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2025-12-07

“Ambrosius”: sedici secoli di Milano raccontati attraverso il Tesoro di Sant’Ambrogio

Elena Percivaldi

Se c’è un luogo caro ai milanesi, nel quale pulsa più forte il cuore dell’identità cittadina e che ne rappresenta l’anima più profonda, quello è senza ombra di dubbio la Basilica di Sant’Ambrogio. Le pietre vengono sostituite, gli stili architettonici cambiano e si sovrappongono, le funzioni degli edifici si ampliano e in parte si trasformano. Ma la Basilica meneghina per eccellenza, quella con la B maiuscola, da sedici secoli è sempre lì, ora con la sua forma romanica inconfondibile, ridisegnata nel Medioevo sul luogo dove Ambrogio alla fine del IV secolo pose la prima pietra, a sfidare il trascorrere del tempo.

È dentro questo spazio straordinario che nasce “Ambrosius”, un progetto di valorizzazione che non si limita ad aprire nuovi ambienti o a esporre oggetti, ma prova a fare qualcosa di più ambizioso: ricostruire un grande racconto unitario, dove archeologia, arte, fede, ricerca scientifica, didattica e architettura tornano a dialogare come parti di un unico organismo.

Al centro di tutto c’è il “Tesoro” della basilica: un insieme di oggetti legati alla figura del grande santo e alla sua memoria attraverso i secoli. Ma quello che è stato presentato in anteprima alla stampa il 3 dicembre e apre al pubblico in questi giorni, proprio in concomitanza della festività del santo patrono milanese (che cade il 7 dicembre), non è, in senso stretto, un nuovo “museo”. È piuttosto un percorso di lettura culturale stratificato, che attraversa luoghi di culto, reperti archeologici, capolavori d’oreficeria, tessuti medievali, frammenti lapidei, e li fa vivere – o meglio rivivere – attraverso il linguaggio contemporaneo. Un progetto ambizioso, insomma, che affronta una delle sfide più delicate della museografia: rendere accessibile un patrimonio sacro senza snaturarne la funzione spirituale.

La presentazione stampa, il 3 dicembre (foto: Elena Percivaldi)

Sant’Ambrogio: anima di Milano

Per capire davvero il senso del progetto bisogna tornare alla figura che tutto tiene insieme e che ha dato ad esso il nome: Aurelius Ambrosius, sant’Ambrogio. Nato a Treviri – allora Augusta Treverorum nel 340 d.C., in una famiglia dell’alta aristocrazia romana – il padre è Prefetto del Pretorio delle Gallie, una delle cariche più alte dell’Impero -, Ambrogio sembra avviato a una brillante carriera civile. Nel 370 viene designato governatore della provincia di Liguria et Aemilia, con sede proprio a Milano – anzi, Mediolanum – , che in quegli anni è una delle capitali imperiali. La città è ricca e potente, un crocevia di traffici commerciali, lingue e culture, ma anche un agone teologico, lacerato dallo scontro in corso tra ariani e niceni.

Quando nel 374 muore il vescovo ariano Aussenzio, la comunità milanese è sull’orlo del conflitto. Ambrogio interviene come autorità civile per sedare i tumulti. È in quel momento che avviene uno degli episodi più sorprendenti della storia della Chiesa: il popolo lo acclama vescovo. In una sola settimana viene battezzato, ordinato sacerdote e consacrato sulla cattedra di Milano, il 7 dicembre 374.

Il vescovo che sfidò gli imperatori

Da vescovo, Ambrogio diventa una delle figure più potenti dell’Occidente cristiano. Difende l’autonomia della Chiesa dal potere imperiale, tiene testa all’imperatrice Giustina, compone gli inni liturgici che ancora oggi caratterizzano il rito ambrosiano. Nel 390 compie un gesto senza precedenti: obbliga l’imperatore Teodosio a una pubblica penitenza dopo il massacro di Tessalonica, ordinato da quest’ultimo nell’ippodromo cittadino per punire i rivoltosi, che si erano ribellati all’arresto di un auriga molto amato linciando il comandante goto Buterico.

Ambrogio è guida spirituale, predicatore straordinario, uomo di governo. Tra coloro che ascoltano le sue parole e si convertono c’è Agostino, come lui destinato a diventare Padre della Chiesa, che riceve il battesimo proprio a Milano nella Pasqua del 387. Alla sua morte, nel 397, Ambrogio lascia una Chiesa profondamente trasformata e una città che, plasmata dalla sua eccezionale personalità e dalla sua capillare esperienza pastorale, da allora in poi non smetterà più di dirsi “ambrosiana“.

La Basilica: da necropoli dei martiri a cuore monumentale della città

In quest’ottica, religiosa e simbolica, Ambrogio agisce come “grande costruttore” dando un’impronta decisiva ai luoghi di culto della città. Su suo impulso nascono quattro grandi basiliche paleocristiane, poste fuori dalle mura urbiche ai quattro punti cardinali, tracciando una croce simbolica sulla città e racchiudendola in anello sacro: la Basilica Apostolorum (oggi San Nazaro), dedicata agli Apostoli e martiri; la Basilica Virginum (oggi San Simpliciano), per le vergini e i martiri; la Basilica Prophetarum (poi San Dionigi, oggi scomparsa ma della quale recenti scavi hanno ritrovato le tracce) per i profeti. E lei, la più importante: la Basilica Martyrum, oggi Sant’Ambrogio, costruita sul luogo di sepoltura dei martiri.

L’intitolazione è dettata dal ritrovamento, effettuato dallo stesso Ambrogio il 17 giugno 386 in un’antica area cimiteriale a ovest della città romana, delle reliquie di Gervasio e Protasio (noti anche come Gervaso e Protaso), fratelli milanesi caduti vittime della persecuzione di Decio o Valeriano (o secondo altri di Diocleziano). Ambrogio ne trasla i corpi nel nuovo edificio deponendoli sotto l’altare e alla sua morte, avvenuta nel 397, viene sepolto insieme a loro. Proprio in virtù del suo eccezionale carisma e della sua monumentale importanza storica, la chiesa trarrà da lui il nome con cui la conosciamo, diventando per tutti la basilica di Sant’Ambrogio.

Nel 784 l’arcivescovo Pietro vi fonda un monastero benedettino, approvato da Carlo Magno cinque anni dopo e dotato di canonica per servire i laici. Seguono, nella prima metà del IX secolo, gli importanti interventi voluti dall’arcivescovo Angilberto II (824-859) il quale fa aggiungere alla fabbrica un’abside decorata con un mosaico raffigurante il Redentore in trono tra Protasio, Gervasio e gli arcangeli e vari episodi della vita di Ambrogio, oltre al bellissimo ciborio sotto il quale fa collocare lo straordinario altare in oro, argento, pietre preziose e smalti, autentico capolavoro dell’oreficeria carolingio-ottoniana realizzata da Vuolvino, una delle rare opere “firmate” del primo Medioevo.

Il bellissimo Altare d’Oro di Vuolvino (ph. Mauro Ranzani)

Il grande cantiere romanico

La basilica ambrosiana viene rifatta nell’XI secolo durante la temperie politica che avrebbe portato alla nascita e allo sviluppo del Comune. Ormai troppo piccola per contenere i fedeli, la chiesa è ingrandita e ripensata in forme romaniche tra il 1088 e il 1099 da Anselmo III da Rho, ed è così che la vediamo tuttora.

Basilica di Sant’Ambrogio, interno (ph Marco Reggi)

La ricostruzione mantiene intatto l’antico impianto paleocristiano a tre navate e conserva anche – caso raro – l’antistante quadriportico, anche se con una funzione diversa: se infatti agli albori del cristianesimo serviva ad accogliere i catecumeni – ossia coloro che iniziavano il percorso di conversione –, in età comunale diventa luogo di ritrovo dei cittadini. I due campanili risalgono a epoca diversa: a quello più basso, voluto da Angilberto II, ne viene aggiunto uno più alto da Anselmo V della Pusterla (1128-1144) secondo lo schema del Westwerk (opera occidentale) di ambito germanico. Della fine del XII secolo è anche il tiburio ottagonale, crollato nel 1196 e subito ricostruito, modello formale per gli altri tiburi lombardi.

Basilica di Sant’Ambrogio, vista dal Quadriportico (ph. Amir Farzad)

Ingrandito nel Rinascimento dal Bramante, il complesso conosce le soppressioni napoleoniche; la basilica viene però riaperta al culto, fortificata nel 1864 dal ritrovamento delle ossa di Ambrogio, Gervasio e Protasio. Oggi le preziose reliquie sono esposte alla venerazione dei fedeli nella cripta, dentro un’urna di cristallo e argento.

Le vicissitudini della basilica, però, non erano ancora terminate. Il momento più drammatico arriva nell’agosto del 1943, quando i bombardamenti alleati distruggono l’abside e la canonica. L’Altare d’Oro è messo in salvo. La ricostruzione del dopoguerra, guidata da Ferdinando Reggiori, apre anche la strada al primo nucleo museale del Tesoro di Sant’Ambrogio, inaugurato nel 1949. E di cui oggi si è fornita una importante e decisiva “rilettura”.

Le testimonianze paleocristiane

Della basilica paleocristiana restano il raffinato sarcofago attribuito dalla tradizione a Stilicone, celebre e valoroso generale di Teodosio (ma probabilmente da attribuire a un personaggio di rango elevato legato alla corte imperiale milanese), una transenna decorata con il Cristogramma contornato da alfa e omega che forse apparteneva alla recinzione dell’antico altare e due pannelli di legno d’olmo dell’originaria porta d’ingresso commissionata da Ambrogio (conservate al Museo Diocesano, allestito nei Chiostri di Sant’Eustorgio). Recenti scavi hanno invece riportato alla luce le tombe dell’antico cimitero “ad martyres” (IV-V secolo): sepolture umili e prive di corredo in cui riposavano decine tra i primissimi cristiani milanesi.

Ambrosius: un progetto di valorizzazione tra fede e scienza

Ambrosius” nasce per dare una nuova coerenza a oltre un decennio di interventi sul complesso: dalla riapertura dell’Archivio Capitolare allo studio scientifico delle dalmatiche del Santo, fino alla ricostruzione del volto di Ambrogio.

Il coordinamento scientifico è affidato a un comitato di altissimo livello, con storici, archeologi, antropologi, teologi, restauratori. L’obiettivo non è creare un percorso spettacolare, ma costruire una narrazione scientificamente fondata, leggibile da pubblici diversi.

“Tesoro”, non museo: una parola che cambia il senso dell’esperienza

Chiamarlo Tesoro significa riconoscere che ciò che vi è custodito non è soltanto un insieme di opere, ma un deposito vivo di fede, dove il corpo stesso di Ambrogio è ancora il centro spirituale dell’intera Basilica. La parola richiama l’antico inno medievale Apparuit thesaurus Ambrosius: il vero tesoro è ciò che sta sotto l’altare.

Il nuovo percorso del Tesoro nel dettaglio: ecco tutti i suoi “gioielli”

Il nuovo itinerario si articola oggi in tre ambienti principali, concepiti come tappe di un’unica narrazione.

L’Aula Ambrosii

Si parte dall’Aula Ambrosii, l’antica sacrestia dei monaci, ora aperta al pubblico per la prima volta. Qui si concentrano i suggestivi oggetti legati direttamente alla memoria del Santo. Vediamoli più da vicino.

La Scodella di Ambrogio

Partiamo dalla cosiddetta “scodella di Ambrogio“, una custodia-reliquiario dell’ultimo quarto del XIV secolo contenente i resti di una scodella attribuita al santo. L’incisione lo raffigura in cattedra attorniato dai santi Gervaso e Protaso con i simboli del martirio (palma e spada). L’arcivescovo nella mano sinistra regge il pastorale e nella destra brandisce lo staffile, una frusta a strisce di cuoio che ne simboleggia l’azione contro gli eretici, secondo un’iconografia diffusa a partire dal XII secolo.

Scodella di Sant’Ambrogio (ph. Mauro Ranzani)

Nella stessa teca troviamo una preziosa ampolla-reliquiario del IV secolo, ritrovata durante la ricognizione sulle sepolture dei martiri effettuata nel 1864 e che, secondo quanto afferma il cartiglio che la autentica (datato 9 ottobre 1873), conteneva il sangue di san Protaso.

Ampolla reliquiario di Protaso e Gervaso (foto: ©Elena Percivaldi)

I frammenti lapidei della basilica paleocristiana

Sempre nell’Aula Ambrosii sono esposti alcuni frammenti lapidei pertinenti alla basilica paleocristiana, tra cui una splendida tarsia policroma risalente al IV-VI secolo. Ciò che rimane raffigura l’Agnello, un angelo aureolato e un pannello con decorazione geometrica: facevano parte di una fascia decorativa inserita nell’abside della Basilica tardoantica, forse rimontata in occasione del rifacimento carolingio.

Tarsia dell’Agnello e angelo (ph. Mauro Ranzani)La fascia decorativa geometrica (foto: ©Elena Percivaldi)

Un altro interessante frammento superstite riguarda una transenna trovata nell’Ottocento sotto l’Altare d’Oro, poggiata sopra al sarcofago in porfido contenente i corpi di Ambrogio, Gervaso e Protaso. Risalente al IV secolo, si ipotizza che appartenesse alla recinzione delimitante lo spazio presbiteriale ed è caratterizzata dalla presenza del Cristogramma, l’abbreviazione del nome di Cristo – le lettere “Chi” (X) e “Rho” (P) – affiancate da Alfa e Omega, l’inizio e la fine di tutto.

Transenna lapidea (ph. Mauro Ranzani)

Due preziosi frammenti di seta del IX secolo dall’Oriente

Di grande qualità e importanza sono poi i due rarissimi frammenti di seta del IX secolo, parte di un più ampio tessuto decorato a medaglioni raffigurante la leggenda di caccia del re persiano Bahram Gur (morto nel 438), messa per iscritto tra il IX e il X secolo e diffuso in Occidente tramite le rotte commerciali. Sulla scena, ricca di simboli, campeggia il sovrano che, con una freccia, abbatte un asino selvatico e un leone che lo assale; intorno a lui, un gran numero di animali – uccelli, cani, cervi, aquile, lepri -, ricorrenti nella tradizione persiana.

I due frammenti di seta con la caccia di re Bahram Gur (foto: ©Elena Percivaldi)

Non sappiamo con precisione come questo capolavoro in seta giunse a Milano, anche se la sua presenza non stupisce più di tanto, data la vivacità dei commerci con Costantinopoli, nei cui atelier (e in quelli siro-palestinesi) il tema della caccia rappresentava un Leitmotiv spesso presente sui tessuti di lusso. Una volta giunte in Occidente, queste sete venivano destinate a un compito sacro. Troviamo infatti tessuti con lo stesso motivo iconografico nei tesori di altre chiese del IX secolo: San Cuniberto a Colonia, St-Calais a Le Mans, Sant’Emidio ad Ascoli Piceno.

Nel caso milanese, le sete di Bahram Gur furono scelte da Angilberto II per rivestire l’interno degli sportelli centrali dell’altare d’oro destinato a custodire le reliquie dei santi, dove rimasero fino al 1918.

Il letto funebre di sant’Ambrogio

Al centro campeggia il letto ligneo di Sant’Ambrogio, ricomposto da 17 frammenti originali rinvenuti da Ferdinando Reggiori nell’altare di San Vittore in Ciel d’oro nel 1938. Secondo la tradizione, si tratta del giaciglio sul quale Ambrogio morì oppure fu deposto per la veglia funebre.

Il letto funebre di Ambrogio esposto nel Tesoro (foto: ©Elena Percivaldi)

Documentata dal 1576 come “vecchissima” reliquia in possesso dei monaci, dopo un lungo periodo di prestito al Museo Diocesano di Milano trova ora posto in via definitiva nel Tesoro della Basilica e sarà oggetto di nuove indagini archeologiche e diagnostiche (sotto, i particolari in alcune foto di Marco Raggi).

Il sacello di San Vittore in Ciel d’Oro

Il cuore del percorso, né poteva essere diversamente, è però il sacello di San Vittore in Ciel d’Oro, l’unica cella memoriae paleocristiana superstite del complesso. Secondo la tradizione qui Ambrogio fece seppellire il fratello Satiro in un sacello che conteneva le reliquie di san Vittore.

San Vittore al centro del mosaico della cupola di San Vittore in Ciel d’oro (ph. Marco Reggi)

Gli scavi archeologici hanno in realtà suggerito che questo piccolo edificio, a pianta trapezoidale, potrebbe risalire al V secolo: sarebbe stato realizzato dal vescovo Lorenzo insieme ai bellissimi mosaici che rappresentano, nella cupola, san Vittore su un fondo oro (da cui il nome San Vittore in Ciel d’Oro) e lungo le pareti sant’Ambrogio – senza aureola – tra i santi Gervasio e Protasio e il vescovo Materno tra i santi Felice e Nabore (i cui resti Materno fece trasferire in città). Il sacello fu in seguito inglobato nella basilica ambrosiana di cui ancora oggi fa parte, rappresentandone la porzione più antica.

Il Capitolino

Il percorso prosegue e si chiude nel Capitolino, la sala capitolare sede delle assemblee dei monaci: le attuali due sale insistono su alcune delle strutture del monastero eretto nel 784 accanto alla basilica. A partire dal IX secolo questo spazio era aperto e destinato alle sepolture di abati e benefattori di chiesa e monastero, poi viene trasformato nel XV secolo in una serie di ambienti collegati tra loro.

Ambrosius, Tesoro: Il Capitolino (ph Marco Reggi)

Nel nuovo percorso queste sale sono state scelte per ospitare una straordinaria raccolta di frammenti lapidei, opere d’arte e oggetti di oreficeria sacra, accanto ai monumenti funebri che ne ricordano l’antica funzione. Ne abbiamo scelti alcuni da raccontare in dettaglio.

Elementi lapidei nel Capitolino (foto: ©Elena Percivaldi)

Iniziamo da due cofanetti-reliquiario esposti in una delle prime vetrine. Il più antico, in avorio dipinto, è del XII secolo, è di manifattura egiziana Fatimide oppure normanno-sicula. Forse giunse a Milano come dono di Costanza d’Altavilla, futura madre di Federico II, che il 27 gennaio 1186 celebrò in Sant’Ambrogio le sue nozze con l’imperatore Enrico VI.

Cofanetto in avorio, XII secolo (ph. Mauro Ranzani)

Il più recente, del XIII secolo e in legno e osso, è di provenienza ignota. In origine era decorato con 15 figure di santi in metallo applicate con pece, purtroppo perdute, e interamente rivestito di stoffa, di cui resta qualche frammento.

Cofanetto a cassetta in legno e osso, XIII secolo (ph. Mauro Ranzani)


In un’altra teca sono esposte le cosiddette “fiale-balsamario” di Nabore e Felice, risalenti al III-IV secolo e provenienti dal sarcofago dei due martiri conservato in San Francesco Grande e poi trasferito in Sant’Ambrogio dopo il 1798. Due di esse, avvolte in seta, contenevano grumi di terra, che secondo la tradizione era intrisa del loro sangue. La terza fiala, del XVIII secolo, aveva scopo farmaceutico e attesta la continuità del culto dei due martiri.

Fiale balsamario di Nabore e Felice e capsella reliquiario (foto: ©Elena Percivaldi)

Nella stessa vetrina è esposta anche una capsella reliquiario molto semplice, in pietra, databile al V-VII secolo.

Tra gli elementi scultorei tardoantichi e altomedievali troviamo la lastra funebre della moglie di Secundinus, riemersa dagli scavi archeologici e databile al IV-VI secolo, commovente testimonianza di un legame familiare spezzato dalla morte ma nel contempo aperto alla speranza della vita eterna.

Lastra della moglie di Secundinus (foto: ©Elena Percivaldi)

C’è poi una bella lastra con Agnello portacroce del VI-VII secolo ritrovata – frammentata – nel 1865 nell’area absidale, reimpiegata poi dal parroco Francesco Maria Rossi all’ingresso della cappella di San Vittore in Ciel d’Oro e lì rimasta fino ai restauri novecenteschi.

Lastra con Agnello portacroce (VI-VII secolo) (foto: ©Elena Percivaldi)

Notevoli i rilievi con santi e simboli degli evangelisti risalenti all’VIII-IX secolo, probabilmente da un pulpito carolingio: sui due principali distinguiamo Protaso e Luca, forse Paolo e Marco, mentre nell’altro resta un angelo, simbolo di Matteo. Sul retro della lastra di Paolo si trova un motivo a croci incise, di VI-VII secolo.

Rilievi con santi e simboli degli evangelisti (foto: ©Elena Percivaldi)Frammento di pulpito carolingio (ph. Mauro Ranzani)

C’è poi un pluteo frammentario con decorazione a intreccio e motivo a croce greca, risalente al IX secolo), rinvenuto nel 1869 durante lo smontaggio della scala del pulpito: verosimilmente faceva parte dell’arredo liturgico del presbiterio nella basilica carolingia.

Pluteo del IX secolo

Interessante anche la lastra di stipite con decorazione a intreccio nastriforme di fine XI-inizio XII secolo: non si sa di quale portale facesse parte, ma sicuramente risale alla ricostruzione romanica della basilica e riproduce, in maniera “arcaizzante”, forme tipiche dell’età carolingia. Un secondo frammento dello stesso stipite è conservato nei depositi.

Lastra di stipite, XI-XII secolo (foto: ©Elena Percivaldi)

Tra le sculture più tarde spiccano i Pleurantes (o “Piagnoni”), cinque figure dolenti in abito benedettino, risalenti al XV secolo e realizzati in marmo di Candoglia dipinto. Il gruppo, attribuito a Jacopino da Tradate – il principale scultore lombardo attivo nel cantiere del Duomo all’inizio del Quattrocento -, probabilmente reggevano la cassa di un defunto appoggiata alla parete di una cappella.

I Piagnoni (ph. Mauro Ranzani)

Gli studiosi ritengono che i Piagnoni provengano dalla tomba dei fratelli Giacomo e Alchirolo Della Croce, membri di una nobile famiglia milanese al servizio dei duchi Gian Galeazzo e Filippo Maria Visconti. Il gruppo era originariamente collocato nella cappella di Santa Caterina di Alessandria – la terza della navata destra nella basilica ambrosiana -, finché non fu spostato in occasione della trasformazione dello spazio, tra il 1802 e il 1812, per ospitare i resti di Marcellina, la sorella di Ambrogio.

I cinque “Piagnoni” nell’allestimento del percorso (foto: ©Elena Percivaldi)

Altre opere degne di nota sono l’Urna degli Innocenti (XV secolo), la Pace Viscontea, la grande croce di Azzone Visconti, un Cristo tra i dottori del Bergognone e un bellissimo polittico di Marco Lombardi.

Reliquiario degli Innocenti (ph. Mauro Ranzani)Croce detta viscontea (ph. Mauro Ranzani)Polittico di Marco Lombardi (ph. Mauro Ranzani)

Chiude il percorso l’imponente monumento funebre dell’abate Guglielmo Cotta (morto il 12 ottobre 1267), capolavoro della cultura artistica duecentesca milanese.

La tomba è formata da una lastra romana riutilizzata, che ritrae l’abate frontalmente rivestito con i paramenti sacri simbolo del suo ruolo: fu il primo abate di Sant’Ambrogio ad assumere il titolo di conte.

La lastra di marmo con il ritratto dell’abate Guglielmo Cotta (foto: ©Elena Percivaldi)

Sotto l’arcosolio compare il defunto mentre viene presentato alla Vergine e al Bambino dai santi Benedetto, patrono del monachesimo, e Ambrogio. Sulla parte superiore si legge una lunga iscrizione che esalta le virtù morali e l’operato dell’abate.

L’iscrizione sul monumento di Guglielmo Cotta (foto: ©Elena Percivaldi)

Infine, sulla lunetta sovrastante la porta si trova l’originale e inconsueta immagine del Cristo con in bocca una spada, simbolo della forza della parola divina. Il rimando è, ovviamente, alla visione dell’Apocalisse (Ap 1,16).

In questo luogo appartato e suggestivo si percepisce davvero, meglio forse che altrove, quanto l’eredità spirituale e civile lasciata da Ambrogio abbia continuato a far sentire la propria influenza sulla comunità milanese lungo i secoli, fino ad arrivare ai giorni nostri.

Il vero volto di Ambrogio

Uno dei punti più intensi ed emotivi del percorso è la ricostruzione scientifica tridimensionale del volto di Ambrogio, realizzata dal LABANOF dell’Università degli Studi di Milano sulla base delle moderne tecniche forensi partendo dal cranio del santo.

I risultati dello studio paleoantropologico

Le indagini condotte sui resti ossei hanno portato a ricostruire non solo le fattezze del grande arcivescovo e patrono di Milano, ma anche le sue condizioni di salute e le malattie di cui soffriva, dati poi messi a confronto con i particolari biografici del santo tramandati dalle fonti antiche e dai suoi stessi scritti.

La ricostruzione del volto di Ambrogio (©Labanof)

Lo studio ha mostrato che i resti di Ambrogio sono quelli di un uomo di circa 60 anni alto un metro e 70; in vita subì una frattura alla clavicola destra che gli causò dolori alla spalla, un dato che concorda con quanto lo stesso santo lamenta nelle lettere inviate alla sorella Marcellina.

Quanto agli scheletri di Gervasio e Protasio, appartengono a due giovani uomini morti in un’età compresa tra i 23 e i 27 anni, robusti e molto alti rispetto alla media del tempo: oltre un metro e 80. Entrambi presentavano difetti congeniti alle vertebre (e sappiamo che erano fratelli, forse gemelli), fratture guarite di vecchia data sugli arti inferiori, compatibili con la loro professione di militari.

Infine uno dei due presenta segni di decapitazione e peculiari lesioni alle caviglie, forse da costrizione forzata; l’altro lesioni da difesa e fratture costali: anche in questo caso, confermerebbero il dato agiografico che li vuole uccisi in giovane età, il primo decapitato e il secondo a colpi di frusta.

Ritratto vero e ritratto “simbolico

Il busto di Ambrogio esposto lungo il percorso, in resina poliuretanica, è stato sviluppato con il contributo di persone ipovedenti, per verificarne la leggibilità tattile, e presenta una didascalia in Braille. La collocazione all’ingresso del Sacello di San Vittore in Ciel d’Oro consente di confrontarne le fattezze con quelle del celebre ritratto musivo del santo e apprezzarne l’effettiva somiglianza.

Il ritratto musivo di Ambrogio nel Sacello di San Vittore in Ciel d’Oro (Commons)

Tecnologia invisibile e tutela estrema

Sul piano tecnico, le vetrine su misura in ferro e cristallo extra-light sono dotate di climatizzazione passiva e illuminazione LED dimmerabile 3000°K. I tessuti sono protetti da sensori di prossimità che attivano la luce solo al passaggio del visitatore.

La teca con il letto di Ambrogio (ph Marco Reggi)

Il letto ligneo è custodito in una teca apribile con piano scorrevole, che consente studi diretti senza alterare il microclima. Tutti i supporti lapidei sono reversibili, nel pieno rispetto dei vincoli monumentali.

Accoglienza, didattica e “bottega del sapere”

La nuova area accoglienza e didattica, firmata da Giuseppe Amato con l’architetto Giorgio Ripa, ospita bookshop, biglietteria, sala multimediale e un’aula laboratorio concepita come una bottega contemporanea. Un grande tavolo modulare accoglie fino a trenta partecipanti, la rastrelliera di utensili permette di insegnare oltre venti tecniche artistiche.

La nuova area accoglienza e didattica (ph Marco Reggi)

La maquette lignea: otto secoli in un unico sguardo

Giuseppe Amato, Modello ligneo Basilica (ph. Attilio Feder)

All’interno del percorso trova spazio anche un modello ligneo (maquette) in quercia, in scala 1:30, che accosta la Basilica del IV secolo a quella romanica del XII. Una tarsia policroma alla base restituisce la stratificazione delle epoche, mentre un fascio di luce zenitale trasforma il modello in un’esperienza contemplativa.

I nuovi Orti Monastici della Basilica di Sant’Ambrogio

Da segnalare infine, accanto alle proposte educative e didattiche curate da Ad Artem, la creazione di due piccoli nuovi orti, ispirati alla tradizione medievale dei giardini monastici.

I monaci vedevano nell’hortus conclusus un simbolo del legame profondo tra uomo e natura, un microcosmo che univa pratica quotidiana e dimensione spirituale. L’intervento, curata da Elisabetta Cavigioli, orticultrice e garden designer, e Angela Ronchi, biologa ed educatrice botanica, prevede due spazi distinti. Nel piccolo chiostro dell’Oratorio trova sede un Hortus simplicium dedicato alle erbe medicinali e officinali, ispirato all’antica sapienza monastica nella coltivazione di piante curative. All’esterno della nuova area didattica, un Hortus holerorum accoglie invece piante tintorie, da filato e per uso alimentare, testimoniando il legame vitale tra il giardino e vita quotidiana medievale.

Per guidare il pubblico alla scoperta dei due piccoli orti verranno proposte anche iniziative rivolte alle famiglie e a gruppi di adulti: visite dedicate, laboratori tematici e incontri culturali di approfondimento sui diversi aspetti del giardino officinale e tintorio.

Le scuole potranno accedere a un’ampia offerta educativa dedicata, sviluppata in collaborazione con la Rete degli Orti Botanici della Lombardia, proposta che integra le visite e i laboratori didattici curati da Ad Artem.

Da Ambrogio alla città, e oltre

Con Ambrosius, dunque, la Basilica di Sant’Ambrogio non solo si mostra, ma si racconta, si interroga e dialoga con tutti, milanesi e non. Molto più che un “semplice” progetto museale, propone una nuova forma di “cittadinanza culturale“, dove Milano può tornare a riconoscere, pietra dopo pietra, la propria origine, confermando nel contempo la sua vocazione aperta al mondo.

Informazioni
Ambrosius. Il Tesoro della Basilica
Il nuovo percorso museale e le proposte didattiche per la valorizzazione culturale e spirituale della Basilica di Sant’Ambrogio e del suo Tesoro.

Basilica di Sant’Ambrogio
Ingresso da Piazza Sant’Ambrogio 23 – Milano
www.ambrosiusiltesorodellabasilica.it

Da martedì 9 a mercoledì 24 dicembre mattina: apertura straordinaria gratuita per i fedeli e per la città
Da venerdì 26 dicembre il percorso museale apre ufficialmente al pubblico con orari, modalità e proposte didattiche indicate sul sito

NB: L’accesso alla Basilica di Sant’Ambrogio senza visita al museo è gratuito. Per i gruppi è comunque obbligatoria la prenotazione tramite il sito www.ambrosiusiltesorodellabasilica.it

Orari di visita Ambrosius. Il Tesoro della Basilica
Da lunedì a sabato: 9.30-12.30 | 14.30-17.30
Domenica: 14.30-17.00
Chiuso nei giorni 6, 7, 8 e 25 dicembre 2025. Nei giorni delle feste liturgiche si applica l’orario festivo.

Biglietti ingresso museo Ambrosius. Il Tesoro della Basilica
Acquisto presso la biglietteria in Piazza Sant’Ambrogio 23 – Milano
Intero: € 5,00
Ridotto: € 3,00 (Under 18, Over 65)
Gruppi: € 4,00
Scuole: € 2,00
Gratuito: persone con disabilità, abbonamento Musei Lombardia, guide turistiche abilitate, accompagnatori scuole.

Acquisto online su Vivaticket: costo biglietto + diritto di prevendita € 1,00

Visite guidate e laboratori Ad Artem

Per tutte le info: www.ambrosiusiltesorodellabasilica.it

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Mosaico raffigurante San Vittore, con simboli cristiani e decorazioni floreali, all'interno della Basilica di Sant'Ambrogio.Interno della Basilica di Sant'Ambrogio, durante un evento con un pubblico numeroso e un tavolo di relatori, con decorazioni affrescati visibili sul soffitto e pareti.Pannello dorato decorato con rilievi che rappresentano scene religiose, arricchito da gemme e dettagli elaborati.Interno della Basilica di Sant'Ambrogio a Milano, con archi romanici e panche di legno, settecentesimo secolo.
2025-10-26

La recensione | Restituire un nome, ricostruire una storia: Galassi e Varotto raccontano l’antropologia forense

Elena Percivaldi

L’antropologia forense è una disciplina che si fonda su un delicato equilibrio tra passato e presente. Studia i resti umani, ma lo fa con lo sguardo rivolto al futuro, con lo scopo di restituire identità ai morti, dare risposte alla giustizia, preservare la memoria collettiva. È questo il filo conduttore del volume Breve storia dell’antropologia forense (Bookstones Edizioni, 2024), firmato da Francesco Maria Galassi ed Elena Varotto: un testo che può interessare tanto lo specialista quanto l’appassionato di storia, criminologia e medicina legale, tanto più che di recente la disciplina sembra aver riscosso una fortuna che va oltre l’ambito degli addetti ai lavori.

I fatti di cronaca, dalla riapertura del caso Garlasco al duplice infanticidio di Traversetolo, dai delitti passionali con sparizioni annesse agli efferati femminicidi che ormai sono quasi all’ordine del giorno, hanno infatti acceso i riflettori sul mondo degli antropologi forensi, spesso chiamati a collaborare come esperti durante le indagini. Complici anche le serie tv, gli antropologi sono visti a livello popolare come un misto tra Sherlock Holmes, Indiana Jones e la Temperance Brennan, detta “Bones”, della nota serie tv statunitense, come il suo corrispettivo francese Balthazar impegnata a risolvere casi intricatissimi grazie a una ferrea preparazione scientifica illuminata da intuizioni geniali. Un successo, quello del genere scientifico-noir, testimoniato anche dal recente esperimento nostrano della serie “Costanza”,  andata in onda su Rai 1 dal 30 marzo al 13 aprile 2025 con buona accoglienza (qui parliamo per la verità di paleopatologia, ma poco cambia).

Gli autori del volume, entrambi acclarati specialisti, hanno l’indubbio merito di presentare un quadro completo della materia, mai appesantito da tecnicismi. Ne risulta un volume che all’elevata qualità scientifica assomma il pregio di una narrazione chiara e scorrevole, che accompagna il lettore in un percorso appassionante, intrigante e accessibile.

Le prime forme di identificazione

Il libro inizia mostrando come la curiosità dell’uomo verso l’identificazione dei corpi non sia affatto un fenomeno recente. Risalendo indietro nel tempo, si scopre che già in epoca antica esistevano pratiche che, seppur lontane dall’attuale metodo scientifico, mostrano un deciso interesse al tema.

Gli autori citano diversi episodi degni di nota, tra cui quello di Mitridate VI re del Ponto, grande nemico di Roma. Il suo corpo senza vita – siamo nel 63 a.C. e la voce narrante è quella di Plutarco – venne portato al cospetto di Pompeo, ma aveva il volto irriconoscibile perché gli imbalsamatori non avevano eliminato – come da prassi – il cervello, sicché il cadavere aveva iniziato a corrompersi.

Tetradramma d’argento raffigurante il profilo di Mitridate VI
Di Classical Numismatic Group, Inc. http://www.cngcoins.com, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76318046

A permettere di riconoscere in quel corpo quello di Mitridate sarebbero state le sue cicatrici, perfezionando quello che secondo gli autori sarebbe “il primo caso storicamente registrato di identificazione personale a partire dai resti cadaverici, utilizzando una tecnica razionale e basata sull’anatomia umana”.

Il “morso” di Guglielmo il Conquistatore

Dopo aver passato in rassegna altri casi dell’antichità, si arriva al Medioevo con il curioso episodio legato a Guglielmo il Conquistatore, il vincitore di Hastings (1066). Di lui si dice che fosse solito “firmare” i propri documenti mordicchiandone sigilli di cera, un’abitudine che per la verità – ci dicono sempre gli autori – aveva adottato anche l’indiano Aśoka, sovrano dell’impero Maurya nel III secolo a.C.

L’aneddoto dimostra un fatto importante: già molti secoli fa si era notato che la conformazione della dentatura variava da persona a persona e che il “morso” era dunque un segno distintivo e caratterizzante che permetteva di individuare chi lo aveva lasciato, un po’ come le impronte digitali. Non a caso, questa “prova” fu utilizzata anche per “incastrare” il predicatore puritano George Burroughs, condannato alla pena capitale nel 1692 perché accusato (ingiustamente) di aver morso alcune delle ragazze coinvolte nel celebre caso delle streghe di Salem. E ciò nonostante avesse un alibi di ferro: all’epoca dei presunti attacchi era… in carcere.

Non mancano ovviamente, nell’opera, riferimenti ai grandi medici dell’antichità, da Ippocrate a Galeno, che con i loro studi posero le basi dell’osteologia. Se in quei secoli non esisteva ancora un’antropologia “forense” come la intendiamo oggi, i semi di questa disciplina erano già presenti e avrebbero germogliato presto.

Il caso Parkman e la nascita della scienza forense moderna

Il salto decisivo avvenne tra XIX e XX secolo, quando l’antropologia cominciò a rapportarsi e a dialogare in modo sempre più serrato con il sistema giudiziario. Uno dei casi più celebri è, da questo punto di vista, l’omicidio di George Parkman, medico di Boston assassinato brutalmente il 23 novembre 1849. Il suo corpo, smembrato e bruciato, fu identificato grazie al lavoro di Jeffries Wyman, anatomista di Harvard. Le prove raccolte consentirono di inchiodare il colpevole, John White Webster, docente al Harvard Medical College a Cambridge (Massachusetts), il quale fu processato e condannato all’impiccagione. L’episodio segnò una svolta, mostrando come l’analisi dei resti potesse indirizzare il corso della giustizia in maniera decisiva.

L’uccisione di Parker in un disegno dell’epoca (Public Domain, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=11575479)

Maria Antonietta e l’odontoiatria forense

L’attenzione ai casi concreti è, senza dubbio, uno degli aspetti più riusciti del libro. Citiamo ad esempio quello della regina di Francia Maria Antonietta, ghigliottinata il 16 ottobre 1793 e seppellita insieme al marito Luigi XVI, il quale già a gennaio l’aveva preceduta sul patibolo, nel cimitero del al Madeleine. I corpi dei due sovrani furono riesumati nel 1815 durante la Restaurazione, e sul posto fu eretta la Chapelle Expiatoire in memoria delle vittime della Rivoluzione. Le ossa furono trasferite nella necropoli reale di Saint-Denis, dove riposano tuttora.

Élisabeth Vigée Le Brun, Ritratto di Maria Antonietta con la rosa, olio su tela, 1783, Reggia di Versailles (Wikimedia Commons)

Al disseppellimento era presente, tra gli altri, il celebre scrittore François-René de Chateaubriand, il quale – come avrebbe raccontato egli stesso in una memoria – riconobbe la testa della regina per il sorriso che una volta gli aveva rivolto a Versailles: un sorriso “particolare” , dovuto agli interventi del dentista Pierre Laveran, il quale le aveva corretto alcune malformazioni dentarie, conferendole quell’aspetto inconfondibile che molti a Parigi, evidentemente, ancora ricordavano bene.

La strage del Bazar de la Charité

Riconoscendo in questo modo la regina, ricordano gli autori del libro, Chateaubriand anticipò di oltre 80 anni le identificazioni odontologiche basate sul raffronto tra morfologia dentaria e cartelle cliniche. Una prassi che si sarebbe rivelata particolarmente preziosa nel 1897 quando, dopo un disastroso incendio scoppiato a Parigi, sarebbe stato necessario basarsi proprio sulle dentature per dare un nome alle vittime – tra cui numerose nobildonne – rimaste intrappolate nel rogo del capannone ligneo che ospitava il Bazar de la Charité.

Wikimedia Commons

Le fiamme, raccontano le cronache, scoppiarono quando le attrezzature del proiezionista, che stava mostrando alcune immagini messe a punto con la recente tecnica dei fratelli Lumière, presero fuoco. L’identificazione dei 112 corpi carbonizzati, che fu ottenuta mediante il raffronto dentale, costituisce una pietra miliare nella storia dell’odontoiatria forense.

I denti di Hitler

Passando al Novecento, gli autori tra i tanti casi possibili scelgono di trattare la controversa vicenda dell’identificazione del dittatore nazista Adolf Hitler, che secondo testimoni oculari si sarebbe tolto la vita il 30 aprile del 1945 nel bunker di Berlino ingerendo una capsula di cianuro e sparandosi, simultaneamente, un colpo di pistola alla tempia destra. Il suo corpo, così come quello di Eva Braun – anche lei suicidatasi con il cianuro – sarebbe stato quindi portato per sua stessa disposizione nel giardino della Cancelleria del Reich e bruciato per evitare che cadesse nelle mani dei sovietici e fosse sottoposto a dileggio.

I resti furono individuati e recuperati dall’Armata Rossa e portati in gran segreto a Magdeburgo, dando origine a una serie di voci (mai provate, ma ugualmente care ai complottisti) secondo le quali il Führer sarebbe uscito da Berlino vivo e vegeto e avrebbe trovato rifugio in Sud America.

Perché quei resti fossero analizzati si dovette attendere il 1973 e l’opera di due ricercatori, il medico forense Reidar F. Soggnaes e l’odontologo svedese Ferdinand Strøm, i quali identificarono Hitler grazie al confronto tra le protesi dentarie trovate e le radiografie del cranio che erano state effettuate nel 1944-45, dopo che il leader di un gruppo anti-nazista aveva cercato di ucciderlo.

Il confronto confermò l’esatta corrispondenza tra lastre e protesi, fugando ogni dubbio. In seguito, l’identificazione fu confermata da altri studi indipendenti.

Radiografia del cranio di Hitler (1944)

La vicenda si chiuse, come si sa, nel 1970 con la cremazione dei resti del dittatore nazista e la loro dispersione nell’Elba, mentre le protesi furono inviate a Mosca, dove sono conservate come prova.

Il caso dei Romanov

A proposito di orrori del Novecento e di identificazioni controverse, ricordiamo anche un altro caso celebre – che gli autori nel volume non affrontano, forse perché fin troppo noto -, quello dei resti della famiglia imperiale dei Romanov, i cui membri – lo zar Nicola II, la moglie Aleksandra Fëdorovna e i cinque figli Olga, Tatiana, Maria, Anastasia e Alessio – furono fucilati dai rivoluzionari bolscevichi la notte tra il 16 e il 17 luglio 1918.

I Romanov (Wikimedia Commons)

Dopo anni di ricerche e di misteri, nel maggio 1979 i resti furono rinvenuti in una fossa comune nella foresta non lontano da Ekaterinburg, il luogo dove i Romanov erano stati barbaramente uccisi. L’esistenza dei reperti fu resa pubblica solo nel 1989, dopo la caduta del comunismo in Russia. Tre anni dopo, nel luglio 1991, le ossa di cinque membri della famiglia imperiale (lo zar, la zarina e tre delle loro figlie) vennero esumate e sottoposte a una lunga serie di analisi forensi.

Successivi test del DNA, condotti utilizzando campioni estratti da una camicia insanguinata di Nicola II, hanno confermato l’identità dei defunti: anche di quelli dello zarevic Alessio e della sorella Maria, scoperti nel 2007.  I test sono stati ripetuti nel 2015, ribadendo l’identità di Nicola II e della moglie. Oggi i Romanov riposano tutti nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo.

Dai grandi disastri all’11 settembre: il ruolo cruciale della disciplina

Al di là dei casi celebri, l’antropologia forense si è rivelata fondamentale anche in molti altri contesti, in primis quelli segnati dalle catastrofi collettive. Possiamo citare a titolo di esempio le operazioni di identificazione seguite ai tremendi attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001: i resti rinvenuti in quello scenario di orrore risultarono, in molti casi, talmente smembrati e frammentati che l’identificazione delle vittime cui appartenevano fu possibile solo grazie all’analisi comparativa dei denti.

Lo stesso vale per l’attentato di Oklahoma City (1995) e per le vittime dell’uragano Katrina (2005), casi in cui le ossa e i denti furono talvolta l’unico strumento per ridare un nome ai corpi. La disciplina, in scenari siffatti, ha l’occasione di mostrare anche il suo volto più umano, travalicando i confini della scienza per abbracciare la sfera della pietas e restituendo ai resti la loro dignità e la loro storia.

L’Italia tra eccellenze e ritardi

E l’Italia? Per quanto riguarda l’antropologia, sembra viaggiare a due velocità. Da un lato, ricordano gli autori, non mancano eccellenze riconosciute a livello internazionale, come il LABANOF di Milano, diretto da Cristina Cattaneo, che si distingue non solo per lo studio dei resti del passato (due esempi su tutti, di cui abbiamo parlato diffusamente qui su Storie & Archeostorie: l’analisi delle ossa dei caduti delle Cinque Giornate e l’esame dello scheletro di sant’Ambrogio), ma anche per il lavoro condotto nel tentativo di identificare le vittime dei tanti, troppi naufragi che funestano il Mediterraneo.

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Dall’altro, pesa senza dubbio una certa lentezza istituzionale nel riconoscere in maniera chiara e codificata il ruolo dell’antropologo forense nei protocolli ufficiali, conferendo a questa specializzazione l’importanza che merita. Il libro ricorda a tal proposito episodi emblematici, come il terremoto che si abbatté sull’Aquila nel 2009, in cui l’apporto degli antropologi forensi fu inizialmente trascurato. Una mancanza che dimostra come la disciplina sia ancora in cerca di piena legittimazione (e valorizzazione) nel nostro Paese.

Fortunatamente non mancano realtà innovative, come il FAPAB Research Center in Sicilia, fondato dagli stessi Galassi e Varotto, che si propone come centro indipendente di ricerca e divulgazione e nel tempo ha condotto studi importanti che hanno raggiunto la notorietà internazionale: primo fra tutti, quello relativo alla statura di Michelangelo Buonarroti partendo dalle sue scarpe. Segnali senza dubbio positivi, ma di un processo ancora in corso.

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Il significato sociale e umano dell’antropologia forense

Importante è poi anche il sottolineare come l’antropologia forense non sia solo una disciplina “tecnica” ma al contrario porti con sé un forte valore etico e sociale. Dare un nome ai morti significa infatti restituire in primis agli individui una dignità e una storia personale, e poi permettere ai vivi di elaborare il lutto e restituire giustizia sia alle vittime che alla loro comunità.

Quanto tutto ciò sia importante lo si vede soprattutto nei contesti di conflitto e genocidio: basti pensare alle indagini effettuate dagli antropologi forensi all’indomani delle guerre che all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso hanno insanguinato la ex Jugoslavia: la scoperta, lo scavo e l’analisi dei resti dissotterrati nelle innumerevoli fosse comuni hanno richiesto un delicatissimo lavoro di riconoscimento, che in molti casi è riuscito a restituire alle famiglie il corpo dei loro cari e un briciolo di verità. In casi come questi, la scienza diventa strumento di memoria collettiva e (forse) anche di riconciliazione.

Un libro per specialisti e appassionati (e un richiamo all’etica)

In definitiva, Breve storia dell’antropologia forense è senza dubbio un’opera dal respiro ampio, che nonostante la relativa brevità – poco più di 120 pagine – riesce a intrecciare aneddoti curiosi, casi giudiziari, riflessioni etiche e storia della scienza in un percorso appassionante. A Galassi e Varotto va il merito di aver dato vita non tanto a un manuale tecnico, quanto a una bellissima sintesi accessibile, chiara e ben scritta arricchita da esempi concreti e collegamenti storici illuminanti.

Il volume serve agli studenti come indispensabile approccio storico alla materia, ma andrebbe letto anche dagli appassionati di storia e di cronaca giudiziaria, data la strabordante attenzione mediatica riservata ultimamente ai casi di cronaca nera, da Garlasco in giù, ormai onnipresenti nei tg, sulla stampa e nei programmi “contenitori”, il più delle volte affrontati enfatizzandone gli aspetti più misteriosi, inquietanti e morbosi.

Gli autori invece ci ricordano, con questo volume e con la loro opera di seria divulgazione – si vedano in particolare gli interventi di Elena Varotto su Tag 24, in “Incidente Probatorio” su Canale 122 e su DarkSide – Storia Segreta d’Italia – che dietro i resti umani ci sono prima di tutto vite spezzate, famiglie distrutte, storie da ricostruire, verità negate (o occultate) da riportare alla luce. Tutte cose che andrebbero maneggiate con tatto, sensibilità, empatia. E soprattutto, con il dovuto rispetto.

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Breve storia dell’antropologia forense. Una pagina nella storia della medicina

Quest’opera presenta al pubblico la storia dell’antropologia forense, disciplina scientifica resa famosa in anni recenti da romanzi e serie televisive, ma ancora troppo poco compresa nella sua natura contemporanea e accademica, finendo spesso fraintesa per l’antropologia biologica lato sensu o la obsoleta antropologia criminale. È, invece, la scienza che, utilizzando anche metodi propri dell’antropologia biologica, ha come principale obiettivo l’identificazione positiva, in contesto giudiziario, di un soggetto la cui identità è sconosciuta, a partire dall’analisi dei suoi resti mortali.

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