Gli amici della Resistenza lecchese erano smarriti
*Sull’esperienza di Erna e dei Resinelli si è, ancora, espresso in questi termini Giulio Alonzi: “Quando la sera dell’attacco a Erna tornai a Lecco da Milano, vidi la valle che porta al Pizzo punteggiata di falò, da Costa a Campo de’ Boj e più in alto. Intuii quello che era avvenuto. I tedeschi avevano bruciato quanto avevano potuto: l’inverno batteva alle porte e togliere di mezzo rifugi e baite era buona regola di guerra. Molte delle baite bruciate lassù e altrove sono ancora come le lasciarono le fiamme. Gli amici della Resistenza lecchese erano smarriti e non solo. L’esperienza dei Resinelli e di Erna aveva confermato la validità delle vedute di quanti pensavano all’azione mobile dei partigiani: da quella di sabotaggio a quella di disturbo, fino agli attacchi in forze dove possibile, ma sempre col presupposto del disimpegno per evitare perdite gravi, che non erano facilmente colmabili. La mobilità sarebbe servita anche a disorientare il nemico, ingannandolo circa l’entità delle forze partigiane le quali, a dir vero, erano minori di quanto appariva. Fatti d’arme avvenuti in altri settori dell’Italia settentrionale davano nuovo credito a questa impostazione della guerra partigiana, almeno nelle prospettive immediate. Occorreva perciò adeguarsi alla reale situazione, così che all’entusiasmo dei primi giorni […] succedesse la ponderazione e l’organizzazione” <234.
I dissidi e le incomprensioni che furono all’origine della sconfitta avrebbero dato luogo a un durissimo contenzioso tra Parri e Citterio. Per riportare la pace tra azionisti e comunisti si era tenuta una riunione nell’Ufficio di Carlo De Filippi, in via Andrea Doria (n.7): da una parte si erano trovati schierati Alfredo Pizzoni e Ferruccio Parri, dall’altra, a difesa del collega, Girolamo Li Causi e Giuseppe Dozza.
Poco dopo, un’altra occasione di contrasto tra i due partiti sarebbe insorta a margine delle manovre militari partigiane svoltesi sul monte San Martino, sopra Varese. Il gruppo era comandato dal colonnello Carlo Croce, nome di battaglia “Giustizia”. Questi, ex comandante di distaccamento del 3° bersaglieri a Porto Valtravaglia, già l’8 settembre, radunati i suoi soldati, aveva comunicato loro che non intendeva in alcun modo coprirsi di fango e di vergogna. Datosi alla macchia, aveva scelto come caposaldo il vicino monte San Martino, dove lo avevano raggiunto un centinaio di partigiani del gruppo “Cinque Giornate”, tra i quali il varesino Antonio De Bortoli. Croce, “dotato dell’armamento individuale, nonché di dieci mitragliatrici pesanti Breda con alcune migliaia di colpi, l’equivalente di un’ora di fuoco all’incirca” <235, aveva al suo comando un insieme di uomini “numeroso e consistente” <236. Il monte era dotato di un sistema di fortificazioni permanenti, in parte risalenti all’epoca della Prima guerra mondiale. Intenzione del colonnello era dunque quella di utilizzare le antiche opere per fare del posto una base inespugnabile. A curare con lui la preparazione dei gruppi combattenti nella zona ci sarebbe stato, fino al 9 novembre – data dell’arresto -, l’ingegner Luigi Ronza, direttore della società di pubblici servizi Varesina Gas. Parri era molto preoccupato che questa seconda posizione potesse essere conquistata, non potendo i partigiani della zona sostenere un eventuale attacco in forze di truppe nemiche, dotate per di più di armi moderne. A suo giudizio, infatti, il caposaldo del San Martino, in caso di un eventuale
accerchiamento, sarebbe stato difficilmente difendibile. Avrebbe commentato Stucchi: “Poldo [Gasparotto] era a notizia del come la pensava Parri, e tuttavia, conoscendone da vecchia data il temperamento generoso e impulsivo, non dubitavo che avrebbe profuso tutte le sue energie in aiuto a ‘quelli del San Martino’. Discutemmo sull’argomento e alla fine cedetti alla richiesta di intervenire a una riunione di ‘azionisti’ impegnati a sostenere l’impresa in atto” <237.
Sul problema era stata infatti indetta una riunione ad hoc dal PdA alla quale era stato invitato a partecipare anche il socialista Stucchi: “Il gran daffare di quell’incrociarsi e accavallarsi di proposte, di pareri, di domande e risposte tendeva ad assegnare all’uno o all’altro dei presenti i vari compiti del rinvenimento delle armi, della raccolta del materiale e di denaro, della ricerca di automezzi e del carburante, dell’organizzazione del trasporto dei materiali a destinazione. Ricordo di aver sentito parlare, ad esempio, di rivoltelle offerte da ufficiali in congedo, di sacchi di riso già a disposizione, della difficoltà di reperire scatolette di carne, del progetto di un colpo di mano nei magazzini della ex Intendenza militare, e via discorrendo. Già ero meravigliato del fatto di essere passato del tutto inosservato al momento del mio ingresso. Ora mi trovavo ad assistere, quasi incredulo, alla gioiosa e spavalda sicumera con cui quella gioventù elegante e disinvolta, evidentemente o ignara o sprezzante delle dure e pazienti regole della cospirazione clandestina, era lì convenuta nell’atteggiamento di chi partecipa a un lieto simposio all’insegna del buon umore” <238.
La riunione organizzata per discutere la gestione dei gruppi acquartierati sul San Martino si era svolta in un appartamento sito al quarto piano “di uno degli imponenti edifici dell’era napoleonica che fronteggiavano il largo viale alberato di Piazza Castello” <239. Poldo, entrando nello stabile, aveva preceduto l’amico “Gibì” e, fatto cenno al portiere, aveva proseguito il cammino salendo per le scale: “è dei nostri” <240, gli aveva detto. Alla riunione Stucchi aveva appreso come erano arrivati i rinforzi a Croce e come gli azionisti si stavano premunendo per dare manforte al Colonnello. Occorreva procedere di corsa al rinvenimento delle armi, alla raccolta del denaro, alla ricerca degli automezzi e del carburante, al trasporto di materiale <241. Spaventato dalle scarse misure di sicurezza adottate dagli organizzatori della riunione, Stucchi se l’era però data a gambe e aveva aspettato Poldo in strada. Sceso questo, lo aveva assalito verbalmente e “caricato di improperi”: “- Ma come puoi non renderti conto che in questo modo presto o tardi finirete tutti in galera? Poldo sorrise: – Cosa vuoi farci? È la guerra! – esclamò allargando le braccia. -No- Ribattei – è un suicidio” <242.
[NOTE]
234 G. Alonzi, I tedeschi fanno terra bruciata, «Historia» (6) 1962, fasc. 49, p. 61.
235 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 205.
236 ibidem.
237 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, cit., p. 206.
238 ivi, pp. 206-7.
239 ivi, p. 206.
240 ibidem.
241 ibidem.
242 G.B. Stucchi, Tornim a baita, dalla campagna di Russia alla Repubblica dell’Ossola, pp. 207-8.
Francesca Baldini, “La va a pochi!” Resistenza e resistenti in Lombardia 1943-1944. La vita di Leopoldo Gasparotto e Antonio Manzi, Tesi di dottorato, Sapienza – Università di Roma, Anno Accademico 2022-2023
#1943 #1944 #AlfredoPizzoni #azionisti #CarloCroce #colonnello #comunisti #fascisti #FerruccioParri #FrancescaBaldini #GirolamoLiCausi #GiuseppeDozza #Lecco #Lombardia #LuigiRonza #Milano #novembre #partigiani #Resistenza #tedeschi #Varese
