#Decalogo

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionalelombradelleparole.wordpress.com@lombradelleparole.wordpress.com
2025-12-29

Decalogo della poesia kitchen e distopica come testo-dispositivo e non come manifesto normativo, mette in evidenza un nuovo modo di concettualizzare il discorso poetico nel momento in cui dichiara la non verità di ogni poetica nel momento stesso della sua enunciazione. Questo assunto rivoluzionario è quanto emerge nei Quaderni doppi (nn. 27-28 e 29-30) presentati alla Fiera del Libro di Roma 2025.

Abstract

Lettura del Decalogo della poesia kitchen e distopica come testo-dispositivo e non come manifesto normativo, mette in evidenza un nuovo modo di concettualizzare il discorso poetico nel momento in cui dichiara la non verità di ogni poetica nel momento stesso della sua enunciazione. Questo assunto rivoluzionario è quanto emerge nei Quaderni doppi (nn. 27-28 e 29-30) presentati alla Fiera del Libro di Roma 2025, in particolare per ciò che concerne la crisi della rappresentazione, la nozione del linguaggio come infrastruttura votata alla comunicazione e la funzione de-funzionalizzata post-post-modena del soggetto poetico nelle nuove condizioni della riproducibilità algoritmica.

Il Decalogo della poesia kitchen e distopica si offre innanzitutto come un testo che rifiuta il concetto di discorso poetico programmatico nel senso novecentesco del termine e assume invece quella di un’interfaccia teorico-poetica: non prescrive, ma espone; non fonda, ma diagnostica; non propone un nuovo ordine del discorso, bensì lavora sul collasso di quelli esistenti. In questo ordine di discorso, esso va letto come un dispositivo di soglia che intercetta una condizione già in atto, ciò che nei Quaderni doppi viene ripetutamente tematizzato come “post-simbolico diffuso”: una fase in cui il simbolico non è più il luogo della mediazione, ma una superficie surriscaldata ed evanescente insieme, incapace di trattenere senso e dunque costretta a lasciar trapelare il reale nella sua forma di falsa coscienza. La poesia distopica opera per via termobarica, non metabolizza senso e significati ma li derubrica a post-verità. La dichiarazione iniziale (il mondo come dispositivo impazzito e la poesia kitchen come glitch necessario) non introduce un’immagine metaforica, bensì una postura epistemologica: il reale non è più rappresentabile perché ha già inglobato in sé la logica della rappresentazione, trasformandola in rumore di fondo.

Il primo movimento del decalogo sancisce infatti la fine del simbolico come ordine regolativo e con esso la fine della rappresentazione come atto legittimato. Non si tratta di una semplice critica alla mimesi, ma di un riconoscimento più radicale: il reale “non chiede più udienza”, non attende più di essere significato. Nei Quaderni doppi questa condizione è descritta come saturazione semiotica, ovvero come una proliferazione di segni che non rinviano ad altro se non alla propria circolazione accelerata. In tale contesto, la poesia kitchen non può che rinunciare al ruolo di mediatrice simbolica e assumere quello, più rischioso, di pratica di esposizione del collasso stesso, operando direttamente sulle scorie e sui resti del linguaggio.

La definizione del linguaggio come “frigorifero vuoto” radicalizza questa posizione. Non siamo di fronte a una metafora nichilista, bensì a una descrizione infrastrutturale: il linguaggio non è più deposito di senso, ma contenitore di resti, pixel, glitch, frammenti intermittenti. Nei Quaderni doppi il linguaggio viene più volte descritto come una tecnologia obsoleta ad obsolescenza programmata, come mera grammatizzazione che continua a funzionare per inerzia, producendo scintille locali ma non più narrazioni condivise. La poesia kitchen assume consapevolmente questa obsolescenza e la traduce in metodo dialettico, rinunciando alla continuità semantica per lavorare sull’intermittenza, sulla disfunzione, sull’errore come forma primaria di significazione.

Da qui la polemica contro la lirica intesa come deodorante o dolcificante: non un rifiuto della soggettività in quanto tale, ma della sua funzione anestetica. La lirica, così come viene praticata nel regime tardo-capitalistico delle emozioni, è chiamata a coprire l’odore del cadavere, a rendere consumabile ciò che è strutturalmente irrappresentabile. Nei Quaderni doppi questa funzione viene analizzata come “estetica della compensazione”: un surplus emotivo che neutralizza e liofilizza il conflitto. La poesia kitchen-distopica, al contrario, rifiuta ogni funzione simbolica e si colloca deliberatamente nello spazio dell’indecidibile, del non-assimilabile, del non funzionale.

La sua nascita dalla combustione simultanea del sacro, del quotidiano, del digitale e della tradizione indica una poetica della contaminazione radioattiva non come scelta stilistica, ma come condizione materiale della nostra civiltà. Non esistono più campi separati: il sacro è già profanato, il quotidiano è già mediatizzato, il digitale è già mitologico, la tradizione è già database. I Quaderni doppi insistono su questo punto: la poesia contemporanea non può più “attingere” a registri distinti, perché tali registri sono già implosi l’uno nell’altro. La kitchen poetry non organizza questa combustione, la attraversa in modalità indifferente come un neutrino attraversa lo spazio vuoto del cosmo.

In questo quadro, la poesia kitchen-distopica viene sottratta alla funzione narrativa del futuro per essere ricollocata in una temporalità di dis/abitazione. Essa non prevede, ma espone; non racconta ciò che verrà, ma fa risuonare il rumore dei linguaggi che già non reggono più l’urto del Reale. Il futuro non è un orizzonte, bensì una perdita di firma, come suggerisce l’immagine del bicchiere che ha perso il proprio firmware. Nei Quaderni doppi la distopia viene definita come “presente non firmato”, una condizione in cui i protocolli continuano a operare senza più un soggetto garante.

Il principio secondo cui il kitchen non rappresenta ma presenta chiarisce ulteriormente questa posizione. Presentare non significa mostrare il reale in forma immediata, ma esporne le nervature, le linee di stress, i punti di collasso. Il reale non viene tagliato per essere reso elegante, ma deragliato per rendere visibile la sua struttura termobarica. Qui la poesia kitchen si configura come pratica di sezionamento operativo, affine a ciò che nei Quaderni doppi viene chiamato “scrittura di attrito”: una scrittura che non scorre, ma resiste.

La figura del poeta kitchen come chef del linguaggio collassato sostituisce definitivamente quella dell’interprete o del testimone. Non si tratta di comprendere, ma di mescolare, frullare, spegnere e riavviare parole già esauste. È una poetica del gesto più che del senso, una manualità linguistica che trova nei Quaderni doppi una formulazione teorica esplicita: il poeta come operatore di superficie, non come sacerdote del profondo.

L’ironia del “Signor dio che fa l’idraulico” non va letta come semplice desacralizzazione, ma come riformulazione della funzione trascendentale: non più garante del senso, bensì manutentore precario di sistemi che perdono continuamente. In questo contesto, il poeta elegiaco appare come figura residuale, incapace di agire sul piano dei guasti, mentre la poesia kitchen-distopica assume il compito di riattivare i difetti, inventare macchine per scucire, per succhiare il senso e il significato, ovvero per drenare e far arenare l’eccesso emotivo e simbolico.

Gli ultimi punti del decalogo portano a compimento questa ontologia dell’errore: ogni frase è come un glitch, ogni immagine è come corto circuito. Non è una celebrazione dell’insensatezza, ma il riconoscimento che il senso oggi si manifesta solo come incidente, inceppamento, inciampo, deragliamento. La preferenza finale per emoji e faccette colorate non è una resa al minimalismo comunicativo, bensì un atto d’accusa: il linguaggio verbale ha perso la sua ragion d’essere perché ha perso la capacità di incidere sul reale.

Nel suo insieme, il Decalogo della poesia kitchen e distopica va dunque letto, alla luce dei Quaderni doppi, come una pratica di pensiero e di esistenza situato che non ambisce a fondare una nuova scuola, ma a rendere abitabile, o almeno attraversabile, il collasso del simbolico in corso. La sua militanza non risiede nello slogan, ma nella scelta di operare dentro il guasto, senza nostalgia per un ordine simbolico ormai definitivamente compromesso.

(Marie Laure Colasson)

L’ermeneutica del “Decalogo della poesia kitchen-distopica”, mediata dalle riflessioni teoriche emerse nei Quaderni doppi del 2025, si configura come un’indagine sulla frantumazione irreversibile della forma panottica e logologica della tradizione novecentesca. In un’epoca definita dalla “paranoia” e dalla saturazione algoritmica, la proposta della Nuova Ontologia Estetica trasla il baricentro dell’atto poetico dalla celebrazione dell’io privatistico alla registrazione oggettiva e straniante di un “reale” ormai digitalizzato e seriale. Il decalogo si pone non come precettistica normativa, ma come protocollo di sopravvivenza ontologica in cui la “cucina” diviene il cronotopo privilegiato di una post-storia svuotata di teleologia; qui, la metafora gastronomica (citata espressamente nei documenti come “libro di ricette” in cui i poeti sono camerieri o ingredienti stessi del menu) svela la riduzione del manufatto artistico a merce di consumo immediato. La poesia kitchen-distopica opera dunque una “divinazione al contrario”, muovendosi dal futuro verso un presente percepito come residuo, dove il linguaggio non “rappresenta” più la realtà, ma ne mima la natura ricorsiva e artificiale attraverso l’uso del montaggio e del pastiche. Coerentemente con quanto dibattuto alla Fiera del Libro di Roma sul tema della riproducibilità digitale, il testo poetico accoglie l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale non come minaccia esterna, ma come specchio di una scrittura che ha già perduto la sua aura di unicità. L’istanza critica, che nei Quaderni assume il ruolo ambivalente di “buttafuori”, deve qui confrontarsi con una testualità che rinuncia deliberatamente alla profondità lirica per farsi superficie superficiaria, “indice di mortalità” paradossale che si consuma nel momento stesso della sua enunciazione. In questo scenario, la parola poetica diventa la canzonatura di ogni pratica orfica che attraversa il rumore di fondo delle fake news e del narcisismo tribale, cercando una “materia” tra le macerie di una comunicazione inflazionata. Il decalogo sancisce così la fine della poesia come espressione di un’interiorità privilegiata, sostituendola con un’architettura di segni che testimoniano la condizione dell’uomo contemporaneo: un soggetto intrappolato in un’eterna “festa” gastronomica dove la distinzione tra l’ospite e la vivanda è definitivamente collassata sotto il peso dell’algoritmo globale.

L’approfondimento dell’analisi non può che partire dal concetto di «realtà algoritmica» definito da Giorgio Linguaglossa nei Quaderni doppi (2025), dove essa viene indicata come il fattore scatenante della frantumazione della «forma panottica e logologica» della tradizione. In questo contesto, il Decalogo della poesia kitchen-distopica non agisce come un manifesto di rivolta, ma come una presa d’atto fenomenologica: se la realtà è digitalizzata e governata da stringhe di calcolo, l’opera d’arte perde la sua funzione, semmai l’ha avuta, di specchio dell’anima per farsi registro di un sistema di segni collassato.

Il punto di contatto più critico tra il Decalogo e la riflessione di Linguaglossa risiede nella neutralizzazione dell’io privatistico. Nella poesia kitchen-distopica, l’autore non è più il demiurgo, ma una funzione del processo produttivo (il “cameriere”, lo “chef”). Questa de-soggettivazione risponde perfettamente alla logica dell’algoritmo, il quale non riconosce l’ispirazione, ma processa dati. Come sottolineato nel Focus della Fiera del Libro di Roma del 2024 (e ripreso nei testi del Quaderno del 2025), la scrittura che si ostina a rincorrere l’emotività individuale diventa immediatamente riproducibile e, addirittura, “migliorabile” dall’Intelligenza Artificiale Generativa. La poesia kitchen-distopica, dunque, sceglie deliberatamente il pastiche, la distopia e la simulazione come strategie di esistenza di una consapevolezza ontologica; adotta un linguaggio che mima la serialità e l’artificialità del quotidiano, essa tenta di abitare l’algoritmo dall’interno per svelarne l’intrinseca vacuità.

Inoltre, l’ermeneutica linguaglossiana applicata al decalogo evidenzia come la «paranoia» (definita l’età del similoro del nostro tempo) diventi il motore semantico di questa nuova mitologia ontologica. Se l’algoritmo prevede il futuro basandosi su schemi passati, la poesia kitchen-distopica inverte la rotta: è un «pensiero poetico che procede all’incontrario, dal futuro verso il presente». Questa pratica orfica rovesciata permette di osservare gli oggetti della “cucina” (metafora dello spazio vitale minimo e claustrofobico) non come strumenti domestici, ma come residui archeologici di una civiltà che ha sostituito l’evento con il calcolo delle probabilità.

In sintesi, la “nuova ontologia estetica” proposta nei Quaderni e riflessa nel decalogo suggerisce che, in un mondo dove “se non sei tra gli invitati è perché sei nel menu”, l’unica poesia possibile è quella che rinuncia alla pretesa di una verità (assoluta o relativa fa lo stesso) per farsi «cucina» tra le macerie delle fake news e dei cibi conservati in frigorifero andati in malora. È una scrittura che accetta la propria natura di “merce” tra le merci, ma che proprio in questa accettazione radicale ribalta la simulazione in dissimulazione, e la dissimulazione in simulazione del decesso della poesia post-elegiaca, sottraendosi all’obsolescenza programmata attraverso lo straniamento e la precisione chirurgica di un punto di vista post-umano.

(Lisa Stadt)

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In 10 mini-film da un'ora, ognuno ispirato ad un comandamento biblico, #KrzysztofKieślowski analizza in modo geniale l'essenza dell'essere umano.
Un #BlackMirror dell'anima.
Capolavoro.

📝Voto: 8½ /10
"Dekalog" creato da Krzysztof Kieślowski, 10 episodi, 1981.

- Decalogo è una serie di 10 mediometraggi diretti dal regista polacco Krzysztof Kieślowski, ognuno ispirato a uno dei dieci comandamenti biblici.
Ogni episodio racconta una storia indipendente, ambientata nella Polonia degli anni '80, e affronta dilemmi morali e etici legati ai comandamenti.-

#SerieTv #31maggio

"Dekalog" creato da Krzysztof Kieślowski, 10 episodi, 1981.

- Decalogo è una serie di 10 mediometraggi diretti dal regista polacco Krzysztof Kieślowski, ognuno ispirato a uno dei dieci comandamenti biblici.
Ogni episodio racconta una storia indipendente, ambientata nella Polonia degli anni '80, e affronta dilemmi morali e etici legati ai comandamenti.-

L'immagine è il poster della mini serie.
L'immagine mostra una composizione grafica minimalista. Su uno sfondo di carta testurizzata, di colore bianco sporco o crema chiaro, è presente una forma a croce composta da dieci quadrati neri. I quadrati sono disposti in modo simmetrico: una colonna verticale di quattro quadrati al centro, con tre quadrati che si estendono orizzontalmente da ciascun lato del secondo quadrato dall'alto. I quadrati hanno una texture leggermente ruvida o granulosa.

Sotto questa croce, nella parte inferiore dell'immagine, è stampata la parola "DEKALOG" in lettere maiuscole nere, con un carattere serif classico e ampiamente spaziato.

Descrizione generata con AI.
Jesús DomínguezJesusDQ
2024-11-25

Nueva entrada en !
«Decálogo de lecciones del código abierto»
proxy.jesusysustics.com/2024/1

2024-09-23

Alla fine arrivò l’autunno, sul calendario e tra le nuvole di questi giorni, con il plaid che sta spingendo contro le ante dall’armadio per farci compagnia tra i tanti film che vedremo nelle prossime settimane. Sono tornato da Parigi, come vi raccontavo nel capitolo precedente, ennesimo splendido viaggio tra strade di puro cinema: magari un giorno ne parleremo in un articolo a parte, per aggiornare quello che scrissi 14 anni fa, sempre su queste pagine. Nel frattempo è stata presentata la nuova edizione della Festa del Cinema di Roma, la diciannovesima, costituita da un programma succulento che non vedo l’ora di approfondire. Il resto è semplice: è cinema.

11 Settembre – Io C’ero (2021): In occasione del ventennale dall’attacco terroristico al World Trade Center la regista Karen Edwars ha raccolto, tramite la sempre affascinante tecnica del found footage, moltissimi video amatoriali che i newyorkesi, di residenza o di passaggio, girarono l’11 settembre 2001. Emoziona vedere le reazioni di persone comuni davanti all’arrivo del primo aereo e il fatto di sapere cosa succederà dopo, al contrario di chi ai tempi stava vivendo tutto in diretta, crea una notevole suspense. La grande pecca, non del documentario, ma della versione italiana, è aver incredibilmente doppiato un film di questo tipo, sostituendo la reazione genuina, l’angoscia, la paura, la vera voce dei protagonisti di quei momenti con quella dei doppiatori, costretti a fingere quelle stesse emozioni: una scelta vergognosa. Al di là delle solite idiozie di casa nostra, il documentario è molto valido e mette i brividi.
•••½

Anora (2024): Purtroppo ancora non sono autorizzato a scriverne, ma vi do appuntamento al 24 ottobre per l’uscita della recensione, giorno in cui vedremo il film di Sean Baker alla Festa del Cinema di Roma. Segnatevi la data (oppure iscrivetevi alla newsletter, in modo da ricevere gli articoli di Una Vita da Cinefilo direttamente sulla vostra email!).

The Departed (2006): Di ritorno da Parigi, sconsolato per la fine di un viaggio bellissimo, accendo la tv per disperazione e trovo, appena cominciato, questo splendido film di Martin Scorsese, che pur conoscendo a memoria, non vedevo da qualche anno. A Boston il boss della mala, Jack Nicholson, fa il bello e il cattivo tempo. Per cercare di incastrarlo, la polizia riesce a infiltrare Leonardo DiCaprio nella banda, senza sapere però che anche i malviventi hanno un loro uomo nel dipartimento. Grande cast, grande intrattenimento, grande colonna sonora, bello vedere come Scorsese sia riuscito ad adattare un grande film di Hong Kong immergendolo nell’atmosfera di Boston e, in generale, nella cultura occidentale. Grandissimo poliziesco, vincitore di 4 premi Oscar (tra cui miglior film e miglior regia).
••••

Beetlejuice (1988): Con tutte le migliori intenzioni di andare al cinema l’indomani per vedere il sequel (cosa non accaduta a causa dell’esonero di De Rossi, ma questa è un’altra faccenda), decido di rivedere, dopo tanti anni, questa spassosa commedia nera di Tim Burton, con una coppia di fantasmi che vorrebbe cacciare i nuovi abitanti, vivi, della loro vecchia casa. Per farlo si rivolgono a un “bioesorcista”, Michael Keaton, mattatore totale di ogni scena in cui lo vediamo all’opera (in realtà meno di quante ne avrei volute vedere: avrebbe meritato più spazio). Bizzarro all’inverosimile, Burton anticipa molti temi cari al suo cinema, tra cui la comica allegria del mondo dei morti, in contrasto con il grigiore del mondo reale. A distanza di 36 anni, la scena della cena con la Banana Boat Song di Belafonte fa ancora ridere da morire.
•••½

Le Tre Scimmie (2008): Premiato per la miglior regia a Cannes, dove ormai è diventato un habitué, Nuri Bilge Ceylan ha il dono di non girare mai film banali. Una sera, un potente uomo politico investe accidentalmente un pedone e paga il suo autista per prendersi la colpa, altrimenti la sua carriera politica sarebbe distrutta. L’autista accetta, consapevole che sua moglie e suo figlio riceveranno molto denaro grazie al suo sacrificio, ma gli equilibri all’interno della famiglia cambieranno e, nel momento di uscire dal carcere, gli piomberanno addosso come macigni. Acuta riflessione sul potere del denaro, quello di Ceylan è un dramma famigliare intenso e potente (anche se dominato da ritmi forse eccessivamente compassati). Splendida la fotografia, ricorda molto il cinema di Kieslowski (che senza saperlo ancora avrei ritrovato la settimana successiva).
•••½

Decalogo (1989): Opera immensa realizzata da Krzysztof Kieslowski per la tv polacca, poi approdata sugli schermi di tutto il mondo, proprio grazie al suo straordinario valore artistico e all’intenso sguardo cinematografico. Si tratta di dieci mediometraggi (ognuno lungo quasi un’ora) ispirati ai dieci comandamenti, oltre ad essere una saga osservata con fascino, curiosità e timore da ogni studente del DAMS che si rispetti. In realtà, i dieci film, tutti slegati e perfettamente indipendenti, sono uno più bello dell’altro: le vicende si svolgono tutte nei dintorni di un complesso di edifici di un quartiere residenziale di Varsavia, che ospita più o meno tutti i personaggi principali delle varie storie (che spesso incrociamo, nel ruolo di comparse, anche in altri episodi). Vita quotidiana, drammi famigliari, amori, tradimenti, desideri, speranze: c’è di tutto nelle dieci meravigliose perle che compongono uno dei più grandi gioielli del cinema europeo. Lo trovate su Prime Video e, se amate il cinema d’autore, non potete proprio farne a meno.
••••½

https://unavitadacinefilo.com/2024/09/24/capitolo-387-impressioni-di-settembre/

#11SettembreIoCEro #beetlejuice #Cinema #decalogo #diCheParla #documentario #film #kieslowski #leTreScimmie #recensione #theDeparted

Mostos y DestiladosRevistaMyD
2024-09-23

Con motivo de , la Asociación de Productores de Cerveza de Chile @chilepaiscervecero presentó un para un consumo de alcohol. Este conjunto de busca promover un consumo y responsable

mostosydestilados.cl/lanzan-de

2024-08-28

@proteusbcn Me ha encantado todo.
Sería interesante que lo colgaras en un blog y que lo podamos tener de referencia.
Simplemente, perfecto
#decalogo #buenasprácticas

Bufale.net :verified:factcheck@mastodon.uno
2024-01-18

Arriva da #AGCOM il #Decalogo per gli #Influencer, sull'onda della cronaca recente ma per cercare una necessaria regolamentazione

Qui: bufale.net/arriva-il-decalogo-

Soluciones Web Mtyswebmty
2023-11-18

A nuestra consideración, este es el Decálogo de toda persona que se dedique a la Creatividad.
Tu, ¿Qué añadirías? Comenta!

informapirata ⁂ :privacypride:informapirata@mastodon.uno
2021-08-16

Il #Decalogo del #GarantePrivacy sul trattamento dei dati personali connesso alle iniziative volte a promuovere il completamento della vaccinazione dei soggetti appartenenti alle categorie prioritarie: le regole da rispettare per la chiamata attiva dei soggetti da vaccinare in via prioritaria. garanteprivacy.it/web/guest/ho

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