilire contatti con uno dei membri più importanti dello SMOM in Vestfalia, un Cavaliere che, si sperava, lo avrebbe aiutato a rafforzare la posizione interna di von Thun-Hohenstein e che gli avrebbe aiutato nell’avviare le trattative per la creazione di una rappresentanza a Francoforte sul Meno: Rudolf Freiherr von Twickel. In qualità di presidente dell’Associazione dei Cavalieri dello SMOM in Vestfalia, Twickel appariva come alleato ideale, sia per portare avanti il progetto della rappresentanza che per avere la meglio sul gruppo di “nemici interni”, guidati da Pecci <232. Venne perciò deciso di far venire il prima possibile Twickel a Roma <233. Analizzando i documenti è tuttavia da subito riscontrabile un evidente problema riguardo il progetto di legare lo SMOM alla zona d’occupazione statunitense tramite Francoforte: il mancante sopporto fornito a Johannes da parte dell’Organisation Gehlen e dell’USFET nel stabilire contatti con il governo militare statunitense in Germania. Infatti si trovano, nel corso del ’48, ripetute richieste del fisico nucleare di accelerare la procedura, che tuttavia non sembrano essere mai state del tutto assecondate. Anche se Twickel sarebbe infine giunto a Roma il 14 aprile 1948, con notevole ritardo rispetto a quanto originariamente progettato, nel frattempo il mancato supporto della centrale dell’Organisation Gehlen a Pullach all’ex fisico nucleare a Roma in questo specifico progetto avrebbe provocato un primo piccolo “disastro” nella Segreteria Estera di Via Condotti. Lo SMOM come oggetto di contesa tra gli Alleati occidentali: la prima “sconfitta” di Johannes Gehlen Come risulta chiaro dal carattere stesso del Sovrano Militare Ordine di Malta, l’antica istituzione cattolica attirava l’attenzione di molti all’inizio della guerra fredda, non solo quella dell’Organisation Gehlen e dell’intelligence militare statunitense. Nonostante l’Ordine poteva apparire talvolta quale «vecchio edificio obsoleto» <234, ben presto Johannes si sarebbe accorto che le mire di altre due potenze vincitrici – Francia e Gran Bretagna – si stavano poggiando pericolosamente sulla sede di Via Condotti. Dal report del 23 gennaio 1948 emerge che von Thun-Hohenstein stava iniziando a dubitare del sostegno promessogli da Johannes e Reinhard Gehlen, vista la mancanza di conferme da parte dell’organizzazione d’intelligence tedesca circa il buon esito del progetto della rappresentanza. Alla luce di ciò risulta comprensibile perché Johannes si sia preoccupato quando venne a sapere di un viaggio imminente a Londra e Parigi da parte del conte. Nella capitale inglese von Thun-Hohenstein avrebbe incontrato rappresentanti di alcune non meglio identificate «istituzioni private» intenzionate a mettere a disposizione della Segreteria Estera dello SMOM considerevoli fondi <235. Inutile dire quali fossero i sospetti e i timori coltivati da Johannes: c’era il rischio concreto che, dopo un anno di lavoro, i governi militari francese o britannico in Germania potessero compromettere e vanificare il suo operato, riuscendo in anticipo a creare un legame diretto tra lo SMOM e la Germania occupata. La sua forte preoccupazione risulta chiara dal passaggio finale del suddetto report: «Mi auguro di ricevere qualcosa da Voi che posso dare a F.[erdinand von Thun-Hohenstein] in questi giorni, altrimenti lo perdo. Dice che ha contato così tanto su 34 [Reinhard Gehlen] e che ha voluto mettersi a sua disposizione senza riserve e sotto ogni punto di vista» <236. Sullo sfondo di quanto appena detto risulta chiaro che la situazione di Johannes all’interno dello SMOM non era delle migliori, nonostante avesse cominciato la propria attività da appena un anno. E, come si vedrà, da quel momento in poi, le cose sarebbero solo ulteriormente andate peggiorando. Infatti il 14 aprile 1948 le peggiori paure di Johannes si sarebbero avverate, in occasione di una visita a via Condotti del generale francese Jean Tessier Baron de Marguerittes, importante esponente della resistenza armata francese contro il governo di Vichy e, dopo il ’46, rappresentante francese presso l’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) in territorio tedesco <237. De Marguerittes, in assenza di von Thun-Hohenstein, avrebbe in tale sede concluso un accordo con Pallavicino e Pallavicini, entrambi tra i principali antagonisti del conte. Tale accordo prevedeva l’istituzione di una rappresentanza dello SMOM presso il governo militare francese in Germania, allora presieduto da Marie-Pierre Koenig <238. I francesi, scriveva Johannes al fratello, «probabilmente sono venuti a sapere del nostro progetto e, da europei, hanno agito rapidamente, mettendoci in una condizione di ovvio svantaggio» <239. Una volta saputo dell’accordo preso da de Marguerittes con la Segreteria estera dello SMOM, Johannes affermava di essersi sentito «come un idiota» ed esprimeva con chiarezza la propria frustrazione: “Ich […] kann nur sagen, dass ich ein reines Gewissen habe, denn ich habe ja nichts unversucht gelassen, um in unserem Sinne tätig zu sein. […] nunmehr haben wir mit dem französischen Gegengewicht zu rechnen. Sage unseren Freunden [G-2 USFET], dass ich (sarkastisch natürlich) jetzt nur noch auf die Russen warte. Wie kommt es, dass die Franzosen in wenigen Wochen etwas fertig bringen, was wir nicht in einem Jahr zustande bringen?240 Tuttavia Johannes avrebbe cercato di non perdere la speranza. I documenti fanno emergere che egli, già alla fine dello stesso mese, era tornato a concentrarsi sulla propria missione individuando in particolare un punto fondamentale per poter riprendere il controllo della situazione: l’allontanamento degli oppositori di von Thun-Hohenstein. All’interno del gruppo attorno a Pecci, Gioacchino Malfatti sembrava essere finito in particolare nel mirino dell’ex fisico nucleare. Il 26 aprile Johannes informava il fratello che i suoi tentativi «di eleminare la diplomazia a noi nociva» all’interno dell’Ordine sembravano ora favoriti dal verificarsi «di un piccolo scandalo» riguardante Malfatti: la figlia minore di quest’ultimo sarebbe stata segnalata a von Thun-Hohenstein da una fonte affidabile come «agente comunista» <241. Stando al report, anche il gruppo attorno a Pecci sarebbe stato informato di ciò e la notizia aveva così fatto esplodere una «vera bomba» tra le file della Segreteria estera dello SMOM <242. Nonostante egli non nascondesse la sua soddisfazione circa “l’affare Malfatti” a fine aprile, Johannes esprimeva tuttavia una sua perplessità al fratello, che appare quale ulteriore spia delle comunicazioni disfunzionali tra la centrale di Pullach e il capo dell’ODEUM Roma. A Johannes, infatti, era giunta voce che le «attività sospette» di Alessandra Malfatti fossero note già da tempo all’intelligence statunitense in Italia, la quale starebbe tenendo la ragazza sotto sorveglianza. Per tale ragione, scriveva l’ex fisico nucleare a Reinhard, «F.[erdinand von Thun-Hohenstein] vi chiede, se possibile, di inoltrare una richiesta ai nostri amici [G-2 USFET] chiedendogli dei dettagli e chiedendo conferma di ciò, se i signori lo ritengono opportuno. Non sarebbe inoltre stato il caso di fare un cenno [riguardo le notizie sul conto di Malfatti] già in passato a F. o al sottoscritto?» <243 La scoperta che l’intelligence statunitense era al corrente di questa importante notizia – da lui scoperta da poco e per puro caso – aveva spiazzato senz’altro Johannes, come dimostrano le succitate righe del 26 aprile. Non sorprenderebbe se tale episodio lo avesse persino portato a mettere in dubbio, almeno parzialmente, il funzionamento della collaborazione stessa tra l’USFET e l’Organisation Gehlen. A causa del mancato riscontro di una risposta di Reinhard al suddetto report, non si hanno tuttavia le basi per accertare se allora l’USFET [United States Forces European Theater] fosse davvero al corrente dell’“affare Malfatti. Bisogna infatti tenere a mente che il G-2 [intelligence] USFET non era l’unico servizio segreto statunitense attivo in Italia nell’immediato dopoguerra <244 e, di conseguenza, risulta piuttosto difficile stabilire se quanto affermato da Johannes corrisponda alla verità e, in tal caso, se riguardi davvero l’USFET. L’episodio della rappresentanza SMOM “francese” mette comunque certamente in evidenza i problemi di comunicazione e di collaborazione tra Pullach e l’ODEUM Roma. [NOTE] 226 Lettera di Ferdinand von Thun-Hohenstein a Johannes Gehlen, 15 giugno 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 083; cfr. Bericht N°19, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 4 luglio 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 079. 227 Bericht N°11, 16 febbraio 1948, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, BND-Archiv, 220815, doc. 114. 228 Bericht N°1, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 16 novembre 1947, BND-Archiv, 220815, doc. 182. 229 Report di Hugo von Thurn und Taxis, 8 agosto 1949, BND-Archiv, 220815, doc. 417. 230 Zusammenfassender Bericht über den Souveränen Malteser-Ritterorden, 15 settembre 1950, BND-Archiv, 220815, doc. 369. 231 Report di Hugo von Thurn und Taxis, 8 agosto 1949, BND-Archiv, 220815, doc. 417. 232 A. Freiin von Weichs, M. Schulz e.a. in Die Deutsche Assoziation des Souveränen Malteser Ritterordens (a cura di), Der Malteserorden in Deutschland, Lutz Garnies, Haar-München 2001, p. 88. 233 Bericht N°2, 22 novembre 1947, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, BND-Archiv, 220815, doc. 181. Se Twickel sapeva o meno del coinvolgimento dell’Organisation Gehlen nel progetto di von Thun-Hohenstein, non risulta con chiarezza dalle carte. È però più probabile che egli sia stato ignaro di tutto e che il suo intervento a favore di Johannes e del suo capo sia avvenuto grazie a contatti privati con quest’ultimo. 234 The Sovereign Military Order of Malta, dicembre 1947, BND-Archiv, 220815, doc. 166. 235 Bericht N°6, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 23 gennaio 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 139. 236 Ibidem. 237 Jean Teissier, Baron de Marguerittes dit “Colonel Lizé”, Musée de la Resistance en ligne, 1940-1945, URL: < http://museedelaresistanceenligne.org/media4254-Jean-Teissier-baron-de-Marguerittes-dit-a&gt; (sito visitato il 19 settembre 2021).
238 Bericht N°14, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, 8 aprile 1948, BND-Archiv, 220815, doc. 103.
239 Ibidem.
240 Ibidem. Stando a quanto scritto da Johannes al fratello, il generale Koenig aveva iniziato a prendere in considerazione l’istituzione di una rappresentanza dello SMOM presso la propria amministrazione militare solo tre settimane prima dell’accordo. Il progetto era dunque stato portato a termine in appena due settimane, in forte contrasto con la sfortunata impresa di Johannes, ormai avviata più di un anno prima e rimasta senza successo. “L’unica cosa che posso […] dire è che ho la coscienza pulita perché non ho lasciato nulla di intentato che potesse essere utile ai nostri fini. […] dobbiamo ormai fare i conti con la controparte francese. Di’ ai nostri amici [G-2 USFET] (lo dico naturalmente con sarcasmo) che ormai aspetto solo i russi. Com’è possibile che i francesi riescono a portare a termine nell’arco di qualche settimana quello che noi non riusciamo a portare a compimento in un anno”.
241 Report N°16, 26 aprile 1948, Johannes Gehlen a Reinhard Gehlen, BND-Archiv, 220815, doc. 099.
242 Ibidem.
243 Ibidem.
244 Ad esempio, anche il Counterintelligence Corps della U.S. Army aveva legami con l’Italia. Infatti, a partire dal ’47, la penisola sarebbe stata al centro del Project LOS ANGELES, una rete anticomunista d’intelligence del CIC, guidata dal giovane militare italo-americano Joseph Luongo. Cfr. C. Franceschini, Geheimdienste, Agenten, Spione. Südtirol im Fadenkreuz fremder Mächte, Raetia, Bozen 2020.
Sarah Anna-Maria Lias Ceide, ODEUM Roma. L’Organisation Gehlen in Italia agli inizi della guerra fredda (1946-1956), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico II”, 2022

#1948 #AlessandraMalfatti #conte #francese #fredda #G2USFET #Germania #GioacchinoMalfatti #guerra #JohannesGehlen #Malta #Odeum #ordine #OrganisationGehlen #Ovest #ReinhardGehlen #Roma #SarahAnnaMariaLiasCeide #SMOM #spionaggio #StanislaoPecci #statunitense

Katy, The French Instinctthefrenchinstinct
2025-03-20

Je suis bilingue 🇫🇷 🇪🇸, j'ai en permanence 2 langues, 2 cultures et j'ai élevé mes enfants dans cette double appartenance alors que je suis née dans une famille, un village, une communauté 100% françaises. Et toi ? Est-ce que tu ressens l'appartenance à une autre langue et un autre pays que ta/tes langues et pays de naissance ?

Di Antonio Zoppetti

Nel gennaio del 2020, l’Accademia francese ha dato vita a una commissione incaricata di analizzare e riflettere sulla moltiplicazione degli anglicismi nella comunicazione istituzionale e sulle sue conseguenze. Due anni dopo è uscito un Rapporto sulla comunicazione istituzionale in lingua francese di cui ho già riferito e che ho ripreso e divulgato nel mio ultimo libro, visto che denuncia gli stessi fenomeni che faccio notare da anni a proposito della lingua italiana, fenomeni che molti linguisti italiani al contrario sottovalutano e sottacciono, quando addirittura non li negano.

La novità è che il “rapporto che lancia l’allarme” è stato pubblicato in un libro che riapre la questione e che invita a non aver paura di parlare in francese (N’ayons pas peur de parler français, Académie française : le rapport qui alerte, Plon edizioni, settembre 2024).

La scrittrice francese Dominique Bona, nella Prefazione, parla esplicitamente di “franglais” (che corrisponde al nostro itanglese) e di “globish” (che in italiano gode dell’equivalente adattato globalese), due parole assenti sul sito dell’Accademia della Crusca. E dopo una premessa storica in cui spiega come il francese, nella sua storia, si sia evoluto anche grazie ai contatti con le altre culture e attingendo al lessico proveniente dalle lingue anglosassoni, germaniche, italiane, arabe e spagnole… affronta il ben diverso attuale impatto dell’interferenza dell’inglese:

“Ma oggi, a causa soprattutto dello sviluppo di internet, il francese si confronta con la vitalità e la violenza di un fenomeno che la legge Toubon ha coraggiosamente cominciato a contrastare esattamente trent’anni fa. Questo fenomeno, brutale nella sua progressione, non è qualcosa di folcloristico né di marginale, e ancor meno riducibile a una moda passeggera. Riguarda la struttura stessa del francese”.

Nella pubblicità, per esempio, i termini inglesi divengono preponderanti e finiscono con il dare vita a una sorta di gergo ai limiti della comprensibilità (il globish), le cui conseguenze portano a all’abbandono della terminologia francese rimpiazzata da quella angloamericana e alla “deformazione” delle parole autoctone. Ancora più grave è il fatto che questo fenomeno non si limita a coinvolgere i linguaggi di settore come quello lavorativo o commerciale, ma diventa il linguaggio dei responsabili delle istituzioni, cioè quello di ministeri, organi di governo, consigli regionali o di dipartimento, università, grandi amministrazioni… ed è è proprio sulla lingua nella sua ufficialità che il rapporto interviene: “L’Accademia si interroga sulla necessità di questa deriva e ne deplora le conseguenze”, perché invece di promuovere la lingua francese la maggior parte delle istituzioni la tralascia in nome di un modernismo e di uno snobismo di cui non sembrano consapevoli. Tra gli esempi addotti c’è per esempio la pubblicità della compagnia aerea Air France che ha sostituito il motto in francese “rendere il cielo il più bel posto della terra (faire du ciel le plus bel endroit de la terre) con lo slogan in inglese “France is in the air”. Per la cronaca, l’espressione “Air France” si appoggia al francese “air” (pronuncia “er”), mentre in Italia abbiamo pensato non solo di creare le frasi pubblicitarie in inglese, ma abbiamo buttato via il nome Alitalia per sostituirlo con una denominazione direttamente in inglese: ITA Airway, il cui motto è “Inspired by Alitalia”.

Le differenze tra Italia e Francia sono abissali, e riguardano sia la ben diversa regressione dell’italiano e del francese davanti al globalese, sia il ben diverso approccio degli accademici francesi e quelli della nostra Accademia.

Davanti agli anglicismi, in Francia la commissione per l’arricchimento del francese conia e promuove neologismi – come “infox” al posto di “fake news” – e l’Accademia, in sinergia con le politiche linguistiche statali e persino private, affianca le banche dati terminologiche che traducono ogni cosa, dunque il ricorso all’inglese si trasforma in una scelta sociolinguistica, non in una “necessità”, come da noi, dove circolano solo gli anglicismi, visto che nessuno interviene.

Il rapporto dell’Académie non si limita a raccogliere e descrivere le parole inglesi, ma le stigmatizza, e soprattutto denuncia il proliferare delle parole ibride, definite vere e proprie “chimere lessicali” che non sono più strutturalmente né francesi né inglesi. Inoltre, analizza il fenomeno non solo dal punto di vista lessicale, ma anche nelle conseguenze sulla morfologia, visto che certe scelte stereotipate e certi “tic linguistici” finiscono con il produrre una vastità di terminazioni in -ing (es. coworking) dove la suffissazione all’inglese ha la meglio su quella francese (tracking, invece di traçage, upcycling invece di surcyclage). E non solo, davanti alle collocazioni delle parole invertite, denuncia gli effetti del franglese anche “sulla struttura stessa della frase: la sintassi è sconvolta, il che costituisce un vero e proprio attacco alla lingua, in quanto è colpita la logica stessa del pensiero, e la struttura analitica della frase francese è soppiantata dalla struttura sintetica dell’inglese.”
E ancora, affronta il problema della trasparenza del linguaggio anglicizzato, che finisce per creare enormi problemi di comprensione da parte dei cittadini e di innalzare barriere sociali e produrre fratture generazionali che minano la comprensione da parte delle masse.

Il ruolo e la funzione sociale dell’Accademia francese, insomma, è ben diverso da quello della nostra Crusca, e non è un caso che mentre da noi l’Accademia (con pochissime eccezioni poco significative) annovera tra i suoi membri solo dei linguisti, al contrario tra gli “immortali” dell’Académie (morto uno si rimpiazza immediatamente con uno nuovo) ci sono anche personaggi di cultura e di spicco che mettono in pratica il francese e lo fanno vivere, invece di limitarsi a studiarlo in modo apparentemente distaccato e asettico.

Ridurre la lingua – espressione di una cultura e di un’identità collettiva – a una materia di studio solo descrittiva appannaggio dei linguisti è una visione miope e antistorica.

La lingua è di tutti, ci riguarda e coinvolge tutti, e la questione della lingua, nata con Dante ancor prima che l’italiano-toscano si affermasse, ha da sempre registrato polemiche accese e scontri per definire quale fosse il modello di italiano da seguire che ha coinvolto tutti, non solo i linguisti, gli addetti ai lavori e i cruscanti (che per secoli hanno rappresentato soprattutto il canone del purismo), ma anche gli scrittori (si pensi alla soluzione manzoniana dell’italiano dei Promessi sposi), gli intellettuali, i giornalisti, i filosofi, gli storici, gli editori, i patrioti risorgimentali, i librettisti… Oggi tutto questo fervore viene azzerato e si fa credere che la lingua sia materia esclusiva dei linguisti, come se ogni altro approccio non esistesse.

Nel tema del mese di ottobre della Crusca, la vicepresidente si esprime sui ruoli dell’accademia e su chi decide quali siano i neologismi con queste parole:

“Molti ritengono che proprio l’Accademia della Crusca abbia l’autorità di scegliere quali parole possano essere accolte nei dizionari, ma, come ogni linguista sa, è solo l’uso che la comunità linguistica mostrerà di farne per un significativo lasso di tempo che sancisce l’immissione di una parola o di un’espressione nella lingua. Che cosa invece può fare l’Accademia della Crusca? Può sicuramente esprimere il proprio parere sulla correttezza o meno di una neoformazione, sulla sua rispondenza, cioè, alle regole che governano la formazione delle parole in italiano e che qui non è possibile riassumere brevemente. (…) Ciò che l’Accademia deve fare, infatti, è studiare i neologismi, la loro provenienza, le variazioni nei meccanismi di formazione, la loro capacità di acclimatarsi o le cause della loro vita effimera. Un modo diverso di studiare le neoformazioni è nato soprattutto agli inizi del Novecento….”.

Questa, però, è una posizione politica, uno dei tanti approcci possibili, non l’unico possibile. Mentre in Francia gli accademici partono dallo studio e dalla descrizione della lingua per riflettere sulle conseguenze, per prendere delle posizioni e per promuovere delle soluzioni e degli interventi che hanno a che fare con le politiche linguistiche, in Italia ci si ferma al descrittivismo fine a se stesso (il che è un approccio quantomeno discutibile e criticabile).
Postulare che le sorti della lingua dipenda dall’accettazione da parte di una vaga “comunità linguistica” mi pare un concetto un po’ fumoso: questa comunità a cui si fa riferimento non corrisponde certo alle masse che vengono educate da una piccola comunità egemone. Invece delle istituzioni come la Crusca, insomma, è oggi la comunità dei giornalisti (e i dizionari pescano soprattutto da lì) o degli addetti ai lavori dei vari settori a determinare le sorti della lingua, dunque non c’è alcuna “democrazia” in tutto ciò; in Italia la rinuncia alla prescrizione da parte dei linguisti significa stare a guardare ciò che un’egemonia anglomane e oligarchica impone a tutto il Paese. La “comunità linguistica” che decide di accettare pseudoanglicismi come caregiver e smart working o di bandire la parola “razza” proclamata improvvisamente come discriminante ha poco a che fare con la “comunità linguistica” intesa come gli italiani nella loro maggioranza. Dunque non è affatto vero che “come ogni linguista sa” è solo la comunità linguistica a decidere le sorti dei neologismi. I linguisti francesi e spagnoli non hanno affatto rinunciato a partecipare al processo collettivo delle tante parti sociali che determinano l’evoluzione linguistica.

E allora dovremmo chiederci: è meglio lasciare che la lingua la faccia una classe dirigente dalla mente colonizzata che sa solo ripetere ciò che arriva d’oltreoceano o sia un processo più ampio che coinvolga tutti? Meglio avere delle politiche linguistiche e delle accademie come quelle francesi o spagnole o un approccio meramente descrittivo che non si capisce a cosa serva?

La questione è politica, non linguistica in senso stretto.

Non intervenire sulla questione dell’inglese non significa essere “neutrali”, significa scegliere di stare a guardare una lingua dominante come il globalese che schiaccia l’italiano e le lingue locali, significa rinunciare a partecipare al dibattito sulla nuova questione della lingua. E i linguisti descrittivisti e basta – che però spesso intervengono eccome nella prescrizione del linguaggio inclusivo, non sessista o discriminante per aderire al descrittivismo solo davanti agli anglicismi – si possono sostituire con più efficacia da un bell’algoritmo che calcola ciò che è in uso indipendentemente da tutto il resto, con il risultato che la stessa definizione di “italiano” va in frantumi. Questo, però, è anarchismo metodologico, dove tutto va bene, e dove la retorica dell’uso serve a legittimare parole inglesi che – seppur frequenti – rimangono fuori dall’italiano, perché sono strutturalmente inglesi, dunque sono dei “corpi estranei”, per dirla con Arrigo Castellani. Ma mentre i linguisti francesi descrivono e valutano le conseguenze dell’anglicizzazione, da noi i linguisti non si sognano di andare oltre la descrizione, che tra l’altro sembra un po’ ferma al lessico e ai singoli anglicismi, che qualcuno ancora liquida con le ridicole categorie dei prestiti di lusso o di necessità.

Se “italiano” è ciò che è inteso da tutti indipendentemente da tutto il resto – scriveva Manzoni – è perché dietro la parola “italiano” non c’è alcuna idea precisa. E quando nelle consulenze della Crusca si legge che parole come “chat”, “computer” o “leadership” sono “italiane” perché in uso, si sostiene una ben precisa visione che non è affatto universalmente condivisibile e che nessun accademico francese o spagnolo sottoscriverebbe.

Leggere come la pensano in Francia – ma anche in Spagna, Islanda, Svizzera e via via fino in Cina – è molto utile per uscire dal nostro provincialismo anglomane e comprendere che l’atteggiamento italiano non è affatto l’unico possibile… anzi, appare piuttosto anomalo.

https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/11/04/anglicizzazione-il-nuovo-libro-con-la-denuncia-dellacademie-francaise/

#accademiaDellaCrusca #anglicismiNelFrancese #anglicismiNellItaliano #francese #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #libri #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa

Di Antonio Zoppetti

Nel 1796, uno scalcinato esercito di meno di 40.000 soldati guidati dal giovane e ancora inesperto generale Napoleone partì da Nizza per attaccare i piemontesi e gli austriaci che occupavano la Lombardia. La campagna della cosiddetta Armata d’Italia doveva essere solo un diversivo per spostare la guerra in territorio austriaco, ma si trasformò in un successo inaspettato dirompente. Di vittoria in vittoria il generale entrò presto a Milano, salutato in modo trionfale come “liberatore”, mentre gli austriaci ripiegarono verso il Trentino. L’arrivo di Bonaparte non era vissuto come un’invasione, ma come l’esportazione degli ideali rivoluzionari che avrebbero condotto l’Italia alla tanto agognata unificazione, liberandoci dalle ingerenze e dalle occupazioni delle altre monarchie europee conservatrici.

Un analogo sentimento l’abbiamo visto in tempi più recenti, con lo sbarco degli Americani che ci liberavano dal fascismo, ma che allo stesso tempo erano destinati a conquistarci non più militarmente, ma da un punto di vista politico, economico, culturale e sociale.

I territori conquistati-liberati da Napoleone in tutto il Paese si configurarono come “repubbliche sorelle” della Francia, che in Italia erano chiamate le “Repubbliche giacobine”, e nel 1802 confluirono nella Repubblica Italiana con capitale a Milano. Due anni dopo, però, Napoleone si incoronò imperatore di Francia, e in questa svolta che restaurava il potere assoluto, nel 1805 anche le repubbliche italiane confluirono nel Regno d’Italia di cui Bonaparte divenne il re.

Davanti a questo sconvolgimento geopolitico gli italiani si divisero: Napoleone era davvero un continuatore della svolta della Rivoluzione e liberatore dalla dominazione austriaca che unificava l’Italia o era invece un restauratore del potere assoluto, ennesimo conquistatore e saccheggiatore delle opere d’arte italiane?

Questa stessa duplice interpretazione riguardava anche la sua politica linguistica che puntava alla francesizzazione del nostro Paese.

La politica linguistica di Napoleone

La prima legge in proposito del 1803 introdusse il francese negli atti pubblici. All’epoca solo il Piemonte era stato annesso alla Francia, e la lingua francese fu adottata nei tribunali, nelle amministrazioni e anche nella scuola. Negli anni seguenti, lo stesso criterio di ufficializzazione del francese fu esteso agli altri dipartimenti italiani, e subito dopo la proclamazione del Regno d’Italia, nel 1806 fu emanato un Codice civile redatto in italiano e in francese, seguito da varie altre disposizioni governative in tema di lingua. Nonostante le disposizioni sulla carta, tra le teoria e la pratica ci fu però un notevole scarto e, poiché l’applicazione poneva problemi burocratici e richiedeva tempo, ci furono infinite proroghe un po’ ovunque a quelle direttive, che di fatto rallentarono e ostacolarono la politica linguistica francofona.

Ciononostante, i francesi sapevano bene quali fossero gli assi strategici dell’esportazione della loro lingua, visto che erano una potenza coloniale, e accanto all’amministrazione, anche la conquista della scuola era altrettanto fondamentale, ma di nuovo i problemi da risolvere erano tanti, a cominciare dalla formazione degli insegnanti.

In Piemonte la francesizzazione era più fattibile, visto che quella lingua era molto diffusa e che i Savoia avevano forti legami storici con la Francia e anche con la sua lingua. Già dal 1802 l’insegnamento del francese era stato introdotto nelle scuole primarie e secondarie, e nel liceo di Torino divenne anche la lingua dell’insegnamento, benché da alcuni sondaggi voluti da Napoleone sulla comprensione del francese risultava che la lingua veramente diffusa era il dialetto; spiccava sull’italiano persino tra le classi sociali più elevate che lo leggevano ma non lo parlavano abitualmente, e quando dovevano metterlo in pratica lo facevano con molte difficoltà e incertezze.

In un rapporto del prefetto del dipartimento del Po Loysel al direttore dell’istruzione pubblica, nel 1804, si leggeva che due anni dopo l’introduzione del francese nelle scuole, di fatto gli alunni avevano delle difficoltà a impararlo, perché in famiglia erano abituati a parlare in piemontese. Dunque, per ottenere dei risultati concreti, il francese avrebbe dovuto essere impartito sin dai primi anni di scuola. Se questa era la situazione nella zona più francofona del Paese, nelle altre parti d’Italia l’adozione del francese poneva problemi ancora maggiori, sia nelle amministrazioni sia nelle scuole dove i decreti che lo introducevano non incontravano solo ostacoli culturali, ma anche strutturali.

Napoleone, però, se da una parte puntava alla francesizzazione dell’Italia, dall’altra parte sembrava farlo in modo rispettoso, senza la volontà di cancellare l’italiano, almeno dove era consolidato. Un decreto del 1809 sancì un’eccezione alla politica linguistica imperiale riconoscendo un “privilegio” nel Gran Ducato di Toscana, che consentiva di mantenere la propria lingua se non negli atti pubblici in generale, almeno nei tribunali, negli atti notarili e nelle scritture private. E questo avveniva perché in quella regione si parlava l’italiano più perfetto e puro, che altrove non era invece ancora consolidato. Il decreto istituiva allo stesso tempo un “premio annuale di 500 napoleoni (…) per gli autori le cui opere contribuiranno nel modo più efficace a mantenere la lingua italiana nella sua purezza.” Con questo spirito, nel 1811 Napoleone ricostituì l’Accademia della Crusca che trent’anni prima Leopoldo de’ Medici aveva sciolto, e nel rifondarla come ente autonomo le affidava l’assegnazione del premio istituito, la missione di conservare la purità della lingua, e il compito di occuparsi della quinta edizione del Vocabolario della lingua italiana.

Nonostante il riconoscimento e la valorizzazione dell’italiano si potesse leggere come la prova più evidente che non ci fosse alcuna volontà di imporre la lingua dei conquistatori ai conquistati, nel complesso, però, sulla politica napoleonica prevalsero i pareri negativi, e per molti rappresentava una minaccia che si intrecciava con quella della solita dominazione straniera. E i dibattiti furono molto vivaci.

La lingua come strumento di potere morbido

Il francese, già da tempo lingua dominante, conobbe in quegli anni una forte espansione. Nel 1796, Napoleone aveva eliminato ogni restrizione che limitava la libertà di stampa, il che determinò un’esplosione di nuovi periodici e riviste. Nel moltiplicarsi, questi giornali talvolta alternavano articoli in italiano ad altri direttamente in francese per raggiungere un pubblico internazionale e più ampio. Ma anche i pezzi in italiano erano spesso improntati alla diffusione della cultura francese, soprattutto del teatro o dei libri. Mettere in risalto i prodotti culturali francesi e la celebrazione della loro grandeur era funzionale anche alla diffusione della lingua, che a sua volta era strategica per la francesizzazione culturale. Qualche secolo prima era successo qualcosa del genere anche con la dominazione spagnola, che aveva favorito la circolazione di molte opere nella lingua dei conquistatori, da Cervantes alle grammatiche. In modo ben più consistente, in epoca napoleonica uscirono decine di grammatiche francesi, che si rivolgevano non solo alle scuole, ma a chiunque volesse apprendere agilmente la lingua.

Oggi avviene qualcosa di simile, ma con ordini di grandezza superiori, con la diffusione dell’inglese e con la celebrazione dell’egemonia culturale d’oltreoceano che permea l’intero panorama mediatico e culturale, dai film alla tv, dall’intrattenimento a internet. La differenza è che tutto ciò è oggi accettato in modo acritico con entusiasmo, mentre nell’Ottocento la polemica nei confronti della cultura e della lingua francese era accesissima.

Con spirito patriottico, un’ondata di intellettuali si scatenò contro la supremazia del francese, e nel 1810 il conte piemontese Carlo Vidua, in un carteggio con il torinese Cesare Balbo che a quei tempi era un funzionario napoleonico, discuteva su quale lingua scegliere per comporre un’opera storica che Balbo intendeva scrivere:

Resta la lingua da scegliere. Ma che potrò io dirti, che tu già non comprenda? Dirotti io, che per la tua carriera hai bisogno di studiar a fondo la Francese? Questa è la verità, che non solo tu capisci; ma che ti muove al segno di abbandonare la più bella lingua e la tua per lei. (Lettera n° 51 Al Sig, Cesare Balbo del 12 luglio 1810 in Lettere di Carlo Vidua pubblicate da Cesare Balbo, Torino, Giuseppe Pomba 1834, 3 voll., vol I, p. 174).

Vidua perorava in modo sentito la causa dell’italiano, pur comprendendo che il francese era strategico per Balbo, perché per un uomo nella sua posizione quella lingua era diventato un requisito per accedere alle cariche amministrative e far carriera. Ma non poteva credere che l’amico patriota volesse davvero abbandonare la propria lingua per “una straniera, ed a quale!”.

Oggi è l’inglese a essere strategico per chi vuol far carriera nel lavoro e in ogni altro ambito, e quando uno scienziato decide di pubblicare le sue ricerche in inglese lo fa anche perché, se pubblicasse in italiano il suo articolo non sarebbe altrettanto considerato né letto. Eppure nessuno sembra mettere in discussione i risvolti negativi di questa prassi e di queste scelte, anzi, l’abbandono dell’italiano in favore dell’inglese internazionale viene salutato come un fatto positivo, a partire dalle università che cancellano i corsi in italiano per insegnare direttamente in inglese.

Carlo Denina

A fine Settecento, il letterato piemontese Carlo Denina, noto anche come l’abate di Rovello, auspicava che il francese prendesse il posto del latino nell’educazione religiosa, nella scuola e nell’amministrazione dei Savoia. Ma nel 1803, in piena era napoleonica, si spinse ben oltre, e arrivò a mettere in discussione persino l’italiano nella sua interezza in favore della lingua di Molière che avrebbe potuto unificare linguisticamente il nostro Paese in modo per lui più vantaggioso. In un Discorso sull’uso della lingua francese, l’introduzione ufficiale di quella lingua nello Stato era considerata propedeutica anche a una diffusione della stessa lingua sul piano nazionale e letterario:

Io non dubito (…) che la riunione del Piemonte alla Francia, e l’ordine venuto in seguito di usare negli atti pubblici la lingua francese in vece dell’italiana, debba anche cangiar tosto o tardi la lingua letteraria del paese. (…) Cotesto cangiamento di lingua sarà molto più vantaggioso che nocevole. Passato che sia quel turbamento, quel disturbo che arrecar deve nel primo arrivo, io tengo per cosa certissima che i nostri nipoti scriveranno in francese più facilmente assai che i nostri antenati e contemporanei abbiano potuto fare scrivendo in italiano.

Per fare in modo che il francese prendesse il posto dell’italiano, ancora una volta era necessario partire dalla scuola.

Oggi i linguisti “descrittivisti” che hanno rinunciato a intervenire sulla lingua – a parte regolamentare la femminilizzazione delle cariche o il politicamente corretto, che evidentemente sono interventi leciti – ci raccontano la favola che le lingue nascono dal basso, che non è possibile controllarle e altre strampalate affermazioni avulse dalla storia e dalla realtà. Dunque fanno finta di non vedere che l’attuale regressione dell’italiano è connessa all’espansione dell’inglese globale, e dipende anche dalle nuove politiche linguistiche di cui negano l’esistenza.

Infatti l’Europa da qualche decennio ha deciso di investire milioni di euro per creare le generazioni bilingui a base inglese, e di introdurlo nelle scuole a partire dai primi anni, come tutti sapevano bene fosse essenziale già nel Settecento. Questo metodo di evangelizzazione inguistica ben spiegato dal prefetto del dipartimento del Po, Loysel, si attua oggi nei confronti dell’inglese, in una svolta che risale alla riforma Moratti ai tempi delle famose tre “i” di Berlusconi (Internet, Impresa, Inglese) divenute la parola d’ordine da introdurre nelle scuole. La riforma Gelmini del 2008 ha ampliato il numero di ore di inglese e nel 2010 ha trasformato la conoscenza di questa lingua in un requisito anche per la formazione degli insegnanti che devono saperla, indipendentemente dalla disciplina che insegnano, a un livello pari al First Certificate dell’Università di Cambridge. Dalla scuola si è poi passati ai concorsi per la pubblica amministrazione: se in un primo tempo era obbligatorio conoscere una “seconda lingua”, con la riforma Madia l’espressione è stata sostituita con la “lingua inglese”, che è diventata obbligatoria; chi non la sa non può accedere ai concorsi, anche se esula dalle sue competenze lavorative, e anche se conosce altre lingue che non godono però di un analogo riconoscimento.

Il controllo della scuola

Nell’Ottocento, l’ascesa di Napoleone fu solo una meteora durata meno di un decennio. Nel 1815 arrivò la Restaurazione che riportò l’Italia alla situazione precedente, con il ritorno degli austriaci in Lombardia, e la disgregazione del Paese nei precedenti staterelli. La francesizzazione era fallita, ammesso che fosse stato possibile realizzarla, e l’italiano tornò in auge, anche se la gente parlava nel proprio dialetto e non c’era affatto un modello di italiano condiviso.

All’indomani dell’unità d’Italia del 1861, visto che l’italiano doveva essere introdotto in modo ufficiale, e in qualche modo insegnato e regolamentato in modo uniforme, fu istituita la Commissione Broglio, con il coinvolgimento di Alessandro Manzoni, per tentare di varare una politica linguistica che introducesse l’italiano proprio a partire dalle scuole. Manzoni e Broglio avrebbero voluto toscanizzare tutti a forza, con un programma di soggiorni studio degli insegnanti a Firenze, e l’invio di maestri toscani per il Paese che facessero scuola. Questa soluzione fu avversata da altri, qualcuno parlò di “dittatura del toscano” e vedeva in quella politica una sorta di progetto coloniale. Anche l’idea di un dizionario ufficiale di Stato fallì, perché non c’era un accordo su quale fosse il modello dell’italiano unitario da diffondere.

Nel frattempo, nel secondo Novecento, l’italiano unitario si è realizzato, sotto la spinta dell’industrializzazione dell’avvento del sonoro di cinema, radio e televisione, oltre che grazie alla scuola. Ma oggi le università puntano all’abbandono dell’italiano per insegnare direttamente in inglese, la stessa scelta che fanno gli scienziati. Se le riviste ai tempi di Napoleone puntavano alla diffusione della cultura e della lingua francese, oggi i mezzi di informazione celebrano la grandeur della nuova cultura Americana, che però è un sistema ben più pervasivo della conquista napoleonica, nel nuovo scenario di Internet, della globalizzazione e del nostro essere inglobati nell’anglosfera dal punto di vista politico, culturale, sociale, militare e in ogni altro aspetto.

La politica di Broglio-Manzoni fu duramente avversata e messa in discussione, per esempio dal glottologo Isaia Ascoli che si appellava alla malsana idea della “selezione naturale”, invece di una politica linguistica a cui era contrario. E la sua polemica con Manzoni sollevò un vespaio che per decenni infuocò letterati, intellettuali, linguisti, patrioti, editori, librettisti e l’intero Paese.

Oggi invece, davanti all’anglicizzazione dell’italiano che ha reso il modello toscano un ricordo del passato, e davanti all’anglificazione della scuola, tutto tace. Non c’è alcuna resistenza né consapevolezza del fatto che si tratta di un progetto coloniale. La nuova classe dirigente dei figli di Denina ha sposato l’inglese, a quanto pare. Sul piano interno gli anglicismi vengono preferiti e legittimati, e su quello internazionale si difende la soluzione dell’inglese, in un appiattimento culturale di accettazione del globish che arriva dall’interno, davanti al quale la visione coloniale di Napoleone era un progetto da principianti. E dietro la bufala della selezione naturale si cela una ben precisa politica linguistica anglofila che non può che favorire la lingua del più forte e la regressione dell’italiano.

https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/07/08/anglomani-figli-di-denina/

#anglificazione #francese #inglese #interferenzaLinguistica #linguaItaliana #politicaLinguistica #scuola #storiaDellaLinguaItaliana #università

2024-07-08

One Plastic Bag. Isatou Ceesay and the recycling women of the #Gambia, di Miranda Paul e con illustrazioni di Elizabeth Zunon

Testo in #inglese con alcune parole/espressioni in #wolof.
Tradotto in #giapponese, #coreano, #spagnolo, #tamil e #francese.

È il 1997 e Isatou Ceesay si accorge dei danni provocati dall'abbandono della plastica (principalmente sacchetti per la spesa) nelle strade di Njau, un piccolo villaggio della Gambia

Di Antonio Zoppetti

Nelle ultime settimane l’itanglese dei giornali ha raggiunto dei picchi notevoli anche grazie a una serie di manifestazioni tutte italiane, tranne che nella lingua.

A Vinitaly, di cui è già pronta la campagna per la prossima edizione, gli amanti del vino sono definiti Wine Lover, c’è il Design Award, e gli appuntamenti internazionali, di cui il sito invita al save the date, sono in inglese: tutto si chiama Around the World, e oltre alle date, anche le città come Belgrado sono tradotte in inglese.

Le motivazioni di queste scelte sono legate a un voler essere “internazionali” puntando sulla lingua inglese rivolta all’esterno e all’itanglese sul piano interno. Eppure, nei ristoranti di lusso dei Paesi anglofoni, da New York a Melbourne, i menù propongono il “vino”, perché questa è la parola italiana che evoca la nostra eccellenza nel mondo, e non Wine.
È bizzarro avere a che fare con i tanti che sono pronti a spiegarci che è giusto e “necessario” introdurre in inglese ciò che arriva dagli Stati Uniti perché è normale che le culture esportino nella propria lingua i settori dove sono forti. Ma questi stessi personaggi, quando si tratta di esportare i nostri punti di forza – dal Made in Italy all’Italian Design – sono pronti a spiegarci anche tutto il contrario, e cioè che è giusto e necessario usare l’inglese, perché è la lingua internazionale. Il risultato è che non c’è che l’inglese in questo curioso import-export basato su due pesi e due misure.

Quale altro Paese storpia il proprio nome in inglese, invece che esportarlo nella propria lingua? La scelta di Vinitaly al posto per esempio di Vinitalia è come chiamare Pirandello Louis invece di Luigi, riscrivere con “Italy’s Brothers” l’inno nazionale, proclamare il Green, il White e il Red i colori della nostra bandiera, magari con la scusa di una standardizzazione internazionale dei Pantone.

Passando dal Wine al Food, che dire della manifestazione Woman in Food, abbreviata in Wif?

Mentre fortissime pressioni sociali, spesso proprio in nome del politically correct, spingono per educare tutti all’inclusione o alla femminilizzazione delle cariche, perché “ogni parola ha le sue conseguenze” e dunque è giusto e normale intervenire sull’uso per cambiare il modo cui ci siamo sempre espressi, in questi stessi ambienti riformatori che introducono la sorellanza accanto alla fratellanza, non c’è invece alcuna attenzione per l’anglicizzazione della nostra lingua, e tra Cook e food stylist, l’inglese viene ostentato come se ci fosse da andarne fieri. Su questo aspetto guai a intervenire! Guai a parlare di politica e pianificazione linguistica, sul fronte dell’itanglese, perché invece che guardare a cosa si fa oggi in Francia in Spagna, in Svizzera e nelle moderne democrazie, i nostri intellettuali sembra che sappiano guardare solo ai tempi del fascismo, quando le parole straniere vennero messe al bando e sono pronti a spiegarci che la lingua non si può di certo imporre dall’alto. Di nuovo si adottano due pesi e due misure, la pianificazione linguistica è perseguita su alcune questioni e negata per altre. E allora abbasso la discriminazione della donna, ma viva la discriminazione dell’italiano, degli italiani e delle italiane!

Mentre a Milano impazza quello che un tempo era il Salone del mobile, la parola d’ordine è una sola: rinominarlo con la Week Design, in attesa forse che anche il Fuorisalone divenga l’OutDesign. Il “renaming” è imposto dall’alto e i giornali sono i cani da guardia di questo revisionismo linguistico che hanno il compito di diffondere: Week, Week e se non basta: Weekend!

Intanto, nella nostra demenza culturale, abbiamo pensato di anglicizzare anche il logo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, per presentarci così, in inglese, a tutto il mondo, senza riflettere sull’impatto, fuori dai Paesi anglofoni, di questa scelta miope, perché siamo convinti che anche tutti gli altri siano – come noi – una provincia degli Usa. Dunque, invece di tradurre e puntare al plurilinguismo nel presentarci in Francia, Spagna, Germania e ovunque, ci presentiamo direttamente in inglese come fossimo un Paese anglofono.

In una recente pubblicità rivolta alla Francia (Histoire d’or à l’italienne) promossa dal nostro Ministero e dall’Italian Trade Agency (nome tipicamente italiota) è successo un bel pasticcio, perché le associazioni francesi si sono inviperite proprio perché il nostro inglese viola le loro leggi.

L’irriducibile Daniel De Poli, che da anni si batte contro l’anglicizzazione del francese – tempo fa mi ha segnalato il caso della condanna all’Aeroporto di Metz-Nancy-Lorraine – mi ha subito scritto facendo presente:

“Le menzioni in inglese Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation e Italian Trade Agency sono illegali, perché contravvengono all’articolo 3 della legge del 4 agosto 1994 (legge Toubon) che recita:
Qualsiasi iscrizione o annuncio affisso o fatto sulla pubblica via, in un luogo aperto al pubblico o su un mezzo di trasporto pubblico e destinato all’informazione del pubblico deve essere formulato in francese (art. 3).
Per di più, l’uso dell’inglese negli annunci pubblicitari dovrebbe essere evitato poiché molti francesi non capiscono o fraintendono la lingua inglese. Una menzione in francese ha molto più impatto perché è immediatamente comprensibile. Penso quindi che sarebbe auspicabile attivarsi affinché le prossime menzioni siano scritte in francese in Francia, per esempio traducendo in francese, invece che in inglese: Ministère des Affaires étrangères et de la Coopération internationale e Agence italienne pour le commerce extérieur.
Infine, vorrei sottolineare che questo tipo di reato – l’uso illegale dell’inglese – dà luogo ad azioni legali da parte dell’associazione di difesa della lingua francese Francophonie Avenir, che spesso hanno portato a delle condanne. Lo stesso governo di Emmanuel Macron è stato perseguito in diversi casi (casi 3, 4, 5 e 7), e il 20 ottobre 2022 c’è stata la condanna per un uso illegale del marchio Health Data Hub.”

Naturalmente, Daniel De Poli non ha scritto solo a me, ma si è rivolto alle associazioni per la tutela del francese e anche alle nostre istituzioni diffidandole, per il futuro, di presentarsi in Francia come un Paese anglofono. E la sommessa risposta di cortesia che ha ottenuto è la seguente:

Egregio Sig. De Poli,
la ringraziamo per l’attenzione mostrata verso le attività della nostra Agenzia e per la Sua cortese segnalazione, ricca di spunti informativi.
Siamo a conoscenza dei contenuti e delle prescrizioni della Legge n. 94-665 del 4 agosto 1994, che applichiamo con attenzione nelle nostre attività promozionali volte a sostenere le aziende italiane che desiderano operare sul mercato francese. Le menzioni in inglese cui fa riferimento riguardano in effetti la versione internazionale del logo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana e il logo stesso dell’Agenzia ICE, oggi Italian Trade Agency.
Alla luce di quanto da lei segnalato, ci riserviamo quindi di approfondire e verificare le modalità più corrette per esporre i loghi ufficiali del Ministero e dell’Agenzia in eventuali futuri annunci destinati al pubblico francese.

Cordiali saluti…”.

Davanti all’ammissione, a mio avviso sconcertante, che la versione “internazionale” del logo non è all’insegna del plurilinguismo ma concepita solo in inglese, non ho molto da aggiungere, a parte vergognarmi e dolermi profondamente della nostra provinciale pochezza che ci sta trasformando in una “colonia” anche dal punto di vista linguistico, oltre che economico, politico, militare e culturale. Voglio però riportare un’altra segnalazione arrivata da Daniele Imperi che mi pare un’ottima conclusione per farci riflettere su dove stiamo andando.

Si tratta di una schermata presa dal profilo Instagram dei nostri Oscar Mondadori. A prima vista sembra un libro in inglese, ma invece è in “italiano”, a partire dal titolo non tradotto, sino alle indicazioni del genere (Contemporary romance), dei contenuti (What’s Inside?), e delle spiegazioni (Doppio PoV, Single mom…). Questo sarebbe il nuovo “italiano”, per certi linguisti che ci spiegano come la nostra lingua sia “vitale” e vispa, o per quelli che ci spiegano che l’anglicizzazione è tutta un’illusione ottica… La realtà è che questo è itanglese, il nuovo modello linguistico della cancel culture diffusa e imposta dall’alto a partire dalle nostre istituzioni, dai nostri mezzi di informazione, e dalla nostra classe dirigente che ha rinunciato all’italiano.

https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2024/04/22/litaliano-cede-il-passo-allinglese-sul-piano-interno-e-anche-internazionale/

#anglicismiNelFrancese #anglicismiNellItaliano #francese #inglese #interferenzaLinguistica #itanglese #linguaItaliana #paroleInglesiNellItaliano #politicaLinguistica #rassegnaStampa #tradurre

stefania maurizismaurizi
2024-02-05

Grazie a @marcocesario @elucid per questa intervista davvero eccellente sul caso Julian e e sull'edizione del mio libro L'Affaire , appena uscito per @EditionsAgone con 2 prefazioni: e

elucid.media/democratie/assang

stefania maurizismaurizi
2024-01-26

Siete a ?
Siete tutti graditi stasera: parleremo del caso Julian , e dell'edizione del mio libro L'Affaire , appena uscito per @EditionsAgone con 2 prefazioni: Ken Loach e Serge Halimi, traduzione Laure Mistral

stefania maurizismaurizi
2024-01-25

Siete a ?

Siete tutti graditi per discutere il caso Julian e e la versione del mio libro, L'Affaire , appena pubblicato da @EditionsAgone on 2 prefazioni: e , traduzione Laure Mistral

Grazie !

stefania maurizismaurizi
2024-01-20

Il servizio pubblico francese di mi ha intervistato sul caso Julian e in occasione dell'uscita dell'edizione del mio libro L'Affaire (francese)

radiofrance.fr/franceculture/p

2023-12-20

lecture originale d'un classique mondial. Gargantua de Rabelais.
.
Since 1972.
.
#Rabelais #gargantua #france #litterature #elzevirista #letteratura #francese

Di Antonio Zoppetti

Un corrispondente dalla Francia da sempre impegnato contro l’anglomania, l’attivissimo Daniel De Poli, mi ha segnalato una notizia che voglio divulgare, visto che i mezzi di informazione difficilmente la racconteranno.

Tutto ha avuto inizio nel 2015, quando l’aeroporto di Metz-Nancy-Lorraine (la cui denominazione ufficiale francese era “aeroport de Metz-Nancy-Lorraine”) ha deciso di anglicizzare quel nome trasformandolo in “Lorraine Airport”, che oltre all’anglicismo ha introdotto anche l’inversione sintattica tipica dell’inglese. La motivazione era la solita, tutto era stato fatto in nome di una presunta “internalizzazione” che presuppone e dà per scontato – senza alcun fondamento – che la lingua internazionale sia l’inglese.

È una posizione che ben conosciamo in Italia, è la stessa logica con cui alcune università – dal Politecnico di Milano all’Università Bocconi – vogliono estromettere l’italiano e insegnare solo in inglese.

Questo disegno viene messo in opera in modo surrettizio, ma sistematico, attraverso piccoli passi apparentemente insignificanti, per esempio le carte d’identità concepite in modo bilingue (lingua nazionale + inglese) anche se l‘inglese non è affatto la lingua dell’Europa, soprattutto dopo l’uscita del Regno Unito.
In nome di questa ideologia linguicista le nostre istituzioni hanno deciso che i progetti di ricerca (dai Fondi per la scienza, i FIS, a quelli culturali, i Prin) debbano essere presentati obbligatoriamente in lingua inglese anche se si tratta di ricerche che riguardano materie italiane, con la paradossale conseguenza che per ottenere un finanziamento “italiano” di ricerca su Dante Alighieri bisogna presentarlo in inglese. Questa dittatura dell’inglese ci è stata imposta in modo ancora più pesante con la riforma Madia dei concorsi della Pubblica Amministrazione: il requisito di conoscere una “seconda lingua” è stato sostituito con la parolina magica “inglese”, che è diventato così un obbligo e un requisito indispensabile indipendentemente dai ruoli e dal fatto che la conoscenza di questa lingua sia davvero necessaria.

Naturalmente far coincidere “internazionale” e “inglese” è una voluta confusione che deriva da un progetto e da una visione politica che punta ad affermare e a imporre a tutti la lingua naturale dei popoli dominanti. In Italia siamo in prima linea nel sostenere e nel diffondere questa visione che fa dell’inglese una lingua superiore, ma in Francia le cose vanno diversamente, e davanti al cambio di nome dell’aeroporto sono divampate da subito le polemiche.

E così, l’associazione per la difesa della lingua Francophonie Avenir, dopo aver chiesto invano alla struttura di rinunciare all’inglese, ha intrapreso la via giudiziaria, visto che in Francia esistono delle ottime leggi a tutela della lingua. E dopo otto anni di battaglie, finalmente il 14 dicembre scorso è arrivata la sentenza che ha sancito la vittoria dell’Associazione: l’aeroporto è stato condannato a ripristinare il vecchio nome francofono e a riutilizzarlo nella denominazione ufficiale, su tutti i documenti, i cartelli e la segnaletica, la pubblicità, la documentazione cartacea e virtuale. Inoltre dovrà pagare le spese processuali, un risarcimento nei confronti dell’associazione e una multa simbolica di un euro per aver violato le leggi francesi (per chi è interessato, ecco il collegamento alla sintesi della vicenda dell’A.FRA.AV e il verbale della sentenza).

In Italia, invece, dove la compagnia di bandiera Alitalia è stata sostituita da ITA Airways, non esistono leggi in proposito, non esistono punti di riferimento e associazioni, e persino la Crusca – al contrario delle accademie di Francia e Spagna – ha un approccio descrittivo verso la lingua e ha rinunciato a essere prescrittiva. Dunque, come ho già denunciato in un altro articolo, di recente è accaduto che, per opera dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale, sia iniziato il processo di anglificazione dei porti pugliesi con la dicitura Port of Manfredonia, Port of Monopoli, Port of Barletta

Nella speranza che nel 2024 il vento possa cambiare anche da noi, auguro a tutti buone feste con la consueta raccomandazione di evitare, per piacere, la stucchevole consuetudine di inviare stupidi auguri di buon Natale e buon anno in inglese, con la scusa di essere internazionali.

https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2023/12/18/se-laeroporto-diventa-airport-la-sentenza-che-in-francia-ha-condannato-langlomania/

#anglicismiNelFrancese #francese #inglese #interferenzaLinguistica #politicaLinguistica #tradurre

Client Info

Server: https://mastodon.social
Version: 2025.07
Repository: https://github.com/cyevgeniy/lmst