#Simbolico

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionalelombradelleparole.wordpress.com@lombradelleparole.wordpress.com
2025-12-29

Decalogo della poesia kitchen e distopica come testo-dispositivo e non come manifesto normativo, mette in evidenza un nuovo modo di concettualizzare il discorso poetico nel momento in cui dichiara la non verità di ogni poetica nel momento stesso della sua enunciazione. Questo assunto rivoluzionario è quanto emerge nei Quaderni doppi (nn. 27-28 e 29-30) presentati alla Fiera del Libro di Roma 2025.

Abstract

Lettura del Decalogo della poesia kitchen e distopica come testo-dispositivo e non come manifesto normativo, mette in evidenza un nuovo modo di concettualizzare il discorso poetico nel momento in cui dichiara la non verità di ogni poetica nel momento stesso della sua enunciazione. Questo assunto rivoluzionario è quanto emerge nei Quaderni doppi (nn. 27-28 e 29-30) presentati alla Fiera del Libro di Roma 2025, in particolare per ciò che concerne la crisi della rappresentazione, la nozione del linguaggio come infrastruttura votata alla comunicazione e la funzione de-funzionalizzata post-post-modena del soggetto poetico nelle nuove condizioni della riproducibilità algoritmica.

Il Decalogo della poesia kitchen e distopica si offre innanzitutto come un testo che rifiuta il concetto di discorso poetico programmatico nel senso novecentesco del termine e assume invece quella di un’interfaccia teorico-poetica: non prescrive, ma espone; non fonda, ma diagnostica; non propone un nuovo ordine del discorso, bensì lavora sul collasso di quelli esistenti. In questo ordine di discorso, esso va letto come un dispositivo di soglia che intercetta una condizione già in atto, ciò che nei Quaderni doppi viene ripetutamente tematizzato come “post-simbolico diffuso”: una fase in cui il simbolico non è più il luogo della mediazione, ma una superficie surriscaldata ed evanescente insieme, incapace di trattenere senso e dunque costretta a lasciar trapelare il reale nella sua forma di falsa coscienza. La poesia distopica opera per via termobarica, non metabolizza senso e significati ma li derubrica a post-verità. La dichiarazione iniziale (il mondo come dispositivo impazzito e la poesia kitchen come glitch necessario) non introduce un’immagine metaforica, bensì una postura epistemologica: il reale non è più rappresentabile perché ha già inglobato in sé la logica della rappresentazione, trasformandola in rumore di fondo.

Il primo movimento del decalogo sancisce infatti la fine del simbolico come ordine regolativo e con esso la fine della rappresentazione come atto legittimato. Non si tratta di una semplice critica alla mimesi, ma di un riconoscimento più radicale: il reale “non chiede più udienza”, non attende più di essere significato. Nei Quaderni doppi questa condizione è descritta come saturazione semiotica, ovvero come una proliferazione di segni che non rinviano ad altro se non alla propria circolazione accelerata. In tale contesto, la poesia kitchen non può che rinunciare al ruolo di mediatrice simbolica e assumere quello, più rischioso, di pratica di esposizione del collasso stesso, operando direttamente sulle scorie e sui resti del linguaggio.

La definizione del linguaggio come “frigorifero vuoto” radicalizza questa posizione. Non siamo di fronte a una metafora nichilista, bensì a una descrizione infrastrutturale: il linguaggio non è più deposito di senso, ma contenitore di resti, pixel, glitch, frammenti intermittenti. Nei Quaderni doppi il linguaggio viene più volte descritto come una tecnologia obsoleta ad obsolescenza programmata, come mera grammatizzazione che continua a funzionare per inerzia, producendo scintille locali ma non più narrazioni condivise. La poesia kitchen assume consapevolmente questa obsolescenza e la traduce in metodo dialettico, rinunciando alla continuità semantica per lavorare sull’intermittenza, sulla disfunzione, sull’errore come forma primaria di significazione.

Da qui la polemica contro la lirica intesa come deodorante o dolcificante: non un rifiuto della soggettività in quanto tale, ma della sua funzione anestetica. La lirica, così come viene praticata nel regime tardo-capitalistico delle emozioni, è chiamata a coprire l’odore del cadavere, a rendere consumabile ciò che è strutturalmente irrappresentabile. Nei Quaderni doppi questa funzione viene analizzata come “estetica della compensazione”: un surplus emotivo che neutralizza e liofilizza il conflitto. La poesia kitchen-distopica, al contrario, rifiuta ogni funzione simbolica e si colloca deliberatamente nello spazio dell’indecidibile, del non-assimilabile, del non funzionale.

La sua nascita dalla combustione simultanea del sacro, del quotidiano, del digitale e della tradizione indica una poetica della contaminazione radioattiva non come scelta stilistica, ma come condizione materiale della nostra civiltà. Non esistono più campi separati: il sacro è già profanato, il quotidiano è già mediatizzato, il digitale è già mitologico, la tradizione è già database. I Quaderni doppi insistono su questo punto: la poesia contemporanea non può più “attingere” a registri distinti, perché tali registri sono già implosi l’uno nell’altro. La kitchen poetry non organizza questa combustione, la attraversa in modalità indifferente come un neutrino attraversa lo spazio vuoto del cosmo.

In questo quadro, la poesia kitchen-distopica viene sottratta alla funzione narrativa del futuro per essere ricollocata in una temporalità di dis/abitazione. Essa non prevede, ma espone; non racconta ciò che verrà, ma fa risuonare il rumore dei linguaggi che già non reggono più l’urto del Reale. Il futuro non è un orizzonte, bensì una perdita di firma, come suggerisce l’immagine del bicchiere che ha perso il proprio firmware. Nei Quaderni doppi la distopia viene definita come “presente non firmato”, una condizione in cui i protocolli continuano a operare senza più un soggetto garante.

Il principio secondo cui il kitchen non rappresenta ma presenta chiarisce ulteriormente questa posizione. Presentare non significa mostrare il reale in forma immediata, ma esporne le nervature, le linee di stress, i punti di collasso. Il reale non viene tagliato per essere reso elegante, ma deragliato per rendere visibile la sua struttura termobarica. Qui la poesia kitchen si configura come pratica di sezionamento operativo, affine a ciò che nei Quaderni doppi viene chiamato “scrittura di attrito”: una scrittura che non scorre, ma resiste.

La figura del poeta kitchen come chef del linguaggio collassato sostituisce definitivamente quella dell’interprete o del testimone. Non si tratta di comprendere, ma di mescolare, frullare, spegnere e riavviare parole già esauste. È una poetica del gesto più che del senso, una manualità linguistica che trova nei Quaderni doppi una formulazione teorica esplicita: il poeta come operatore di superficie, non come sacerdote del profondo.

L’ironia del “Signor dio che fa l’idraulico” non va letta come semplice desacralizzazione, ma come riformulazione della funzione trascendentale: non più garante del senso, bensì manutentore precario di sistemi che perdono continuamente. In questo contesto, il poeta elegiaco appare come figura residuale, incapace di agire sul piano dei guasti, mentre la poesia kitchen-distopica assume il compito di riattivare i difetti, inventare macchine per scucire, per succhiare il senso e il significato, ovvero per drenare e far arenare l’eccesso emotivo e simbolico.

Gli ultimi punti del decalogo portano a compimento questa ontologia dell’errore: ogni frase è come un glitch, ogni immagine è come corto circuito. Non è una celebrazione dell’insensatezza, ma il riconoscimento che il senso oggi si manifesta solo come incidente, inceppamento, inciampo, deragliamento. La preferenza finale per emoji e faccette colorate non è una resa al minimalismo comunicativo, bensì un atto d’accusa: il linguaggio verbale ha perso la sua ragion d’essere perché ha perso la capacità di incidere sul reale.

Nel suo insieme, il Decalogo della poesia kitchen e distopica va dunque letto, alla luce dei Quaderni doppi, come una pratica di pensiero e di esistenza situato che non ambisce a fondare una nuova scuola, ma a rendere abitabile, o almeno attraversabile, il collasso del simbolico in corso. La sua militanza non risiede nello slogan, ma nella scelta di operare dentro il guasto, senza nostalgia per un ordine simbolico ormai definitivamente compromesso.

(Marie Laure Colasson)

L’ermeneutica del “Decalogo della poesia kitchen-distopica”, mediata dalle riflessioni teoriche emerse nei Quaderni doppi del 2025, si configura come un’indagine sulla frantumazione irreversibile della forma panottica e logologica della tradizione novecentesca. In un’epoca definita dalla “paranoia” e dalla saturazione algoritmica, la proposta della Nuova Ontologia Estetica trasla il baricentro dell’atto poetico dalla celebrazione dell’io privatistico alla registrazione oggettiva e straniante di un “reale” ormai digitalizzato e seriale. Il decalogo si pone non come precettistica normativa, ma come protocollo di sopravvivenza ontologica in cui la “cucina” diviene il cronotopo privilegiato di una post-storia svuotata di teleologia; qui, la metafora gastronomica (citata espressamente nei documenti come “libro di ricette” in cui i poeti sono camerieri o ingredienti stessi del menu) svela la riduzione del manufatto artistico a merce di consumo immediato. La poesia kitchen-distopica opera dunque una “divinazione al contrario”, muovendosi dal futuro verso un presente percepito come residuo, dove il linguaggio non “rappresenta” più la realtà, ma ne mima la natura ricorsiva e artificiale attraverso l’uso del montaggio e del pastiche. Coerentemente con quanto dibattuto alla Fiera del Libro di Roma sul tema della riproducibilità digitale, il testo poetico accoglie l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale non come minaccia esterna, ma come specchio di una scrittura che ha già perduto la sua aura di unicità. L’istanza critica, che nei Quaderni assume il ruolo ambivalente di “buttafuori”, deve qui confrontarsi con una testualità che rinuncia deliberatamente alla profondità lirica per farsi superficie superficiaria, “indice di mortalità” paradossale che si consuma nel momento stesso della sua enunciazione. In questo scenario, la parola poetica diventa la canzonatura di ogni pratica orfica che attraversa il rumore di fondo delle fake news e del narcisismo tribale, cercando una “materia” tra le macerie di una comunicazione inflazionata. Il decalogo sancisce così la fine della poesia come espressione di un’interiorità privilegiata, sostituendola con un’architettura di segni che testimoniano la condizione dell’uomo contemporaneo: un soggetto intrappolato in un’eterna “festa” gastronomica dove la distinzione tra l’ospite e la vivanda è definitivamente collassata sotto il peso dell’algoritmo globale.

L’approfondimento dell’analisi non può che partire dal concetto di «realtà algoritmica» definito da Giorgio Linguaglossa nei Quaderni doppi (2025), dove essa viene indicata come il fattore scatenante della frantumazione della «forma panottica e logologica» della tradizione. In questo contesto, il Decalogo della poesia kitchen-distopica non agisce come un manifesto di rivolta, ma come una presa d’atto fenomenologica: se la realtà è digitalizzata e governata da stringhe di calcolo, l’opera d’arte perde la sua funzione, semmai l’ha avuta, di specchio dell’anima per farsi registro di un sistema di segni collassato.

Il punto di contatto più critico tra il Decalogo e la riflessione di Linguaglossa risiede nella neutralizzazione dell’io privatistico. Nella poesia kitchen-distopica, l’autore non è più il demiurgo, ma una funzione del processo produttivo (il “cameriere”, lo “chef”). Questa de-soggettivazione risponde perfettamente alla logica dell’algoritmo, il quale non riconosce l’ispirazione, ma processa dati. Come sottolineato nel Focus della Fiera del Libro di Roma del 2024 (e ripreso nei testi del Quaderno del 2025), la scrittura che si ostina a rincorrere l’emotività individuale diventa immediatamente riproducibile e, addirittura, “migliorabile” dall’Intelligenza Artificiale Generativa. La poesia kitchen-distopica, dunque, sceglie deliberatamente il pastiche, la distopia e la simulazione come strategie di esistenza di una consapevolezza ontologica; adotta un linguaggio che mima la serialità e l’artificialità del quotidiano, essa tenta di abitare l’algoritmo dall’interno per svelarne l’intrinseca vacuità.

Inoltre, l’ermeneutica linguaglossiana applicata al decalogo evidenzia come la «paranoia» (definita l’età del similoro del nostro tempo) diventi il motore semantico di questa nuova mitologia ontologica. Se l’algoritmo prevede il futuro basandosi su schemi passati, la poesia kitchen-distopica inverte la rotta: è un «pensiero poetico che procede all’incontrario, dal futuro verso il presente». Questa pratica orfica rovesciata permette di osservare gli oggetti della “cucina” (metafora dello spazio vitale minimo e claustrofobico) non come strumenti domestici, ma come residui archeologici di una civiltà che ha sostituito l’evento con il calcolo delle probabilità.

In sintesi, la “nuova ontologia estetica” proposta nei Quaderni e riflessa nel decalogo suggerisce che, in un mondo dove “se non sei tra gli invitati è perché sei nel menu”, l’unica poesia possibile è quella che rinuncia alla pretesa di una verità (assoluta o relativa fa lo stesso) per farsi «cucina» tra le macerie delle fake news e dei cibi conservati in frigorifero andati in malora. È una scrittura che accetta la propria natura di “merce” tra le merci, ma che proprio in questa accettazione radicale ribalta la simulazione in dissimulazione, e la dissimulazione in simulazione del decesso della poesia post-elegiaca, sottraendosi all’obsolescenza programmata attraverso lo straniamento e la precisione chirurgica di un punto di vista post-umano.

(Lisa Stadt)

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L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionalelombradelleparole.wordpress.com@lombradelleparole.wordpress.com
2025-11-29

Antonio Sagredo, il dovere della poesia, È un io che tenta disperatamente di stabilirsi come luogo di articolazione del senso e invece si ritrova attraversato da voci, suoni, maschere che non gli appartengono. È un io che recita sulla ribalta di un Teatro dell’assurdo. Il poeta recita un rito senza officianti, senza altare, e perfino senza fede. Una carriera poetica ha sempre una dimensione cortigiana, appartiene alla Corte è una plusvalenza della Corte e, come tale viene riconosciuta a Corte.

da IL DOVERE DELLA POESIA

Mi dicono che la finzione è il mio limite,
che dal marmo tracimano le memorie dei Morti.
Ti devo lasciare, Poesia, la mediocrità mi aspetta
per inventare un passato di cui nulla si conosce.
Inchiodato sulla soglia di una storta luce
era il mio passo deciso e la mente remota al di là
dei marosi e gli applausi di sale. Il canto delle mie mani
nei calici e nel sangue delle mie preghiere i misteri.

Il congedo della carne mi salutava con tardiva sapienza
quel mattino di leuca nei cori del decimo requiem.
Ai lutti era concesso il rimpianto di una corona viola.
Ossa – memoria della carne!

Si parlava tra vicoli e crocicchi di finte resurrezioni,
di angeli incurvati e ruvidi nel carparo ingiallito.
Corrotti dal salmastro i gesti macerati dell’attore salentino.
Da un carro di lauri lacrime di cartapesta cantavano.

Roma, 13\14 maggio 2025

io vedea passar gli antichi
mostri e gli eterni lutti.
(D’Annunzio)

Il dovere della poesia

Se sono stato generato dal fuoco
perché sono immobile sulla soglia con occhi arsi
e le mie ceneri sparse tra i marosi?

Fui presente alla mia esecuzione come un novello martire
d’altri tempi, e dal mio corpo pendula era la voce della luce,
una banderuola votata all’ignoto aragonese.

La condanna si fermò di botto quand’ero sul viottolo
a vaneggiare coi numeri delle rote, e fu un preludio
alla Notte del Cordoglio e nessun rimpianto d’ossa
mutò la mia preghiera in fittizia risurrezione,
quando dominai la luce e la voce, ma non la condanna.

Ma di quali sorgenti io vaneggio sul viottolo
segnato dalle rote come presagi dei Numeri?

Sul mio corpo la voce della luce fu presente alla esecuzione,
non il Martire immobile sulla soglia con occhi arsi.
E le mie ceneri ancora nel mare
se generate dal fuoco – sono accese?

Roma, 5\7 giugno 2025

Ancora ci sposiamo con Isotta

Ancora ci sposiamo con Isotta e le sue note.
Da preludi in deliquio e da specchi notturni
vediamo i suoni di pentagrammi viola,
e dai calici fra sponsali e attori

tracima un mancamento dal nero legno,
e mi rimprovera Pamina che la commedia
è ferma per un mio errore di spartito e di vocali
impastati a una partitura in disaccordo .

Che l’armonia io non so che sogni-accordi esegue
e non so quali strumenti in rivolta tacciono
se i suoni come trucioli non si spargono sul palco,
ma dal capestro dondola pigro il canto di una folle sinfonia.

Non accusatemi se la commedia da sola s’è ripresa
da quando accesi con gli occhi di Pamina i fatui fuochi
e le paludi e gli stagni mi hanno eletto un Senza Corona.
Non ho da offrire nemmeno un cuore in contumacia.

Roma, 9 giugno 2025

*

Soltanto versi e saluti al visionario

Soltanto versi e saluti al visionario
che i circoli evita per compassione
e alle rette vie che non sanno il centro
resta una pietas sfiorita sulla Terra.

E non c’è modo di affittare una stamberga
dove solo versi e canti alloggiano gratis.
E non si vogliono snaturare le tragedie
per un finale trionfale e una fittizia nemesi.

E ascoltiamo i suoni dei sogni scartati, accucciati
in un angolo ignoto di una oscura materia della conoscenza.
Da una radice sonora ad una sorgente viva un inizio per fissare
una meta che non sa cos’è una partenza e una domanda.

La luce dell’indicibile che ci sorvola e ci trascura
non sa che la creatura è l’unico punto inosservabile.
Come un vino schietto che non produce aceto
il giudizio finale scansa con un brindisi soave.

Roma, 10 giugno 2025
(tardo pomeriggio)

*

Quando il conteggio delle ossa ritornò dall’Anagrafe dei Morti
le mie ceneri truccarono il volto spalmato su uno specchio.
Un grugnito di campane si levò come un corale fra canne d’organo.
Dai merletti si rovesciò il liquido spettro di una resurrezione disattesa.

I tuoi occhi di potassio sono armille oscurate da rancidi tramonti,
come la Pietà Rondanini brillano da un’umida cantina romana.
La sua luce è un amaro trionfo per celebrare gli avanzi feriali,
da secoli le stazioni sono miracoli per una storia evanescente.

Lontano dalle lacrime sulla soglia rugosa
non vedo più i canti oltre i confini ignoti, e il pianto
non è più per me, e fra le mie dita si sciolgono gli occhi
come ghiacciai… le orbite si sono disseccate nel pozzo.

Non mi resta che ignorare il tragitto e con la lingua
marchiare bestemmie come monatti in lacrime e invocare
una voce senza pietà per un’alcova dove svernare la mia vita
guastata dalla Poesia, e poi il Nulla in ogni preghiera…

e l’inizio di una condanna.

Roma, 24-26\06\2025

Prove antiche

Non mi dovevi un addio per antonomasia,
è per un vuoto che si è appassito il tuo volto,
e non ho discrezioni da spartire e da innestare
con un famelico capriccio estremo.

Non ho una tua conferma per adulare l’arbitrio
di un riserbo, e per non aver celebrato il decoro
di un saluto notturno ti dovevo sulla scena,
per essere fedele, una fittizia trama cechoviana.

Ma un errore tragico prevede un assassinio,
una pausa e il bardo inglese in gramaglie nere.
Vestito di bianco in un corpo inerte il re regna ancora!
La sua spada fugge dal sangue e dal mortale enigma.

Il clamore di una fattucchiera sugli altari
rese la parola astiosa per i suoni
e i significati… una mazzata sul capo
di un poeta ingenuo e tranquillo come un muto

*

ossario in una teca antica e in un’epoca
trascorsa fra labirinti di grida, formule strane
che la retta via della fisica deformano in assiomi
innaturali… quanti numeri ancora da scoprire!

E se ne veniva il poeta per il sentiero distorto
dai suoi occhi – una campagna obliqua davanti
e il passo tardo e lento di un Francesco rassegnato
alle cadenze dei suoi versi inattuali – oggi, e per sempre?

La visione di un capestro lo tallonava sino alle viscere,
il suo piede non creava orme e né tracce per una fittizia
testimonianza – la sua storia in un corpo cavo
e solo le sue dita ancora sui leggii segnavano i pensieri.

Le tue conoscenze latine non bastano più,
soltanto per un traduttore straniero ha senso
la memoria, e la terra che ti reggeva i sogni
era desolata, marcia davanti a un rinascimento.

Roma, 29 giugno 2025
(ora terza)

*

Quel rogo di Tolosa vale di più di una croce.
Si dividono l’innocenza fra astragali e tribunali.
Il fuoco conosce il volo che il chiodo fissa
e la terra raccoglie le ceneri più che il sangue.

Il dubbio si addice alla croce e alla favola di Leone
e alla sua indulgenza che irritò Martino.
Non pensate che la fede sia una merce al mercato,
in compra-vendita soltanto la colpa è simile.

Tu mi dici di archiviare le parole e di lasciare alle ossa
dei suoni la crescita dei sensi e dei deliri.
Tu mi consigli l’uso delle metafore durante la veglia,
ma le visioni sono ribelli a una facile comprensione.

I delitti del pensiero e dell’azione sono il marchio
di chi con la voce sottrasse al gesto una disarmonia,
e della fede uno strumento irrazionale per giudicare
il trionfo dei tribunali e dei capestri per un canto senza gloria.

antonio sagredo-1971

*

Mi hai consigliato un sentiero già tracciato dalla storia –
un luogo del tempo che detesto più del giusto disinganno
di non poter immaginare altro se non quel vino materno
che i natali mi offrirono gelosi del mio benestare.

Ma i lampioni triviali di antiche e sfatte contrade
sono sospesi e spenti per un’aurora rancorosa.
Per gli occhi di un polipo o di una medusa in fiamme
ho rinunciato al facile verso di una accademica puttana.

Roma, 2-3 luglio 2025

*

Non posso, non voglio stare dietro ai tuoi fantasmi spenti!
La Clinica della Felicità ha serrato i ranghi depressi.
E non ho voglia di altre succursali – alcove di libeccio antico
dove brillano per la gioia dei pensieri foschi labirinti.

E dai saloni alle stanze gli sguardi in fiamme degli specchi
respiravo indenne con tutti i mali della fattucchiera siciliana.
E qui, vuote, si mutarono in cripta salentina le orbite cave
e gli applausi dei marosi in sibillini variopinti caroselli.

Roma, 7\8\9 luglio 2025

*

Ascoltavo note rovinose e le raffiche mordaci dei sibili,
il vento e il gelo indugiavano nella fioritura angolare.
E la gola di mogano era interdetta per la secchezza dei suoni
turbata dal canto al gradino più basso di una ottava.

Il gesto sovrano era sospeso e la bacchetta in crisi
tardavano gli attacchi per il moto obliquo delle dita.
Il sentiero era un controfagotto a doppia curva.
Per ogni passo il suono di un timbro cavernoso.

Roma, 10\11-luglio 2025

*

Abbiate pietà almeno del poeta e dei suoi sogni, Poesia,
che non ti nascondi per errore, per calcolo o finta invenzione.
Il tragitto non prevede ponti, ma ricavi di errori e di parole
per non abbandonarti a un trionfo privo di visioni.

Attendere da Canossa un perdono e col capo chino una preghiera
è consegnare al potere la disfatta di un nuovo immaginare.
Ma il verso è come una vendetta che conduce al capestro il corpo
di chi senza il pensiero celebra una vittoria presunta senza appello.
E non rinnegare al suo futuro il mistero della parola
– questo sale che regna da secoli è una medicina senza tempo,
e più di una fede conosce gli inferni salutari e i malsani paradisi
che dell’ombra mutano la natura in luminosa ascensione.

La partenza in terza classe fu amata da Boris e Antonio,
che sull’umile legno, fra gli scarti dei vagoni, sognarono
le leggende di due giovani poeti… amici – e l’immortalità vinse
la violenta morte come la legge dei martiri conferma e sigilla.

Roma, 13 luglio 2025
(dall’ora terza alla quarta di leuca)

Maschere

Barattavo una resurrezione ad ogni crocicchio
e come un accattone chiedevo un obolo di cartapesta.
Il miracolo si era rifatto il trucco allo specchio
per essere nel riflesso una maschera carnale.

La stazione tra gli sbuffi catramosi attendeva
la gelosia di Otello tutta festosa, e di bianco pavesata
elargiva sorrisi e sospetti ad ogni trivio esangue
e sotto i lampioni la rossiccia parrucca brillava.

Se ne veniva braccato da quattro candelabri
accesi l’attore che ubriaco di parole saltava
le battute e, smemorato acrobata, giocava
tra le funi e sul palco… danzava la ciaccona.

Sospirava senza requie Otello come un Pierrot alla luna

per rovinare il modello della sua maschera arlecchina.
Sospirava Desdemona come una Ofelia schiacciata
tra i rovi e le canne di un malefico torrente.

Ma la fine dell’atto era prossima al suo trionfo
che fra quinte, palco e poltrone rovesciava
l’assenza in penosa confessione senza fine.
Gli attori decapitati si mutarono in sgraziati

esilaranti burattini.

(Roma, 16 luglio 2025)

Ermeneutica

I

C’è un punto di incandescenza, in Antonio Sagredo (1945), nel quale la parola perde ogni dovere e allo stesso tempo se lo assume con radicalità inaudita. Il dovere della poesia (2025) non è un titolo programmatico, non  indica alcun programma o impegno, è il rovesciamento del guanto: la poesia non deve nulla a nessuno, se non forse al proprio stesso collasso. È in questo gesto di auto abrasione che Sagredo si fa riconoscere – come un attore che recita la parte della voce che lo smentisce, come un martire che assiste alla propria esecuzione e si domanda se la condanna non sia il vero preludio al linguaggio che lo possiede . E tuttavia, in questa nuova plaquette, il delirio linguistico che già dominava La Gorgiera e il Delirio si fa più compassato, più rarefatto, quasi inclinato verso una teologia negativa del verbo: non più solo la sfarzosa ipotiposi barocca che infilza icone e reliquie, ma un teatro della sottrazione in cui il poeta, come un residuo, marca le proprie ceneri e le interroga come uno stregone calmucco.

Già a partire da La lettera rubata Lacan concede alla parola e alla “lettera” un’altra funzione da quella di supporto della significazione, dove la parola e la lettera diventano cose di cui si può farne tutt’altro che leggerle: rubarle, bruciarle, nasconderle, manometterle, conservarle, restituirle; in quanto non sono più medium del senso, ma oggetti per far circolare godimenti. In senso lacaniano, Sagredo usa una lingua algebrica imbevuta di desiderio e di godimento, fatta di impossibili a dire, di equivoci, di depositi che una storia del tutto singolare ha lasciato sul fondo, una lingua con la quale si cerca di fare altro che comunicare e significare. Sagredo è poeta della lalangue più che della lingua. La sua scrittura risponde alla spinta pulsionale descritta da Lacan: un godimento che non mira al senso ma alla sua disfatta, una felicità repressa che affiora come sintomo di un linguaggio che non riconosce genealogie se non nella propria dissipazione e dissoluzione, perché “il poeta degli immondezzai è più vicino alla verità che non il poeta delle nuvole” come scriveva Rozewicz negli anni cinquanta. Non c’è tradizione che possa rivendicarlo, l’idioletto sagrediano non eredita, deraglia. Se nella prefazione al precedente volume di poesia di Sagredo parlavo della “perdita di valore all’interno della catena del valore rappresentata dalla tradizione”, qui tale perdita si estremizza in forma di liturgia rovesciata: il poeta recita un rito senza officianti, senza altare, e perfino senza fede. Ciò che resta è una teatralità spettrale, un repertorio di maschere che si pavoneggiano nel momento stesso in cui vengono nominate, come se la nominazione fosse già un tradimento.

In questa nuova plaquette la dissoluzione della catena del valore non assume l’aspetto del virtuosismo distruttivo, ma quello di una consapevolezza infida: la poesia è ormai un relitto che continua a parlare dopo che la nave è affondata. Non assistiamo all’ebbrezza barocca che trasborda nel Sagredo degli anni precedenti, ma a una sorta di malinconica scansione postuma di una lira neroniana. Se la tradizione è un corpo morto, Sagredo conta le ossa di quel corpo, come nel verso dedicato all’“Anagrafe dei Morti”, e scopre che il conteggio non restituisce alcun ordine, ma un riflesso distorto, una biacca sul volto stesso del linguaggio. Di qui quell’insistenza su ceneri, martiri, roghi, condanne, capestri: non è un simbolismo, è la testimonianza della miseria del Simbolico, il suo aderire a un godimento strutturalmente eccedente. Il poeta si ritrova così tra le mani un linguaggio in frantumi, e ne fa la sola forma possibile; non mira a riorganizzarlo in un sistema, ma lo lascia proliferare come un’oscena verità che si afferma non grazie al senso, ma nonostante esso.

Questa poesia non ha più trama, plot, racconto;  non può averne, proprio in quanto si tratta di una narrazione post-edipica. Sagredo si muove in uno spazio senza inizio né fine, senza Padre e senza Figlio, dove il Finale, la finalità senza scopo e/o con scopo di kantiana memoria non può più governare alcun evento. Il verso slegato dalla necessità di una progressione, non si dà nello sviluppo frastico, ma solo nella sua torsione, nella deviazione dal senso e dal sensorio, è un ritorno impuro a ciò che non è più puro. A ogni “soglia” (il termine ritorna con insistenza) non c’è passaggio, ma inciampo. Ogni scena è un altrove che si richiude su sé stesso. Il linguaggio non conduce, si presenta e basta; appare come un residuo di una voce che ha smarrito la propria fonte. Da qui quell’impressione di essere sempre “sulla soglia”, “sul viottolo”, tra “calici”, “requiem”, “stazioni”, “carte”, “marosi”: una geografia che non ha confini, solo interstizi. È proprio questa mancanza di luogo che spinge il poeta a riscriversi continuamente come un attore smemorato che tenta la trama e ne trova solo gli scarti.

Ciò che resta, allora, è un io ipertrofico ma non perché si affermi, bensì perché non riesce più a contrarsi nella posizione canonica dell’autore. È un io che esplode (o implode) perché non sa più dove collocarsi: un io psicotico, un io ostrogoto, non per ragioni cliniche ma strutturali e congiunturali propri della nostra attuale fase di civilizzazione. L’io si presenta come un contenitore di resti, di scarti, un dispositivo di transito per voci che non gli appartengono. Sagredo non è certo un poeta confessionale, è un poeta della possessione lalanguica e del ritorno delle parole rimosse che hanno “per ogni passo il suono di un timbro cavernoso”. Ma, significativamente, in questa nuova plaquette la possessione non giunge più in forma di furia iconoclasta, bensì in forma di esaustione, di resa lucida: “non posso, non voglio stare dietro ai tuoi fantasmi spenti”, scrive l’autore, e l’affermazione suona come un congedo dalla propria stessa retorica.

Non a caso, una delle linee più sottili che attraversano la plaquette è quella del teatro: attori, maschere, commedie sospese, partiture in errore, candelabri, scene mute. Tutto concorre a delineare la poesia come ultimo luogo del gesto, come scena di un dramma non più rappresentabile ma ancora, ostinatamente, recitato. L’attore sagrediano è un sopravvissuto, uno smargiasso triste e ilare che continua lo spettacolo dopo l’incendio del teatro, un ente che danza, come un fachiro, su un pavimento in cenere. E tuttavia, la poesia non rinuncia al proprio dis/quilibrio visionario, anzi lo custodisce come unica àncora possibile contro la dissipazione generale del simbolico.

In questo senso, sì, in Sagredo c’è una affinità con la “linguisteria” lacaniana. La sua poesia è una “lalangue” allo stato puro, un dispositivo pulsionale in cui il significante gode di sé stesso e si disfa del significato e del senso nel mentre che gode. Ciò che in altri poeti distopici e kitchen si manifesta come figurazione o immagine, qui si incarna come scossa, terremoto linguistico, torsione del suono, coazione a ripetere del delirio di un accattone che accumula resti e scarti (“barattavo una resurrezione ad ogni crocicchio/ e come un accattone chiedevo un obolo di cartapesta”). Non c’è allegoria, non c’è allegria, c’è sintomo, il rimosso di zattere significanti che si sono “rifatti il trucco allo specchio”; non c’è metafora, c’è risonanza, magnitudini; non c’è tradizione, c’è un cumulo di detriti che continua a brillare perché non ha più un luogo in cui essere depositato.

Il dovere della poesia si rivela per ciò che è: non un tributo, ma una bestemmia; non un compito, ma un reato; non un dogma, ma la resa di un soggetto ormai completamente esposto alla magnificenza e magnitudo oscura della parola, che non salva e non redime, ma ferisce, infirma. La poesia non deve niente a nessuno perché il poeta stesso è ormai debitore soltanto del proprio fallimento. E proprio in questo fallimento, in questa luce che “non domina la condanna”, l’autore salentino trova la sua irriducibile grandezza.

Se tutto è evaporato, se il simbolico è in rovina, se la storia non può raccontare nulla, allora la poesia può soltanto mostrarsi come fallimento, come resto, come l’orbita vuota di un cadavere che continua a ruotare e rotolare tra “candelabri” e “sbuffi catramosi”, con un volto truccato (“una maschera arlecchina… che danza la ciaccona”), che ride di un riso non suo, come una preghiera di un pagliaccio che nessun dio ascolta. È forse qui la felicità repressa del poeta, che non risiede nel compimento dell’atto, ma nel gesto che, come Sisifo, ricomincia, ancora una volta e per sempre a portare sulle spalle il dolore di cartapesta delle parole avulse e celibi, proprio dove la notte del linguaggio sembra giunta al termine della oscurità.

II

Antonio Sagredo, poeta salentino di adozione romana, pone in essere il tentativo di significantizzare il godimento, costruire una lingua di rappresentazioni non rappresentative, in cui parole senza senso, sonorità vuote offrono l’esempio evidente di una via che consiste nel cercare nella lettera della parola un tenente-luogo della parola mancante.

La poesia di Sagredo agisce come un laboratorio in cui il linguaggio non è più chiamato a significare, ma a significantizzare il godimento. È questo il punto centrale da cui occorre ripartire per comprendere fino in fondo la struttura profonda della sua scrittura. Se tutto ciò che apparteneva alla funzione simbolica (forma, trama, eredità, autorità) è evaporato nell’aria, come nel celebre passo marxiano, allora la poesia diviene il luogo in cui il significante, ormai orfano di senso, tenta comunque di catturare ciò che per sua natura è refrattario a ogni cattura: il reale del godimento. Sagredo, più di ogni altro poeta italiano della sua generazione, mette in atto questo processo in modo radicale, rifiutando qualsiasi rassicurazione figurativa, qualsiasi rappresentazione riconoscibile, costruendo invece una lingua fatta di immagini senza referente, di sonorità vuote, di parole che non descrivono ma vibrano. In questa vibrazione c’è la pulsione, quella che Lacan chiamava lalangue, lo strato sonoro e opaco del linguaggio dove la parola non significa ma gode, dove non comunica ma insiste.

Quando Sagredo accumula reliquie, martiri, ceneri, roghi, maschere, non sta costruendo un immaginario simbolico: sta mettendo in scena ciò che resta del linguaggio dopo il crollo del Simbolico. Le sue figure non rappresentano nulla, sono rappresentazioni non rappresentative, come se la poesia fosse costretta a far sorgere immagini non per dire il mondo, ma per registrare il tremore della sua assenza. È questo il meccanismo per cui ogni parola sagrediana diventa una lettera, una specie di corpo sonoro che conserva la traccia del godimento senza poterla tradurre. Sagredo non cerca il senso, cerca la lettera. E nella lettera cerca quel “tenente-luogo” che ospita la parola mancante, come se la poesia fosse l’unico spazio ancora capace di far risuonare il vuoto che la attraversa. Così le sue parole sembrano spesso prive di significato, ma non sono mai insignificanti; sembrano arbitrarie, ma obbediscono a una necessità interna, a una forza che le sovrasta. Ciò che appare come perdita di senso è in realtà un guadagno di intensità, un aumento di pressione del significante sul corpo del linguaggio.

In questo ordine di discorso si comprende perché in Sagredo l’io esploda (o imploda) e si ritiri allo stesso tempo. La sua ipertrofia non è narcisistica, ma sintomatica: è il sintomo di una metastasi giunta all’ultimo stadio, l’io non domina la scena, vi è travolto. È un io che tenta disperatamente di stabilirsi come luogo di articolazione del senso e invece si ritrova attraversato da voci, suoni, maschere che non gli appartengono. È un io che recita perché non può fare altro, perché la parola lo possiede. E proprio per questo la poesia diventa teatro, non nel senso figurativo del termine, ma nel senso del tribunale: un luogo in cui la voce dell’accusa sopravvive senza un soggetto-colpevole che la garantisca, in cui la lingua si mette in moto indipendentemente dall’io che la pronuncia. L’attore sagrediano salta le battute, dimentica il copione, perde la trama perché la trama non esiste più; non recita un personaggio, recita la caduta del personaggio. Il teatro di Sagredo è la scena di un Simbolico in rovina che continua a parlarsi sul mento.

La poesia diventa allora un tentativo di catturare il reale proprio nel punto esso in cui frigge e sfugge. Le immagini di Sagredo (i capestri, le ossa, le stazioni, le candele, i requiem) funzionano come lettere del Reale: non rappresentano il reale, lo marcano. L’immagine è un colpo sul significante, una trafittura. Da qui il suo oscillare continuo tra sacro e profano, tra sublime e grottesco, tra lutto e parodia. Non è un gioco estetico, è il risultato del fatto che il godimento non è mai collocabile in un registro unico. Quando Sagredo parla del “martire immobile sulla soglia con occhi arsi” o delle “mie ceneri ancora nel mare”, non compone un quadro simbolista, ma crea una fenditura nel linguaggio, un luogo in cui la parola scopre la propria impotenza, e tuttavia continua a parlare.

È proprio in questo punto che Sagredo diventa poeta radicalmente contemporaneo perché affida alla poesia il compito più difficile, quello di sospendere la mancanza di senso delle parole. In un tempo in cui l’immaginazione collettiva è saturata di immagini, storie, trame piene di significato prefabbricato, Sagredo pratica il contrario, una scrittura che si sottrae al senso, che espone il proprio vuoto, che non cerca la coerenza narrativa ma la fissione del linguaggio. Non è un rifiuto della forma, ma un attraversamento della sua dissoluzione. E se nella  prefazione alla raccolta ancora inedita parlavo della “perdita di valore” come cifra della condizione post-storica, Sagredo trasforma quella perdita in gesto poietico, non tenta di colmare il vuoto della tradizione, ne fa la materia stessa della sua poesia.

Così, “Il dovere della poesia” diventa l’enunciazione paradossale di questo compito: la poesia non ha doveri se non quello di testimoniare la propria impotenza, di portare alla luce la parola mancante, di custodire il residuo della voce dopo la scomparsa del senso. È un dovere che non salva, non illumina, non redime. È un dovere che condanna e libera allo stesso tempo, perché permette alla poesia di esistere non come rappresentazione del mondo, ma come luogo dell’irriducibile. In questo compito, Sagredo si rivela uno dei pochissimi poeti di oggi capaci di misurarsi con il dopo-Simbolico senza cedere alla nostalgia né alla frivolezza postmoderna. Egli attraversa il linguaggio come un territorio bruciato, e, nel farlo, restituisce alla poesia la sua forma più nuda e più perigliosa: quella di una voce che continua a echeggiare anche quando nessuno può più garantirne il senso.

                                  (Giorgio Linguaglossa)

Antonio Sagredo è nato a Brindisi il 29 novembre 1945 (pseudonimo Alberto Di Paola) e ha vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: “Malvis” (n.1) e “Turia” (n.17), 1995, Zaragoza. La Prima Legione (da Legioni, 1989) in “Gradiva”, ed. Yale Italia Poetry, USA, 2002, e in Il Teatro delle idee, Roma, Cantos del Moncayo, Ediciones Olifante, Zaragoza, 2022,2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile. Come articoli o saggi in “La Zagaglia”: Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in “Rivista di Psicologia Analitica”, 1984, (pseud. Baio della Porta): Leone Tolstoj Le memorie di un folle; in “Il caffè illustrato”, n.11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il “Teatro degli Skomorochi”, 1971-74. (A. Di Paola). Ha curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema: Tumuli di Josef Kostohryz , pubblicato in “L’ozio”, ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi: Edison (in L’ozio, 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in “L’ozio”, 1988) di Vitĕzslav Nezval, (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová). Traduzioni di poesie scelte di Kateřina Rudčenková, di Zbynk Hejda, Ladislav Novák, di Jirí Kolár, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista “Poesia” (settembre 2013, n. 285), ha pubblicato per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori di Otokar Březina, La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Otokar Březina ad Antonio Sagredo), traduzione di A. Di Paola e K. Zoufalová. È presente nella antologia kitchen Exodus  (undici voci di Avatar disseminati nel cosmo) con Progetto Cultura (2024). Sue poesie sono presenti nel volume La poesia nell’epoca della Intelligenza Artificiale e La nuova poesia italiana tra Intelligenza Artificiale, Infotainment, Comunicazione e Riproducibilità algoritmica, entrambi i volumi a cura di Giorgio Linguaglossa, Progetto Cultura, 2025.Sempre nel 2025 pubblica la plaquette Il dovere della poesia.

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L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionalelombradelleparole.wordpress.com@lombradelleparole.wordpress.com
2025-11-20

La poesia civile e politica di Fabio Sebastiani che resiste al markettificio della nostra civiltà, Distopie e realismo etico. Fabio Sebastiani, Se non torna il canto Ensemble, 2025, Glosse di Marie Laure Colasson e Giorgio Linguaglossa

Mappe siderali

Non si trovò libero più nemmeno un buco
per gli ingombranti centri commerciali
così ai viali di città assegnarono cartelli autostradali:
qua di prodotti freschi e là di arnesi per il fuoco.

Detriti accatastati in scaffali e magazzini
ora allineati in trame concentriche di strade:
corso del Formaggio fuso sbuca in piazza delle Piade
e vicolo delle Barbie sta lì, presso la salita dei Lumini.

In eccesso di eccitazione e connessione si correva
da un conato all’altro tra viuzze ed ampi slarghi
senza un preciso scopo, e tutti accasati fitti negli ingorghi.
La moneta del poco e niente, intanto, già suonava.

Presto divenne chiaro che il signor Mazzini
e il grande condottiero Garibaldi
trapassarono da lapide ad offerte e ricchi saldi.
E che fu di piazza Indipendenza? Cibo e collari per gattini.

Poi, che l’angoscia prese il posto di una caotica baldoria
e sparse come un sottile velo di grigiore
senza più traccia salda di memoria, o di nobile valore
sì partì spaesati alla ricerca, alcuni, della propria storia.

Nell’ultra-market, ben ordinato in paralleli e meridiani
mai cessarono i silenzi delle cadenze tra le casse
altri deliri e giri di giostre, come se d’incanto il niente fosse.
E, a ben vedere, niente c’era oltre il belvedere dai divani.

L’ultra-market dei nitriti

Senza più periferie
cerchiate in sospensione
ma di perifrastico budello
è l’impianto nella pianta di città.
Trasversale, ad anse, a rette
a volte, a giro snello
e scandito come la via crucis.

Viaggi e attraversamenti
in panopticon di merci
fin dentro l’orifizio
di tutte le possibili cosmesi.
Stazione dopo stazione
in lento transito di coproliti
fraseggi densi di detriti
declinati dai nitrati coi nitriti.

Evasioni e invasioni

Non si può evadere dall’ultra-market.
Non c’è un modo
né arguto, né puntuto.
Non c’è turno all’esito
millimetrico del piano
all’asola denudata dalla libertà.
Ci si può solo invadere
l’un l’altro
in angusto e reciproco torpore.
Liberi di librarsi addosso
nel budello quello
che attrafigge la città.
Ci si incontra, a volte.
E di nuovo: recitando
la memoria in piedi e poi seduti
e poi di nuovo in piedi, sì
del primo giorno della scuola
e l’arrivederci a non più sfiorarci.

Nel sacchetto l’essenza delle cose

Sto nel grido del clacson
costretto a pestare
i pochi centimetri
nei contorni
ai semafori di città.
Lo sguardo basso
nei sacchetti della spesa
a fine giornata
a frugare nell’essenza delle cose.

Avanzi vagabondi

Rimasero i cani
occhi infetti
come avanzi vagabondi
asintotici nei viali.
Alla fame
nell’abbondanza del perenne.
E nemmeno osavano abbaiare
canarsi in qualche anfratto
escogitato lì, all’impronta.
Vagando muti
dentro correità
di zampe e pelo
occhi e orecchie
senza dimensioni e definizioni.
Annusando il cielo
ad ogni latrato del sole
come fosse l’ultima notte
senza appartenersi mai
senza mai abiurare il presente.

I sarti del caos

E vennero i sarti per
farci apposta il caos.
Panneggi di caos
addosso
misurati fino al girovita
e da spalla a spalla.
Non più caos per caso:
il giusto taglio
dell’iperbole
al prezzo giusto
per scongiurare il caos.

Fabio Sebastiani è nato ai Castelli Romani, giornalista e poeta, ha lavorato a lungo nel quotidiano “Liberazione” e oggi è voce radiofonica indipendente. Ha pubblicato, tra gli altri, In blood we trust (2020) e Si vis sanguinem para bellum (2022), opere che hanno rinnovato e dato un forte impulso alla tradizione della poesia italiana di impegno civile. Con Se non torna il canto (Ensemble, 2025) Sebastiani consolida il suo percorso oltre ogni ipotesi di realismo  o quotidianismo in direzione di un realismo civico, politico e distopico, elaborandone una declinazione in chiave politica e antropologica.

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[volto di bambolotto incrinato, di Marie Laure Colasson, opera del 2008]

La poesia civile e politica di Fabio Sebastiani

“Solo la poesia / graffia via la vita / ai muri di città.”

Se non torna il canto è il titolo della nuova raccolta di Fabio Sebastiani (Edizioni Ensemble, 2025); ha la struttura di un se condizionale e sospeso, un interrogativo che è già diagnosi: cosa resta, se non torna la “voce”, se non si ricostruisce una lingua comune, se la parola smette di nominare il mondo?
La poesia di Sebastiani si colloca in questo spazio d’allarme. Non è una poesia del disincanto, ma della resistenza, resistenza al linguaggio artificiale della tradizione elegiaca della poesia italiana, al mercato che divora il senso, alla rimozione del dolore. Dopo In blood we trust e le liriche civili come Filastrocca dei bambini a Gaza, Sebastiani costruisce un attraversamento più meditativo e corale, dove la “voce” singola si misura con l’apocalisse del collettivo.

Già nel Prologo  (“L’ora schioccò / senza farsi sentire / e quando ci si mosse / nei minuti a mentire...”) la temporalità appare corrotta: il tempo mente, inganna, si scompone. Da qui in avanti, la raccolta procede come un viaggio nel corpo artificiale della città contemporanea.
Nella poesia “Mappe siderali”, il paesaggio urbano diventa una caricatura di sé stesso, una geografia mercificata:

Non si trovò libero più nemmeno un buco / per gli ingombranti centri commerciali… / corso del Formaggio fuso sbuca in piazza delle Piade / e vicolo delle Barbie sta lì, presso la salita dei Lumini.”

È una scena da realismo grottesco: la storia (Garibaldi, Mazzini, Indipendenza) viene cancellata, sostituita dal catalogo dei prodotti. Siamo nell’ultra-market dei nitriti, dove “ogni attraversamento è panopticon di merci” e persino la libertà è digerita in “coproliti di cosmesi”.

All’interno del Collasso del Simbolico

Guido Oldani firma la nota introduttiva, parla di Sebastiani come “conoscitore meditativo del Realismo terminale”. Ma il poeta dei Castelli romani porta quel paradigma in una direzione etico-politica: la sua distopia non è solo visiva o linguistica, è un atto etico, politico, di politica estetica. Nella sua “Nota dell’autore”, afferma infatti che la poesia oggi “viene gettata violentemente nella realtà, costretta a rifare i conti con il suo statuto, a correre in soccorso degli uomini”.
Il rovesciamento non è solo stilistico ma epistemico: “dislocare la metafora”, scrive l’autore, significa restituirle una funzione attiva, propiziatoria, capace di “dare gambe al cambiamento”. Al centro del libro c’è la parola come corpo, carne, il corpo e la carne come gli unici testimoni della verità. In “Parola d’inchiostro”, Sebastiani scrive:

Nudo come parola / dentro corpo d’inchiostro / guardo la verità accaparrarsi / il posto della bellezza.”

La poesia non è ornamento, ma incarnazione. Il linguaggio diventa esperienza sensibile, sangue, nervo, segno inciso. Questa corporeità del dire culmina in “Anche il graffio”:

E chi non se l’era / trascritto dentro / ora l’ha sulla pelle: / chiodo nel muro / che tiene la bellezza.”

Le immagini del “graffio” e del “chiodo nel muro” sono le metafore chiave del poetare di Sebastiani: incidere, non descrivere; testimoniare, non abbellire.

Dialogo con Pasolini: la carne come parola, la parola come carne

Tra le poesie più intense, “A Pier Paolo Pasolini” rappresenta un vero ponte generazionale. Qui Sebastiani si rivolge al fratello maggiore, al poeta che aveva fatto della carne un testo politico e del corpo un linguaggio:

Ma l’anima, no. Non l’ho sputata. / A botte orrende fluì solo il sangue… / I semi della paura qui / ramificano senza germogli / ed entrano come dardi nella carne: / ma oggi farà tanta poesia.”

La carne, come già intuiva Pasolini, è l’ultima frontiera della verità. Per Sebastiani, è anche la soglia dove la parola ritrova la sua urgenza civile, politica. Non è un omaggio, ma una continuità: il canto pasoliniano che torna, “se torna”, nel presente terminale e distopico. Al centro della sezione finale, la poesia “L’umanità batte sui vetri” funziona come manifesto e autocritica:

A cosa servono quei poeti / che si credono grimaldelli / se, mentre l’umanità batte sui vetri, / loro fingono che sia pioggia?”

È un verso che pesa come un processo. La poesia che non si confronta con il dolore collettivo diventa complice della sua rimozione.  La parola deve farsi urto, non riflesso:  deve sporcarsi, attraversare la storia.

Nel testo gemello, “Peggio della guerra c’è solo l’umanità”, la diagnosi è ancora più amara:

Peggio della guerra / c’è solo l’umanità / che si fa attraversare / da un dolore imbalsamato.”

Qui la guerra non è più evento, ma condizione. Il male è la nostra assuefazione, la pacificazione versus il disumano.

Tuttavia, non tutto ancora è collassato. Nel viaggio attraverso questa città mutante (“dove i citofoni compongono lapidi” e la “mediocrità fluttua”) resta, nel fondo, un gesto di cura: la mano, la voce, l’atto del canto. In “Fare a mano gli universi”, Sebastiani scrive:

Le mani fanno, mi dico. / Le mani fanno, non dicono. / E mi immergo negli incroci dell’equivoco: / dizionario povero, ricco di poesia.”

È forse qui la chiave euristica dell’intero libro: fare con le mani come verbo primordiale della poesia, che non spiega ma costruisce, non rappresenta ma ricuce. Nell’ultima poesia, “Il pungolo dell’umano”, la tradizione lirica, intesa come come gesto estetico di riparazione viene depletata e rigettata:

Ognuno è l’interstizio scelto per il giusto, / la sfumatura in cui ogni cosa può stare… / Il testimone fa l’orlo alla luce, intanto, / e con le mani conduce il tessuto all’umano.”

Un poeta politico nel tempo dell’artificio

In un panorama poetico spesso dominato dal medaglione autoreferenziale o dalla lirica intimista, Sebastiani sceglie una strada anacronistica e necessaria: quella della parola che prende posizione. Il suo verso non cerca grazia, ma precisione; non cerca eleganza, ma giustizia. E nel farlo, rinnova la linea di una poesia civile che da Fortini a Pasolini ha saputo tenere insieme etica e visione.
La sua lingua, tagliente e feriale, mescola il lessico della città, del digitale, del quotidiano con il tono della profezia e del cronista. È una poesia metropolitana che assembla elementi oracolari ed elementi di crudo realismo e residui dell’antico umanesimo; il supermercato diventa macro metafora del destino, e l’umanità, nonostante tutto, resta ancora una “sillaba di universo.”

Ha scritto Guido Oldani nella nota introduttiva; “I versi di Sebastiani, non privi di venature ironiche e di stupore di fronte all’eccessivo, si espongono secondo un gusto narrativo che non trascura i significati… dietro la prosa dell’immagine trapela sempre una nota di pensiero.”
Se non torna il canto è un libro che unisce rigore intellettuale e pathos umano. Fabio Sebastiani scrive con una lucidità che non concede sconti ma apre fenditure di possibilità. La sua poesia è quella di chi, pur immerso nel “cappio di luce stanca” della contemporaneità, continua a credere che la poesia possa ancora “fare orlo alla luce”, come  scrive l’autore con un chimismo lirico efficace. Non è un libro di consolazione, ma un atto etico e politico che chiama alla responsabilità: un invito al lettore a lasciare da parte ogni infingimento, a chiamare le cose con la parola appropriata e non con eufemismi e chimismi lirici, perché la Storia non fa sconti e il mondo non è come attraversare a piedi un campo di margherite, come scriveva Pasternak più di cento anni fa. Il mondo è duro, spietato, la Storia non concede illusioni e la poesia deve avere il coraggio di nominare direttamente le cose, il coraggio di sporcarsi le mani, non deve cercare le rime o le assonanze in quanto belle, ma la cosa bruta e brutta che il mondo ci vuole nascondere.

La poetica di Fabio Sebastiani rappresenta questa condizione della odierna civilizzazione come discontinuità, come impossibilità di una totalità di senso e di significato, come esperienza del limite; ma allo stesso tempo apre spazi di possibilità: nuove forme di pensiero, nuove configurazioni del sensibile, nuove ontologie della presenza e dell’assenza. In questa accezione, la raccolta non è semplice testimonianza dalla crisi, ma il tentativo di pensare e di sentire ciò che emerge dalla crisi. È una poesia che non chiude, ma apre. Non rappresenta, ma espone. Non narra, ma, nei suoi momenti migliori, accade. È nella sua stessa frammentarietà che,a mio avviso, l’opera trova la propria forza propulsiva, nella capacità di trasformare il vuoto in spazio di incontri, l’assenza in forma, la mancanza in possibilità. In questa ottica, la raccolta di Sebastiani si impone come uno dei testi più significativi della poesia italiana di oggi e come uno specchio critico dell’ontologia del presente stato della civilizzazione.

(Giorgio Linguaglossa)

[di Marie Laure Colasson, ricochet, acrilico, 30×30 cm, 2024]

Glossa di Marie Laure Colasson 

C’è una poesia che non si arrende al silenzio, che non accetta di ridursi a confessione privata o a gioco linguistico fine a sé stesso. È la poesia di Fabio Sebastiani, poeta dei Castelli Romani, che si colloca apertamente nella scia di Franco Fortini, maestro di un pensiero poetico civile, critico, politico. Una linea che, negli ultimi cinquantanni, è sembrata soccombere davanti all’affermarsi di un lirismo intimista e post-elegiaco. La scrittura di Sebastiani prende posizione, non teme di nominare conflitti, massacri, responsabilità; non cerca riparo nella metafora attenuata, ma si affida a un dettato secco, talvolta martellante, che interroga in prima persona il lettore. Le tre poesie che presentiamo (“In blood we trust”, “Filastrocca dei bambini a Gaza” e “Si vis sanguinem para bellum”) rappresentano bene questa tensione.

Il testo più lungo e articolato, “In blood we trust”, è costruito come un refrain ossessivo, parodia e rovesciamento del motto americano “In God we trust”. Qui la fede non è più nel dio della salvezza, ma nel sangue, nella violenza elevata a legge universale.

Le voci che parlano sono quelle del potere: “noi siamo gli eletti”, ripetono, contrapponendosi agli “agnelli” sacrificali, al popolo ridotto a merce di scambio. La struttura ripetitiva diventa dispositivo retorico che mette in scena l’arroganza di chi domina; nella seconda parte, la poesia vira verso un registro più lirico ma non meno crudo: “grida scolpite / nelle onde del mare / come solchi nel vinile” è un’immagine potente, che restituisce la memoria del dolore collettivo. Qui Sebastiani non si limita a denunciare, ma apre uno spazio per il lutto, per la coralità del pianto, per la coscienza che la violenza non è solo cronaca, ma memoria storica incisa nel corpo dell’umanità.

Nel testo “Filastrocca dei bambini a Gaza”, l’innocenza violata, Sebastiani sceglie il registro più spiazzante: la filastrocca, forma infantile, leggera, quasi musicale, piegata però a contenuti ostici dove Dio stesso appare lontano. Il ritmo breve, quasi sincopato, restituisce la sensazione di un respiro spezzato, come quello dei bambini in fila per il cibo, in attesa di un pasto che forse non arriverà mai. La forza della poesia sta nella sua essenzialità: poche parole, essenziali, che arrivano come colpi secchi, senza possibilità di attenuazione.

 “Si vis sanguinem para bellum” tratta del trauma interiore, è forse il testo più intimo, pur restando fedele all’impegno civile. Il titolo rovescia la massima latina “Si vis pacem, para bellum”, sostituendo la pace con il sangue. È un mondo in cui non si prepara più la pace, ma soltanto la guerra.

Il linguaggio qui si fa più lirico, attraversato da immagini che mostrano come la violenza non resti fuori, nei teatri della cronaca, ma penetri dentro, nella vita quotidiana, nei pensieri: “Mai la storia è penetrata / così, nei millimetri / dei pensieri”. È la testimonianza di un trauma che non appartiene solo a chi subisce direttamente la guerra, ma anche a chi ne è spettatore e portatore di memoria.

Quella di Fabio Sebastiani è una poesia che nuota controcorrente, che non si piega al conformismo estetico dominante, non rinuncia alla sua funzione critica. In un tempo in cui molta poesia sembra rifugiarsi nell’autobiografia privata, nella rarefazione lirica o nel frammento autoreferenziale, Sebastiani sceglie invece la parola come strumento di lotta, come gesto di resistenza, testimonianza di un presente che chiede di essere detto. Non è un’operazione facile, né indolore, la sua poesia corre il rischio dell’anacronismo, ma al tempo stesso rivendica una fedeltà a quella tradizione che prima di Fortini è stata un terreno di scontro politico e simbolico, e, dopo Fortini, è diventata una variante privatistica e narcisistica. Sebastiani non offre consolazioni, offre piuttosto un campo di conflitto, un linguaggio che chiede al lettore di prendere posizione. Ed è proprio qui che la sua poesia trova la sua urgenza, non nell’eleganza della forma ma nella forza della parola che resiste, che accusa, che interroga.

(Marie Laure Colasson)

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🕊️ Giornata Internazionale della Pace

C’è un giorno all’anno in cui il mondo intero si ferma, almeno idealmente, per respirare un po’ di armonia: è la

International Day of Peace 🕊️

che si celebra ogni 21 settembre. Sì, proprio all’inizio dell’autunno, quando le foglie cominciano a colorarsi di oro e rame, ricordandoci che, forse, anche il cambiamento può essere pacifico e armonioso. Per il 2025, quindi, appuntamento fissato proprio a oggi, domenica 21 settembre: un’ottima occasione per meditare, fare un picnic all’aria aperta, o semplicemente stendere un tappeto di serenità nella propria casa!

Perché il 21 settembre?

Nel 1981 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decise di istituire una giornata mondiale dedicata alla pace, ma fu nel 1982 che la celebrazione prese ufficialmente forma, come occasione per riflettere sulla pace tra nazioni e persone. Il 21 settembre fu scelta per coincidere con l’inizio del periodo in cui l’ONU invita tutti i popoli e tutte le nazioni a sospendere le ostilità, almeno idealmente, per un giorno di riflessione globale.

Cos’è di preciso la Giornata della Pace?

Non si tratta solo di grandi discorsi politici o conferenze internazionali (anche se ce ne sono a centinaia!), ma di un vero e proprio invito a

trovare la pace dentro di noi e intorno a noi

Curiosità dal mondo

  • In Giappone, alcuni studenti realizzano origami a forma di colomba da spedire simbolicamente alle scuole di altri paesi, come segno di amicizia e speranza.
  • In Brasile, nelle spiagge di Rio de Janeiro si tengono sessioni di yoga collettivo all’alba, accompagnate da musica soft: l’idea è “respirare la pace”.
  • A New York, davanti all’ONU, ogni anno si accende una gigantesca lampada della pace: chi passa può lasciare un messaggio scritto su una colomba di carta.
  • Perfino negli angoli più remoti dell’Africa, comunità locali celebrano con danze e canti tradizionali, ricordando che la pace non è solo assenza di guerra, ma armonia di vita quotidiana.

Idee per celebrare in modo originale

  1. Maratona di film sulla pace: da “Gandhi” a “La vita è bella”, un mix di emozioni e riflessioni.
  2. Scrivere lettere di gratitudine: a un familiare, un amico o persino a un collega, per diffondere gentilezza.
  3. Piantare un albero: perché pace e natura vanno a braccetto!
  4. Flashmob creativo: coinvolgere il quartiere in un ballo, un coro o una lettura pubblica di poesie.

Ogni piccolo gesto conta, e spesso sono le cose più semplici a lasciare il segno: un sorriso, una carezza, un invito a conoscere culture diverse dalla propria.

La Giornata della Pace, in fondo

La Giornata Internazionale della Pace non è solo un giorno da segnare sul calendario: è un invito a riflettere, agire e sognare un mondo migliore. Ogni anno, milioni di persone in tutto il mondo si fermano anche solo per un attimo, ricordando che la pace comincia da noi, nelle piccole scelte quotidiane, nei gesti spontanei e nella gentilezza. E chissà, forse se ognuno facesse un piccolo passo verso l’armonia, ogni giorno potrebbe diventare un po’ più pacifico.

Autore: Lynda Di NataleFonte: webImmagine: AI

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L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionalelombradelleparole.wordpress.com@lombradelleparole.wordpress.com
2025-02-28

da “Il misuratore delle ombre uscì dalla Cadillac nera”. La Nuova Poesia.0 nell’epoca della Intelligenza Artificiale Generativa

la disperazione è la catastrofe dell’ordine simbolico che è imploso. La privatizzazione è l’ultima ideologia che resiste nel vuoto pneumatico dell’implosione dell’ordine simbolico

GIORGIO LINGUAGLOSSA    

II
Qualcuno mi chiama al citofono.
È arrivato finalmente il misuratore delle ombre.

«No Campari, no Tik Tok», disse il mago Woland varcando la soglia d’ingresso del Pentagono.
A quei tempi il Linguaglossa millantava credito, trattava con il bastone e la carota, ma fu il bastone che ebbe la meglio.
«This is a very reversal!», pronunciò un omino con gli occhiali di tartaruga in fondo alla sala.
Ci fu un battimano.
Qualcuno del pubblico disse:
«Se a un semaforo in Corso Francia incontrate una giraffa, niente paura, si tratta del filosofo Agamben che si sta pulendo gli occhiali»
Subito dopo, al Teatro Tenda di Mosca il soprano gorgheggiò un’aria di Mozart.

Era entrato nella stanza con un metro pieghevole
Il letto era appoggiato contro la parete
Ha preso le misure del letto, del lampadario, dei comodini, dell’appendiabiti con le giacche appese del Signor Linguaglossa.
Il Figuro rivolse la torcia elettrica nell’angolo dietro l’armadio.
I bagagli erano tutti aperti. C’era della biancheria, delle scatole di medicinali, tubetti di dentifricio e un revolver a tamburo con il manico di madreperla.
Il Signor K. si è accomodato sulla sedia a dondolo dipinta in rosso
proprio di fronte al letto.
Si dondolò leggermente con un sorriso a trentadue denti.
«Una overdose di Remdesivir la si può prendere ad Abukir», disse.

«Composizione per pantofole e violino», disse un inquilino.
«O meglio, quartetto per violini ed elicotteri», commentò un terzo inquilino.
Prese la parola il mago Woland.
«Infilate le pallottole nel pallottoliere o, se volete, infilate il pallottoliere nelle pallottole»
«Spruzzate del borotalco»
«B. è un venditore di pentole»
«C. fabbrica marmellate al polonio»

C’era un odore maleodorante disinfettato con del deodorante
«Sa, Linguaglossa, se in un romanzo compare una pistola, occorre che spari».
K. pronunciò queste frasi senza senso una dopo l’altra
« Sì, lo so, è incredibile: il Signor Putoler e il Signor Salvini una volta erano dei bambini»,
replicò il critico senza convinzione.

  

prima di apporre il cartello “Closed” in vetrina

Il sogno in primo piano è un universo in espansione.
Però la porta principale era bloccata.
Allora, con Betty ritornammo al passato per il tramite
di uno specchio retrovisore
recuperando i fotogrammi in bianco e nero della nostra esistenza
prima di apporre il cartello “Closed” alla vetrina.

Una giacca a quadretti adesso è al n. 19 di via Grazhdanskaja,
all’angolo col vicolo Stoljarnyj, tra poco
arriverà al ponte Kokushkin
fino al numero 104 del canale Griboedov.
In tutto 730 passi.

Ci vennero incontro Prufrock ed Eliot, due girondini della rivoluzione francese
e Miss Horkheimer con il revolver nascosto nella borsetta.

«Lei, Signorina, ha buon gusto
senza di noi non esisterebbe neanche il nulla»,
disse il Signor Rossi dopo aver apposto il cartello “Closed” in vetrina.
Ci fu chi domandò: «Chi c’è di là nel metaverso?»
ma la fuliggine salì fino al quinto piano dove abitava il Linguaglossa.

«Fai presto col whatsapp – replicò la mamma –
oggi c’è il torneo di Wimbledon alla TV, non ti scordare di prendere il latte!!… È vero che Emily si è fidanzata con quel bellimbusto con il ciuffo alla Bobby Solo che abita sulla Siegfriedstraße?»
«No, non è vero mummy, chi te l’ha detto?»

«Ma sì, mummy – interloquì Miss Horkheimer –
Emily è andata a vivere con Dorian a Londra, nel quartiere di Bloomsbury…
gira sempre con le scarpe da ginnastica!
Si attacca al passato come il silicone alle finestre,
ma a giudicare le cose da come sono andate
forse è stato meglio così…
yoga a parte Emily ha preso un granchio, tutto qui.
Sarebbe preferibile che la luna se ne stesse in disparte per un po’,
non credi?
Dorian viaggia sempre sugli ologrammi dei ghostbusters!
Tommy invece ha inaugurato l’anno cinese delle candele con la laurea in modalità telematica, poi… nulla più, è scomparso dai radar…»

All’improvviso, si presentificò un gattopardo maculato che rovistava nel cassonetto dei rifiuti di via Pietro Giordani dove abitava il critico Linguaglossa.
«Egregio Linguaglossa, lei è un inguaribile sognatore», disse.


La Nuova Poesia.0 Il 4 dicembre 2024 L’Ombra delle Parole e l’Editore Progetto Cultura di Roma hanno organizzato presso la Fiera del LIbro di Roma Eur un Focus sul tema La nuova poesia nell’epoca della sua riproducibilità digitale. Io proporrei un altro Focus, e precisamente: La Nuova Poesia.0 nell’epoca della Intelligenza Artificiale Generativa. Come è cambiata la nostra Memoria? Come è cambiata la nostra scrittura? Come è cambiata la nostra proiezione verso il futuro? Come è cambiata la percezione della nostra identità?

Nell’epoca del post-moderno la struttura ideologica delle moderne democrazie liberali (o quel che ne resta) tendono a riprodurre le narrazioni privatistiche e tribali (Maurizio Ferraris). Le poesie e i romanzi che si pubblicano oggi sono scritture che la Intelligenza Artificiale Generativa potrebbe riprodurre in miliardi di esemplari, migliorandole, al pari delle medesime narrazioni gestite dall’io privatistico. La privatizzazione è l’ultima ideologia che resiste nel vuoto pneumatico dell’implosione dell’ordine simbolico.

Piuttosto, la disperazione è la catastrofe dell’ordine simbolico che è imploso. La privatizzazione è l’ultima ideologia che resiste nel vuoto pneumatico dell’implosione dell’ordine simbolico. In tale situazione l’io non è più capace di avvertire una reale disperazione, avverte qualcosa sì, ma che non è più disperazione ma una situazione di vuoto derivante dalla implosione di ogni ordine simbolico e di ogni ordine semiotico. «Il principio di realtà – scrive il Baudrillard ne Lo scambio simbolico e la morte – ha coinciso con uno stadio determinato della legge del valore. Al giorno d’oggi, tutto il sistema precipita nell’indeterminazione, tutta la realtà è assorbita dall’iperrealtà del codice e della simulazione, è un principio di simulazione quello che ormai ci governa al posto dell’antico principio di realtà. Le finalità sono scomparse: sono i modelli che ci generano. Non c’è più ideologia, ci sono soltanto dei simulacri».1 

1 Baudrillard, Simulacres et simulation, Parigi 1980, p.181, trad. it. di E. Schirò.

#catastrofe #CrisiDellArte #CrisiDellaPoesia #giorgioLinguaglossa #ideologia #IntelligenzaArtificiale #JeanBaudrillard #maurizioFerraris #postModerno #privatizzazione #SImbolico

Soggettività politica e antagonismo sociale

Img generata da IA – dominio pubblico

di A. Marin

Abstract. Il testo analizza la politica come tentativo di suturare l’incompletezza del campo sociale, utilizzando il pensiero di Ernesto Laclau, che unisce psicoanalisi lacaniana e filosofia politica gramsciana. La società viene concepita come un non-Tutto, attraversato da antagonismi irriducibili, quali articolazioni simboliche di un linguaggio, strutturalmente non in grado di ricoprire integralmente il Reale. La politica opera attraverso significanti vuoti, ovvero simboli che unificano domande sociali eterogenee, costruendo il popolo come entità discorsiva contingente. Il populismo è interpretato non come ideologia, ma come logica politica emergente in momenti di crisi istituzionali, dove fronti antagonisti si formano attorno a catene di domande insoddisfatte. Il testo riflette inoltre sulla frammentazione contemporanea, in cui la difficoltà di creare identità politiche stabili, apre a rischi di destrutturazione psicotica del campo sociale.

Introduzione.

Che cos’è la politica e in che relazione si trova con la società e con i soggetti che la praticano? E’, molto banalmente, il modo incruento, in apparenza, attraverso il quale l’essere umano cerca, a livello istituzionale, di tutelare e soddisfare i propri interessi e i propri bisogni personali? Oppure lo strumento per declinare concretamente ideali e parole dall’ambizione universale, quali democrazia, libertà, giustizia? E’ un bisogno fondamentale dell’uomo, in quanto animale sociale? Appartiene a quella che Marx chiamava sovrastruttura, ovvero a un momento secondo, espressione della sottostante e fondante struttura economica? Oppure essa origina da un trauma dell’umano in quanto tale e dal tentativo, sempre fallito, di superarlo? Una prassi, di conseguenza, che non rispecchia una struttura o una società in quanto già costituite, ma che le istituisce in quanto tali? E se di trauma si tratta, dove è necessario reperirne la causa e l’origine? Per rispondere a queste domande proveremo a seguire il pensiero di Ernesto Laclau, un filosofo post-marxista che ha coniugato il pensiero psicoanalitico di Freud e Lacan con la filosofia politica di Gramsci.Ricordando che secondo il pensatore argentino, ciò che non ha retto del marxismo, come teoria e come prassi politica, è stato il suo “riduzionismo di classe”, ovvero l’idea che la società sia un’entità compatta e strutturata, simile a un organismo il cui scheletro economico, sottoposto a un’analisi approfondita, rivelerebbe delle leggi rigorose che determinerebbero in modo rigido le fasi dello sviluppo storico, individuando automaticamente anche gli attori del cambiamento sociale, identificati nelle classi, soprattutto nella classe operaia.

1. Lo sfondo lacaniano.

Partiamo dal tratteggiare velocemente alcuni concetti psicoanalitici, segnatamente di indirizzo lacaniano, sui quali si fonda l’analisi filosofico politica di Laclau. Ricordiamo innanzitutto che perlo psicoanalista francese, l’essere umano è oggetto di un “battesimo simbolico”, ovvero venendo alla luce, viene da subito cooptato all’interno di una struttura, quella del linguaggio, che lo precede e che segnerà per sempre il suo destino di essere parlante. Il linguaggio apporrà il suo marchio simbolico sul corpo di ogni piccolo venuto al mondo, separandolo per sempre dal mondo animale. Se infatti il corpo dell’animale è animato dall’istinto, ovvero da un programma genetico attraverso il quale interagisce meccanicamente con il suo ambiente, quello dell’uomo, in quanto nato “a bagno nel linguaggio”, è viceversa il teatro delle pulsioni. La pulsione, a differenza dell’istinto, nella sua plasticità, non ha una meta precisa e non segue un percorso lineare. Il corpo umano, quindi, non è una dato di natura, ma un prodotto della cultura. In esso il biologico è subalterno alla trama simbolica incarnata ed è quest’ultima che decide della sua esistenza e del suo destino.

Il corpo del bambino è originariamente sede di un godimento primordiale legato alla fusionalità del suo rapporto con la madre (la Cosa freudiana, das Ding). Una volta che questo corpo subirà la cablatura simbolica da parte del linguaggio, attraverso norme igieniche e di comportamento, esso verrà prosciugato da questo godimento, cosa che renderà inaccessibile per sempre la Cosa. Questo zuiderzee del godimento è però un’opera incompleta, che lascia un residuo, un cascame di godimento che tende a polarizzarsi attorno a quello che Lacan chiama l’oggetto piccolo (a), ovvero quelle dislocazioni corporee che Freud indentificava nelle zone erogene orale, anale, genitale e a cui Lacan aggiungerà quella propria dell’occhio. L’opera è incompleta perchè il grande Altro (A) con cui Lacan indentifica il Simbolico, è esso stesso strutturalmente incompleto, ovvero contiene una lacuna che non gli permette di sussumere in sé la totalità del Reale del godimento corporeo, ragione per la quale esso viene simbolizzato con A barrato (Ⱥ): «in tal modo ho aggiunto una dimensione al luogo della A, mostrando che come luogo non tiene, che c’è una falla, un buco, una perdita. L’oggetto a funzionerà rispetto a questa perdita» (Lacan 2011, p. 27). Il Simbolico è l’orizzonte di senso intrascendibile della vita propriamente umana, quello per cui non può darsi “Altro dell’Altro”, come punto di vista esterno al Simbolico stesso, o per dirla altrimenti, come metalinguaggio. Seguendo la lezione di De Saussure, se il significato non è un’entità isolata, ma generata attraverso un sistema di differenzeponentesi all’interno del linguaggio,le parole acquistano significato non per ciò che sono intrinsecamente, ma per come si differenziano da altre parole nel sistema linguistico: «nella lingua non vi sono se non differenze. Di più: una differenza suppone in generale dei termini positivi tra i quali essa si stabilisce; ma nella lingua non vi sono che differenze senza termini positivi»(De Saussure 2017, p. 145). È per questa ragione che, se nessun significante può significare se stesso, in quanto il suo significato emerge solo dalla sua differenzarispetto ad altri significanti, «l’insieme dei significanti contenuti nel Simbolico risulta per forza incompleto, marcato da un –1, cioè dall’assenza di un significante in grado di nominare l’insieme di tutti i significanti, facendone al contempo parte […]Questo difetto strutturale del Simbolico fa si che non-tutto il Reale si trovi ricompreso nella rete estesa del Simbolico stesso». Ispirandosi ai teoremi di incompletezza di Gödel, per i quali la coerenza di un sistema matematico non è dimostrabile con proposizioni appartenenti al sistema stesso, Lacan sostiene che il Simbolico, come sistema di segni, contiene punti di impossibilità tali da rendere irrealizzabile una totalizzazione simbolica. Questo equivale a dire che il grande Altro contiene lacune che, resistendo ad ogni simbolizzazione, appartengono al registro del Reale, nel quale ristagna il godimento.

L’impossibilità di una ricopertura integrale del Reale, senza resti, fa si che del Reale residui nel soggetto, e che esso emerga quando la trama simbolica, che sostiene l’essere umano si fessura ed emerga in un sintomo, un lapsus o un atto mancato. Qui il Reale, quale godimento da sempre perduto, che si può solo lambire attraverso quel suo residuo rimasto dopo il filtraggio simbolico, che è l’oggetto piccolo (a), parla (ça parle) attraverso le tortuose vie del linguaggio del Soggetto inconscio. L’oggetto piccolo (a) è «quel frammento di corpo godente che, pur dipendendo nella sua genesi dall’intervento del linguaggio, resiste al moto della sua colonizzazione, rimanendo rispetto ad esso eterogeneo» (Cavallari 2024). Eterogeneità dell’oggetto piccolo (a), che sarà lo sfondo della categoria di eterogeneità sociale, quale guadagno che Laclau realizzerà ne La ragione populista, rispetto al precedente Egemonia e strategia socialista, scritto dal filosofo argentino assieme alla compagna Chantal Mouffe. Guadagno che permetterà a Laclau di andare oltre un temperato antagonismo, superabile all’interno di una contraddizione logica di tipo dialettico, al quale la mancanza di tale categoria, lo inchiodava.

Se, come già spiegato, il Reale del godimento residua nel soggetto in quanto tale, in quanto il Simbolico non è in grado strutturalmente di svuotarlo, ricoprirlo, sigillarlo completamente, cosa accade nei sottoinsiemi simbolici della società e della politica? In sé il Reale non manca di nulla ed è il Simbolico a introdurre in esso la mancanza. Se quest’ultima nasce perciò da una castrazione simbolica che amputa il soggetto di una parte di sé, che andrà perduta per sempre, e da un limite strutturale del Simbolico stesso, è forse la politica il tentativo reiterato ma impossibile, di superare questa mancanza, come tentativo sempre destinato al fallimento di completare l’Altro? E la società in che relazione si pone con tutto questo?

2. La società non esiste.

Per Marx la società ha come fondamento la struttura economica. Una struttura le cui leggi dettano rigorosamente lo sviluppo storico di cui le classi, in particolare la classe operaia, ne sono gli attori pincipali. Laclau ha cercato di superare questa concezione essenzialista della società propria di Marx, partendo dall’affermazione forte “La società non esiste”. Ma in che senso “La società non esiste” per Laclau? Nel senso che la società non è un Tutto conchiuso, “solido e compatto” e non è definibile attraverso una positività concettuale. Essa semmai è un non-Tutto, privo di fondamento e necessità, abbandonato alla pura contingenza delle articolazioni discorsive. E’ qualcosa che contiene nel suo intimo il cuore pulsante del Reale. E il Reale che c’è al suo interno fa si che la società sia percorsa strutturalmente da faglie di antagonismo non ricomponibili, che impediscono una sutura simbolica totale del sociale stesso. Si potrebbe dire che “La società non esiste” nello stesso senso in cui, in campo psicoanalitico, Lacan afferma che “La donna non esiste”, nel senso che non esiste come un Tutto, ma solo come un non-Tutto, come parzialità contingente sottoposta al dominio assoluto del Nome-del-Padre. Quello che non esiste, che non ha alcun riferimento nella realtà, è l’articolo determinativo la che sta davanti a la società e la donna. L’articolo la esibisce un concetto che non risponde ad alcuna realtà, né quella de la donna, barrata dal Nome-del-Padre, quale condizione polarizzatrice di ogni significante dell’ordine simbolico, né quella de la società, che non è riducibile essa stessa a unità concettuale, in quanto luogo di una conflittualità sociale permanente, che rende impossibile ogni ri-composizione unitaria. Ri-composizione che non può darsi in quanto la non coestensività dell’orizzonte simbolico rispetto al Reale, rende ogni sua articolazione contingente, transeunte e continuamente esposta a un sovvertimento che trova nelle faglie di Reale che percorrono il Simbolico stesso, il suo alimento.

Come l’incompletezza del grande Altro (Ⱥ) impedisce al soggetto di «alienarsi totalmentein esso e di risultare pienamente rappresentato dal linguaggio e dal senso, cosa che lo renderebbe un soggetto pieno e consistente, unitario, compatto, integralmente realizzato […] e non diviso, luogo di conflitti, nient’affatto realizzato, alla ricerca di ciò che gli manca» (Siciliano2021,p. 2), così tale incompletezza non permette il costituirsi de la società.

Il sociale si costituisce come ordine simbolico, e il suo campo è un campo discorsivo aperto, dove discorso è per Laclau il luogo di costituzione, per quanto parziale, dell’oggettività in quanto tale: non esiste nulla al di là delle pratiche discorsive o di quelli che Wittgenstein chiama giochi linguistici. Che è quanto lo stesso Lacan sosteneva: «Non c’è nessuna realtà prediscorsiva. Ogni realtà si fonda e si definisce in base a un discorso […] Il legame sociale io lo designo con il termine discorso […] esso si instaura unicamente ancorandosi nel modo in cui il linguaggio si situa e si imprime, si situa su ciò che brulica, ovvero l’essere parlante» (Lacan 2011, pp. 30, 51).

Scrivono Laclau e Mouffe: «Il fatto che ogni oggetto sia costituito come un oggetto del discorso non ha niente a che fare con il fatto di sapere se vi sia un mondo esterno al pensiero, o con l’opposizione realismo/idealismo. Un terremoto o la caduta di una tegola sono eventi che certamente esistono, nel senso che succedono qui e ora, indipendentemente dalla mia volontà. Ma se la loro specificità come oggetti è costruita nei termini dei «fenomeni naturali” o delle “manifestazioni dell’ira divina”, questo dipende dalla strutturazione del campo discorsivo. Quello che viene negato non è che questi oggetti esistano fuori dal pensiero, ma l’affermazione affatto diversa che possano costituirsi come oggetti fuori da ogni condizione discorsiva di emergenza» (Laclau-Mouffe 2011, p. 176).

E’ nel campo discorsivo che le identità sociali si strutturano attaverso catene di significanti in sé mai letterali, in quanto significati a partire da un sistema di differenze, ma sempre segnati da quell’eccedenza di senso che rende queste identità aperte ed esposte a fluttuazioni di significato, cioè contingenti.

Il campo discorsivo si compone di elementi, ovvero significanti, fluttuanti. Al suo interno si danno i discorsi, che, attraverso la pratica articolatoria, fissano parzialmente il senso di questi elementi all’interno di un sistema di differenze, sempre precario e instabile. Questa instabilità deriva dalla natura discorsiva del campo che crea «le condizioni della vulnerabilità di ogni discorso, perché niente lo protegge, in ultima istanza, contro la deformazione e la destabilizzazione del suo sistema di differenze da parte di altre articolazioni discorsive che agiscono al di fuori di esso». Questo può accadere perché ogni elemento del campo discorsivo è surdeterminato ovvero appare costitutivamente eccedente e sovvertibile. Ogni significante cioè non è mai letterale e la sua fissazione all’interno del sistema di differenze di un discorso è solo parziale. Infatti «sinonimia, metonimia, metafora non sono forme del pensiero che aggiungono un secondo senso a una letteralità primaria, costitutiva delle relazioni sociali; sono invece parte dello stesso terreno primario sul quale il sociale si costituisce». Per dirla con Lacan, il campo discorsivo è quell’Altro simbolico che minaccia ogni tentativo di fissare e stabilizzare discorsivamente ogni identità, lasciandola esposta a trasformazioni mutevoli e contingenti, laddove «non c’è identità sociale completamente al sicuro da un esterno discorsivo che la deformi e che le impedisca di diventare pienamente suturata […] non esiste identità che possa essere pienamente costituita» (Laclau-Mouffe 2011, pp. 180-181). Se da un lato non si dà una fissazione assoluta del significato, risulta però necessario se ne diano di parziali, in quanto lo stesso sovvertimento del significato di un discorso, non sarebbe possibile, se quest’ultimo non fosse fissato a un significato. Queste fissazioni parziali del significato, si danno attraverso quelli che vengono chiamati punti nodali, ovvero significanti particolari, che arrestano la produzione di senso della catena significante.

3. Il politico come costruzione del popolo.

L’impossibilità de la società come Tutto unitario, si riflette in quella de il politico, all’interno del quale è il popolo a darsi come rappresentazione politica della società, sempre costruita e sempre destinata al fallimento, quale tentativo impossibile di dire la Cosa, ovvero di accedere al fondo inaccessibile del Reale della Cosa sociale.

Laclau sostiene la tesi che il politico coincida con la costruzione del popolo, della quale si tratta di definire i confini, identificandoli a un nome, punto nodale di una catena di domande insoddisfatte. Aggiungendo che non ha alcun senso domandarsi se un determinato movimento politico sia o meno populistico, poiché il politico è sinonimo di populismo.Con populismo infatti Laclau non si riferisce a un tipo di movimento, identificabile con una certa base sociale o un certo orientamento ideologico, ma a una logica politica. Mentre le logiche sociali consistono nel seguire un sistema di regole che delineano un orizzonte in cui alcuni oggetti sono rappresentati e altri esclusi (ad esempio le logiche del mercato, della parentela ecc.), le logiche politiche sono riconducibili all’istituzione del sociale tout court.

L’unità di analisi da cui parte Laclau è quella di domanda sociale. Nella lingua inglese la nozione di domanda demand può indicare una richiesta o un reclamo. E’ nella transizione da richiesta a reclamo che Laclau individua una delle prime proprietà del populismo. Scrive Laclau:«Pensiamo a una gran massa di contadini migranti, che si stabiliscono nelle bindonvilles alla periferia di una città industriale in via di sviluppo. Si crea il problema degli alloggi, e il gruppo di persone interessate dal problema si rivolge alle autorità locali. Qui abbiamo una domanda che inizialmente è forse solo una richiesta. Se soddisfatta, il problema può dirsi risolto. Ma se non è così, le persone possono incominciare a osservare che i loro vicini esprimono altre richieste, ugualmente non soddisfatte – problemi con l’acqua, o di salute, o di scolarizzazione, e così via. Se la situazione resterà invariata nel tempo, si avrà allora un accumulo di domande inascoltate e una crescente incapacità del sistema istituzionale ad assorbirle in mododifferenziale (ognuna isolata dalle altre): tra di loro si stabilirà una relazione di equivalenza. E probabilmente, qualora non intervengano fattori esterni, assisteremo in quel caso al crescere del divario tra il sistema istituzionale e il popolo» (Laclau 2008, p. 69). La situazione può essere descritta con lo schema seguente:

Dn: domande insoddisfatte dei settori della società. Ognuna è diversa dalle altre nella sua particolarità (semicerchio inferiore). Tutte le domande sono equivalenti nella comune opposizione al sistema dominante (semicerchio superiore).

Quindi, attraverso l’emergere di una catena equivalenziale di domande insoddisfatte, si produrrà una dicotomizzazione dello spettro politico e le richieste diverranno reclami. Quando le singole domande, soddisfatte o meno che siano, rimangono isolate, parliamo di domande democratiche, quando invece esse si articolano in maniera equivalenziale, andando a costituire una più ampia soggettività sociale, diventano domande popolari. Con quest’ultime viene a costituirsi in maniera embrionale il popolo, ovvero una configurazione populista.

4. Logica della differenza e logica dell’equivalenza.

Secondo Laclau esistono due modalità di costruzione del sociale, tra di loro complementari: secondo la logica della differenza e secondo la logica dell’equivalenza. La logica della differenza funziona all’interno del discorso istituzionale, il quale assorbe isolatamente le domande sociali particolari all’interno di una cornice simbolica omogenea in cui esse assumono un significato che è legato alla loro posizione differenziale all’interno del sistema stesso: «tutte le differenziazioni si esigono a vicenda e si riferiscono l’una all’altra all’interno di un insieme sistematico. Il linguaggio, come sistema di differenze, è l’espressione archetipica di questa interconnessione simbolica» (Laclau 2008, pp. 102 e ss). Se questo sistema assorbisse in sé, soddisfandole, tutte le domande sociali, avremmo una società organica, pacificata e trasparente a se stessa cioè una totalità suturata. Questo sarebbe possibile solo se questa logica differenziale e relazionale non avesse limitazione alcuna e andasse a fissare tutti gli elementi fluttuanti del campo discorsivo in un unico discorso, quello appunto istituzionale. In realtà le limitazioni sono due. La prima, come già visto, non è di natura extra-discorsiva, ma è legata ad un esterno discorsivo, a sua volta costituito da altri discorsi, che impediscono a ogni identità di completarsi, di costituirsi pienamente. La seconda è data da una particolare articolazione discorsiva, l’antagonismo, che non è né un opposizione reale tra cose né una contraddizione tra concetti ma ciò che mette in discussione il sistema delle differenze in quanto tale: «se il linguaggio è un sistema di differenze, l’antagonismo rappresenta il fallimento della differenza: in questo senso si situa all’interno dei limiti del linguaggio e può esistere solo come sua interruzione […] L’antagonismo sfugge alla possibilità di essere afferrato attraverso il linguaggio, visto che il linguaggio esiste solamente come tentativo di fissare quello che l’antagonismo sovverte» (Laclau-Mouffe 2011, p. 202). L’antagonismo funziona secondo la logica dell’equivalenza la quale tende a dicotomizzare il campo discorsivo creando un fronte antagonista che non risulta mai completamente stabile: «proprio come la logica della differenza non riesce mai a costituire uno spazio pienamente suturato, così non ci riesce nemmeno la logica dell’equivalenza. La dissoluzione del carattere differenziale delle posizioni degli agenti sociali tramite la condensazione equivalenziale non è mai completa» (Laclau-Mouffe 2011, p. 207).

Ricapitolando, la costruzione del sociale si può dare:

  • Secondo la logica della differenza, ovvero attraverso l’affermazione di tante domande particolari isolate che vengono integrate organicamente nel sistema differenziale/istituzionale esistente, che non traccia una frontiera antagonistica

  • Secondo la logica dell’equivalenza, ovvero attraverso un parziale venir meno della particolarità di alcune domande, alla luce di un’accentuazione di ciò che tutte le particolarità condividono in maniera equivalenziale (la loro opposizione al sistema), che traccia una frontiera antagonistica (*).

Dunque, il sociale è il luogo della tensione irriducibile tra queste due logiche, laddove ogni identità sociale che andrà a costituirsi al suo interno, risulta frutto di un determinato discorso1. Si possono distinguere due tipi di discorso:

un discorso istituzionalista, che si sforza di far coincidere i limiti della formazione discorsiva coi limiti della comunità. Privilegia la logica della differenza all’interno di uno spazio comunitario omogeneo, ad esempio la nazione, in cui tutte le differenze sono considerate ugualmente valide.

un discorso populista, che crea una frontiera di esclusione che divide la società in due campi. Esso tende a privilegiare la logica dell’equivalenza. Il popolo in questo caso è qualcosa di meno della totalità dei membri di una comunità: è una componente parziale (una plebs ovvero i sottoprivilegiati) che aspira egemonicamente a essere considerata l’unica totalità legittima (il populus ovvero il corpo di tutti i cittadini). Una parte si identifica col tutto (sineddoche), ad esempio “Tutto il potere ai Soviet”. In questo caso la frontiera antagonistica (*) produce un campo sociale non più omogeneo ma fratturato, che non può essere ricomposto da una logica dialettica.

E’ quindi con Gramsci che l’articolazione delle due istanze di particolarità (la plebs) e universalità astratta (il populus) diventa pensabile, laddove il populus può esistere solo se si incarna in una plebs: «non c’è universalità che operi come pura universalità, c’è solo universalizzazione relativa prodotta dall’espandersi della catena equivalenziale attorno a un nucleo particolaristico. La nozione gramsciana di guerra di posizione‘ esprime esattamente ciò» (Laclau 2010, p. 208).

Laclau sottolinea inoltre come tra un populismo di sinistra e un populismo di destra esista una zona grigia che può essere attraversata in entrambe le direzioni. Questo perchè, nella costruzione discorsiva della divisione sociale, vanno distinte una funzione ontologica e un contenuto ontico3. Poichè la relazione tra questi due è indeterminata, può accadere che la funzione ontologica (es. il bisogno di un voto di protesta radicale, di esprimere la divisione sociale) venga svolta da contenuti ontici, ovvero da significanti, di segno politico diametralmente opposto4.

5. Il significante vuoto.

La divisione del campo sociale in due fronti nel populismo presuppone la presenza di alcuni significanti2 privilegiati che condensano in sé il significato di un intero fronte antagonistico (i nemici: il regime, l’oligarchia, l’1% ecc., gli oppressi: il popolo, la nazione, la maggioranza silenziosa, il 99% ecc.).

I rapporti equivalenziali non possono spingersi oltre un vago sentimento di solidarietà se non si cristallizzano in un’identità discorsiva, se non si condensano in una precisa identità popolare, composta di parole e immagini, che faccia riferimento alla catena equivalenziale come una totalità. Il denominatore comune che permetterà questo sarà una domanda individuale che, per ragioni circostanziali acquisirà una certa centralità:


D1: una delle domande diventa il significante dell’intera catena (significante vuoto)

Questa domanda, pur restando particolare, diventerà però il significante della catena totale delle domande equivalenziali. Ad esempio dopo il 1989, per un breve periodo, nei paesi dell’Europa dell’Est, il «mercato» significò qualcosa di più di uno strumento economico, tenendo assieme attraverso i suoi legami equivalenziali, contenuti come la fine dello stato burocratico, le libertà civili, la pace con l’Occidente ecc.). Più estesa sarà la catena, meno questo significante sarà ancorato alla sua originaria domanda particolaristica. La funzione di rappresentare la relativa «universalità» della catena prevarrà su quella di esprimere il particolare reclamo che è il portatore materiale di quella funzione. L’identità popolare, insomma, funzionerà tendenzialmente come un significante vuoto. La funzione significativa di termini come giustizia, uguaglianza, libertà, ad esempio, non è quello di esprimere un contenuto positivo, definibile concettualmente, ma quello di «fungere da nomi di una pienezza che è costitutivamente assente. È perché non esiste situazione umana in cui non ci sia qualcosa di ingiusto che un termine come “giustizia” è per noi dotato di senso. Giacché nomina una pienezza indifferenziata, questo termine non ha nessun contenuto concettuale positivo: non si tratta di un termine astratto, dunque, ma vuoto». Nella rivoluzione russa del 1917 le domande sociali di pane, pace e terra persero la loro particolarità, la loro concretezza per diventare significanti vuoti nei quali si potevano riconoscere proteste che non avevano nulla a che fare con queste tre domande. Ciò è paragonabile al processo di condensazione del sogno, nel quale l’immagine del contenuto manifesto non significa qualcosa in sé, ma è l’espressione sovradeterminata di una pluralità di pensieri inconsci condensati da quella singola immagine. Lo stesso carattere vuoto dei significanti che «danno unità o coerenza al fronte popolare non è il frutto di un sottosviluppo ideologico o politico; esprime semmai il fatto che ogni unificazione populista ha luogo su un terreno sociale radicalmente eterogeneo» (Laclau 2008, pp. 92, 93). Donde la vaghezza e l’imprecisione che sono iscritte nella natura stessa del politico.

E’ importante poi considerare che ciò che tiene assieme la catena equivalenziale non è un’unità precedente alla nominazione del significante vuoto ma che questa unità è data in modo performativo dallo stesso significante vuoto.

Per Laclau, sulla scorta di Slavoj Žižek e prima di lui di Jacques Lacan, è il nome stesso, il significante, a supportare l’identità dell’oggetto. Non si tratta di una teoria della designazione in cui il referente sia dato semplicemente per assodato, ma di una teoria della produttività della nominazione, della sua dimensione performativa, in cui la nominazione stessa produce retroattivamente l’oggetto5. Il punto di capitone è quel punto nodale che determina l’unità di una formazione discorsiva e che non ha una sua identità positiva. Esso non è la parola più significativa nella quale si condensi tutta l’ampiezza di significato del campo che essa trapunta. E’ la parola che, «in quanto parola, a livello del significante stesso, unifica un dato campo, ne costituisce l’dentità e l’unità […] si consideri la famosa pubblicità delle Marlboro, l’immagine del cowboy abbronzato, le vaste praterie e così via; tutto questo “connota” naturalmente una certa immagine dell’America (una terra di persone dure e irreprensibili, di orizzonti senza limite…), ma l’effetto di trapuntatura (il punto di capitone ) avviene solo quando ha luogo una specie di capovolgimento; non avviene fino a che i “veri” Americani cominciano a identificarsi (nella loro ideologica esperienza di sé) con l’immagine creata dalla pubblicità delle Marlboro, finché l’America stessa non è vissuta come “the Marlboro country”» (Žižek 2014, p. 127).

Dunque, il significante vuoto è qualcosa di più dell’immagine di una totalità già data: è ciò che costituisce quella totalità. La costruzione di un popolo è «l’unico caso che ci riveli la rappresentazione per ciò che essa è: il terreno primario di costituzione dell’oggettività sociale» (Laclau 2008, p. 155). Qui, ciò che viene rappresentato non esiste come un oggetto già prima e a prescindere dal processo rappresentativo. La rappresentazione diviene ontologicamente primaria, in quanto sono i nomi a costituire retrospettivamente l’unità dell’oggetto. Se dunque l’unità dei soggetti popolari è data a un livello nominale e non concettuale, i soggetti popolari come «assemblaggio di elementi eterogenei tenuto assieme in maniera equivalenziale solo da un nome», sono sempre delle singolarità. La conseguenza per Laclau è che se la forma estrema della singolarità è l’individualità, ciò non può che condurre all’identificazione dell’unità del gruppo con il nome del capo. Laddove capo non va inteso hobbesianamente come il sovrano di un governo effettivo, ma come quel nome che permette la costituzione di una totalità significante, che non conduce necessariamente al primo: «Il ruolo di Nelson Mandela come simbolo della nazione fu compatibile, ad esempio, con un grande pluralismo all’interno del suo movimento. In ogni caso, però, l’unificazione simbolica del gruppo attorno a un’individualità- e qui sono d’accordo con Freud- è congiunta alla formazione di un popolo» (Laclau 2008, pp. 94, 95).

Possiamo sintetizzare l’approccio di Laclau al populismo e quindi al politico in questo modo:

  1. L’emergenza del popolo richiede il passaggio attraverso equivalenze, da domande particolari e isolate, a una domanda globale che porta con sé la costruzione di frontiere e di un’articolazione discorsiva del potere come forza antagonistica.

  2. Questo passaggio non può però essere colto da una semplice analisi delle domande isolate e visto che non può darsi alcuna transizione dialettica da un livello all’altro, deve necessariamente intervenire qualcosa di qualitativamente diverso, che appartiene alla dimensione dell’affetto: l’investimento radicale.

Le formazioni discorsive o egemoniche sarebbero indecifrabili senza la componente affettiva. Esiste infatti una stretta relazione tra la significazione e l’affetto, laddove la prima non può risolversi nella discretizzazione formale del linguaggio e il secondo non può darsi se non attraverso l’investimento di una catena significante.

6. Psicoanalisi e teoria politica.

Ritornando su di un terreno più propriamente psicoanalitico va ripetuto che a livello primordiale esiste un godimento (Jouissance) che è assoluto ed è legato alla diade madre/bambino. Questo godimento pieno, nominato come la Cosa (das Ding), è ciò che attraverso il marchio del significante (il linguaggio, la cultura ecc.) viene a perdersi. O meglio a perdersi ma allo stesso tempo a conservarsi in quelli che Freud chiama oggetti parziali. In questi oggetti parziali (objets petit a per Lacan) rimane una traccia di questo godimento primordiale assoluto. Laclau pensa che le categorie psicoanalitiche appartengano al campo di quella che si può definire una ontologia generale: «la mitica totalità della diade madre/figlio corrisponde alla pienezza irrealizzabile» di una società in cui si dia la soddisfazione esaustiva di tutte le possibili domande sociali. «L’aspirazione alla pienezza o integrità non scompare definitivamente, ma viene trasferita a oggetti parziali che sono gli oggetti delle pulsioni. In termini politici è esattamente ciò che abbiamo indicato come relazione egemonica: una certa particolarità assume il ruolo di un’universalità impossibile […] L’intero sarà sempre incarnato da una parte: non c’è universalità che non sia egemonica […] Gramsci formulò la questione politica in termini simili: quale forza sociale diventi la rappresentazione egemonica della società come un tutto è deciso ogni volta da una lotta contingente; ma una volta che una particolare forza sociale sia divenuta egemonica, essa rimarrà tale per un intero periodo storico. Con ciò, abbiamo raggiunto una spiegazione esauriente di ciò che significa investimento radicale: rendere un oggetto l’incarnazione di una pienezza mitica» (Laclau 2008, pp. 108, 109), laddove l’affetto (il godimento) è l’essenza stessa dell’investimento. Si tratta della stessa scoperta fatta in due campi diversi, quelli della psicoanalisi e della teoria politica:

in psicoanalisi: «essendo la pienezza della madre primordiale un oggetto puramente mitico, non è possibile agguantare la jouissance se non attraverso l’investimento radicale di un objet petit a»;

nella teoria politica: «nessuna pienezza sociale è raggiungibile se non attraverso l’egemonia. E l’egemonia non è altro che l’investimento, in un oggetto parziale, di una pienezza (una società pienamente pacificata) sempre sfuggente perché puramente mitica» (Laclau 2008, p. 109).

Riassumendo: se l’incompletezza strutturale di A riverbera nel soggetto, lasciando ristagnare in quest’ultimo un resto di Reale (oggetto piccolo (a)), altrettanto si può dire accada nel campo sociale. La situazione mitica di un godimento primordiale incarnato dalla pienezza irrecuperabile di Das Ding, corrisponde secondo Laclau alla completa realizzazione, impossibile da raggiungere, di una società in cui ogni possibile richiesta sociale venga pienamente soddisfatta. E come l’oggetto piccolo (a) incarna il resto di questo godimento primordiale, lasciato dal taglio simbolico operato dal linguaggio, resto che diviene la causa del desiderio, ovvero del tentativo, sempre fallito, di raggiungere la jouissance della condizione di Das Ding, analogamente le specifiche entità simboliche presenti nella società, si trasformano in rappresentazioni di una pienezza mitica e irrealizzabile, propria di una società completamente armoniosa. Questo processo, definito da Laclau come investimento radicale, permette a un elemento particolare di assumere il ruolo di rappresentazione di una Totalità che, tuttavia, rimane intrinsecamente irraggiungibile.

L’egemonia è resa possibile dal carattere aperto e incompleto del sociale perchè, «in un sistema chiuso di identità relazionali, nel quale il significato di ogni momento è assolutamente fissato, non c’è posto per alcuna pratica egemonica […] Le pratiche egemoniche sono suturanti nella misura in cui il loro campo operativo è determinato dall’apertura del sociale, dal carattere essenzialmente non fisso di ogni significante» (Laclau-Mouffe 2011, p. 213 e ss).

Nella tradizione marxista, Gramsci rappresenta un punto di svolta epistemologica: mentre il marxismo classico aspirava ad accedere a una totalità chiusa e coerente, determinata in ultima istanza dall’economia, l’approccio egemonico introduce una rottura netta con questa visione essenzialista della società. Qui, l’unico orizzonte totalizzante possibile emerge da una parzialità (la forza egemonica), che si pone come rappresentazione di una totalità mitica. Utilizzando la terminologia lacaniana, un oggetto assume il ruolo e il valore della Cosa.

Da tutto ciò si può concludere che il populismo non può esistere senza un investimento affettivo legato a un oggetto parziale. Se una società fosse in grado di creare un ordine istituzionale capace di soddisfare tutte le domande attraverso i propri meccanismi interni, non ci sarebbe spazio né per il populismo né per la politica. La necessità di “costruire un popolo” emerge solo quando questa pienezza non viene raggiunta e gli oggetti parziali presenti nella società (come obiettivi, figure o simboli) ricevono un investimento emotivo tale da rappresentare la mancanza di questa completezza. Perciò, l’aspetto affettivo risulta essere un elemento cruciale.

7. Il significante fluttuante.

Tornando all’ultimo diagramma, se esso è utile per presentare la categoria di significante vuoto, che concerne la costruzione di un’identità popolare, una volta data per assodata la presenza di una frontiera stabile, allo stesso tempo risulta una semplificazione, in quanto presenta una frontiera interna che rimane sempre la stessa, cosa questa poco realistica. La frontiera, in realtà, è soggetta a spostamenti e per questa ragione Laclau introduce un secondo diagramma e con esso la categoria di significante fluttuante, con cui tenta di afferrare concettualmente la logica degli spostamenti di questa frontiera:

In questo modello, la divisione dicotomica non scompare del tutto, ma viene attenuata poiché il sistema stesso (il regime oppressivo dello Zar nell’esempio di Laclau) assume una posizione egemonica. Esso cerca di disgregare la catena equivalenziale che unisce il fronte popolare, creando una nuova catena equivalenziale in cui alcune richieste del popolo vengono incorporate e rielaborate all’interno di connessioni completamente diverse (linea a, b, c). Queste domande saranno influenzate dalla pressione esercitata da progetti egemonici concorrenti. Di conseguenza, emergono due approcci antagonisti per costituire il “popolo” come attore storico. In questo contesto, il significato di una domanda specifica (D1) diventa indefinito, poiché conteso da frontiere equivalenziali differenti e in competizione. Laclau definisce significanti fluttuanti quei termini il cui significato, in situazioni simili, rimane in sospeso. La stabilizzazione del significato di D1 dipenderà dall’esito della contesa egemonica. Come esempio di significante fluttuante potremmo prendere il reddito di cittadinanza, calamitato com’è stato negli anni scorsi, da fronti egemonici antagonisti. Quello del PD come forza politica di governo che tentava di sussumerlo in una logica differenziale e quelli del PD e di FI come partiti in competizione elettorale che tentavano di inglobarlo nelle rispettive catene equivalenziali attribuendogli significati diversi. Tutti tentativi che perseguivano lo scopo di indebolire il fronte popolare del M5S, il quale una volta al governo, partorì un topolino che aveva solo qualche timida somiglianza con il reddito di cittadinanza, come era stato pensato originariamente dal movimento.

8. Eterogeneità e antagonismo sociale.

A questo punto è necessario introdurre un’ulteriore categoria per spiegare come si origina l’antagonismo sociale: quella di eterogeneità sociale. L’omogeneità sociale rappresenta la cornice simbolica che struttura una società, ovvero ciò che abbiamo definito come logica della differenza. In questo contesto, tutte le differenze si sostengono reciprocamente e si riferiscono le une alle altre all’interno di un sistema coerente (il linguaggio ne è l’archetipo). Come già visto, una prima eterogeneità emerge quando una domanda sociale specifica non può essere soddisfatta all’interno di quel sistema. L’eterogeneo, quindi, è ciò che non trova una posizione differenziale all’interno dell’ordine simbolico esistente.

Il diagramma 2 illustra uno spazio saturato, in cui tutte le entità sociali trovano una rappresentazione e una chiara linea di confine separa due fronti antagonisti, entrambi i quali condividono lo stesso spazio rappresentativo. In questo contesto, il fronte antagonista (Zs) rappresenta il lato negativo di un’identità popolare che, senza questa opposizione, non potrebbe nemmeno esistere. In realtà un campo della rappresentazione saturo non può darsi, in quanto esso non in grado strutturalmente di ricoprire tutto il “Reale”6. È a causa di ciò che possono esserci in esso elementi irrappresentabili, eterogenei, ovvero questo campo è «sempre screziato da un “Reale” eterogeneo che non può dominare simbolicamente».

Quindi affinchè s’inneschi un antagonismo sociale che non sia una mera contraddizione logica, riducibile all’interno dello stesso campo di rappresentazione, è necessaria «un’esteriorità non solo rispetto a qualcosa d’interno alla rappresentazione, ma anche rispetto allo spazio della rappresentazione in quanto tale. Chiamerò questo tipo di esteriorità eterogeneità sociale. L’ eterogeneità, così concepita, non è una differenza. Due entità, per essere differenti, hanno bisogno di uno spazio all’interno del quale la loro differenza sia rappresentabile, mentre ciò che ho appena chiamato eterogeneità presuppone proprio l’assenza di questo spazio comune […] Le domande m e n (diagramma 4) risultano eterogenee nel senso che non possono trovare una collocazione strutturale all’interno di uno dei due fronti antagonistici» (Laclau 2008, pp. 132, 133).

L’eterogeneità di cui parla Laclau fa cadere la rigida separazione tra interno ed esterno perchè «nulla è del tutto interno o del tutto esterno» ma è estimo, come scriveva Lacan. L’esterno è in realtà interno allo stesso campo della rappresentazione, allo stesso campo della discorsività e lo rende non omogeneo, non suturato. Questa faglia che si apre nel campo della rappresentazione, nel campo del simbolico e che alimenta l’antagonismo sociale, è un altro modo di nominare il Reale inteso come la pietra d’inciampo della simbolizzazione, come il nocciolo duro che resiste alla simbolizzazione e che impedisce la chiusura dello stesso campo sociale. A conferma di ciò Žižek scrive: “il reale (l’antagonismo) è inerente al simbolico (al sistema delle differenze), non all’Al-di-là trascendentale che il processo di significazione cerca di afferrare invano: nel caso dell’antagonismo reale, l’opposizione esterna è sempre interna; l’opposizione antagonistica di B ad A impedisce ad A di realizzare la sua piena auto-identificazione, la tronca dall’interno» (Žižek 2004, p. 270).

Le forze sociali non sono entità omogenee come le classi di Marx, ma un aggregato di elementi eterogenei tenuti assieme da un’articolazione politica. Quest’ultima quindi non è soltanto l’espressione di un movimento più profondo ma è costitutiva e fondante. L’articolazione politica è un momento assolutamente costitutivo del legame sociale.

La resistenza dell’operaio allo sfruttamento da parte del capitalista dipenderà esclusivamente dal modo in cui l’operaio reale, nella sua concreta esperienza, si forma e si definisce, non da una semplice determinazione concettuale. Questo implica che l’antagonismo non è intrinseco ai rapporti di produzione stessi, ma si manifesta piuttosto nel confronto tra i rapporti di produzione e un’identità esterna (eterogenea) da essi. Pertanto, negli antagonismi sociali ci troviamo di fronte a un’eterogeneità che non può essere ricondotta né integrata attraverso un processo dialettico (l’opposizione A-B non potrà mai diventare A-non A)7. Senza l’eterogeneità non potrebbe esistere l’antagonismo. I punti di resistenza si trovano sempre al di fuori dello spazio discorsivo omogeneo e dialettico in cui si confrontano le forze antagoniste. Non esiste inoltre alcun punto di rottura o contestazione che possa essere considerato privilegiato in modo assoluto o definito a priori. Non vi è alcun motivo per cui le lotte che si svolgono all’interno dei rapporti di produzione debbano necessariamente rappresentare i punti centrali di una lotta anticapitalistica globale. Un capitalismo globalizzato genera una moltitudine di punti di crisi e antagonismo, come le emergenze ecologiche, gli squilibri economici, l’alta disoccupazione e altri fenomeni. Solo una sovradeterminazione di questa varietà di conflitti antagonisti può dar vita a soggetti anticapitalistici globali in grado di affrontare efficacemente il sistema dominante. Come dimostra la storia, non è possibile prevedere in anticipo chi saranno gli attori egemonici di questa lotta. Non vi è alcuna certezza che saranno gli operai. L’unica cosa certa è che saranno coloro che si trovano ai margini del sistema: gli esclusi, gli emarginati, i reietti e gli elementi eterogenei.

Quindi «il “popolo” sarà sempre qualcosa di più di una pura opposizione al potere. C’è un Reale del “popolo” che resiste a ogni integrazione simbolica […] Il “popolo” lungi dall’avere quella natura omogenea che solitamente ha una classe sociale (definita dalla sua precisa localizzazione nei rapporti di produzione) è l’articolazione di una pluralità di punti di rottura (Laclau 2008, p. 115, 144). Se la costruzione di un popolo è l’atto politico per eccellenza, che travalica la semplice amministrazione dentro una «stabile cornice istituzionale», le condizioni alla base del populismo che abbiamo delineato, ovvero «la costruzione egemonica di frontiere antagonistiche all’interno del sociale e l’appello a nuovi soggetti di cambiamento sociale – tutto ciò implicando la produzione di significanti vuoti per unificare una molteplicità di domande eterogenee in catene equivalenziali», sono le stesse del politico. Nell’accezione che Laclau dà al termine populismo, «non c’è intervento politico che non sia in qualche misura populista anzi, è lo stesso politico a essere sinonimo di populismo».

Se le frontiere antagonistiche sono instabili e in continuo spostamento (significanti fluttuanti), questo dà vita ad un nuovo gioco egemonico: «ogni nuovo popolo richiederà la ri-costituzione di uno spazio di rappresentazione attraverso la costruzione di una nuova frontiera» (Laclau 2008, pp. 145, 146). Ma non tutti i progetti politici sono populisti nella stessa misura, questo dipende dall’ampiezza della catena equivalenziale che unifica le domande sociali.

Il populismo, ovvero «l’emergenza del popolo», dipende quindi da 3 elementi:

  1. rapporti equivalenziali rappresentati egemonicamente da significanti vuoti

  2. spostamenti delle frontiere interne attraverso la produzione di significanti fluttuanti

  3. un’eterogeneità strutturale che rende impossibile qualunque ricopertura simbolica o sutura dialettica, con l’assegnazione di ruolo centrale all’articolazione politica

La costruzione di un popolo si rivela la conditio sine qua non per garantire lo stesso funzionamento democratico dei sistemi rappresentativi contemporanei. L’identità del popolo non è fissata una volta per tutte ma è stabilita, ogni volta, cambiando le catene equivalenziali. Questo significa che non esiste un’oggettività del «popolo» in quanto tale, ma che il «popolo» viene ri-costruito, ovvero ri-significato di volta in volta, nella lotta per l’egemonia tra i diversi populismi antagonisti. Si deve però aggiungere che un appello populista si può dare e trovare riscontro solo a un certo livello di crisi (di rappresentanza) del sistema istituzionale. Senza la crisi e l’instabilità politica nella Repubblica di Weimar degli anni ’30, Hitler sarebbe rimasto il capo di una minoranza.

Laclau fa una ulteriore distinzione tra significante tendenzialmente vuoto e interamente vuoto. Quello di Solidarność è stato un esempio di significante tendenzialmente vuoto in quanto le sue domande proprie, pur andando a rappresentare una catena equivalenziale più ampia, sono rimaste ancorate a un certo contenuto programmatico. Ed è stato questo legame che ha fatto in modo che gli anelli della catena avessero, nella loro particolarità, una certa coerenza tra loro.

Il nome Movimento 5 Stelle (M5S) è un caso paradigmatico di significante interamente vuoto. Si tratta di un significante de-contestualizzato, al quale corrisponde un grado zero di significato politico. Il M5S nasce utilizzando significanti privilegiati quali onestà, casta, cittadini ecc. Lo spettro di significati che può abbracciare è tendenzialmente molto vasto. Infatti gli anelli della catena equivalenziale, ovvero le domande particolari che esso aggrega, non hanno bisogno di allinearsi gli uni agli altri con una qualche coerenza: neoliberista in economia ma a favore in qualche misura di un reddito di cittadinanza, diventa poi neokeynesiano, elogia l’abusivismo di necessità ma allo stesso tempo è per la difesa dell’ambiente, si proclama né di destra né di sinistra ecc. Possono essere assemblati i contenuti più contradditori finchè tiene la subordinazione di tutti al significante vuoto. Se l’amore per il capo, per il leader, è stata la condizione di un consolidamento del legame sociale (cosa questa sviluppatasi attraverso i meet up), questa, fino a un certo momento è sembrata essere la situazione estrema in cui l’amore per il padre Beppe Grillo, rappresentasse l’unico legame tra i fratelli. Cosa che rendeva l’unità del popolo grillino estremamente fragile. Da un lato il potenziale antagonismo tra domande contradditorie poteva esplodere in qualsiasi momento, dall’altro un amore per un leader che non si cristallizzi in una qualche forma di regolarità istituzionale, in termini psicoanalitici: un ideale dell’Io che non sia parzialmente introiettato da Io ordinari, può originare solo identità popolari transitorie. Un altro aspetto della logica populista che il M5S ha incarnato perfettamente è quello di aver creato un fronte antagonistico compatto contro l’intero panorama dei partiti politici esistenti, sottraendosi a qualunque dialogo, confronto e compromesso. Inoltre, come ogni movimento populista il M5S è nato sullo sfondo di una crisi di rappresentanza e di un assetto istituzionale in via di disfacimento. L’aspetto problematico per il M5S è stato il suo passaggio dalla logica dell’equivalenza alla logica della differenza, questo una volta che, assumendo incarichi di governo, è entrato all’interno delle strutture istituzionali. Fatto che lo ha obbligato a superare la divisione dicotomica dello spettro politico con la creazione di uno spazio differenziale pienamente integrato in un discorso istituzionalista. Con la conseguenza di una rottura della catena equivalenziale, che venendo ad accorciarsi, ha portato a un dimezzamento del numero di voti per il M5S. Oggi, dopo un periodo di governo e uno ben più lungo di presenza parlamentare, il M5S, ridimensionato nei numeri, è entrato completamente nella logica istituzionale differenziale, avendo assunto una certa identità politica, nei fatti se non nelle parole, che lo rappresentano sempre né di destra né di sinistra. Lo stesso significante M5s, dopo diversi anni di esposizione semiotico politica, ha assunto una configurazione tendenzialmente vuota, la quale sovradetermina ora una serie di contenuti programmatici più vicini e coerenti tra loro. Potremmo aggiungere che anche il significante Lega, con la mutazione lepenista intervenuta nel partito, è diventato un significante tendenzialmente vuoto, non più radicato in un territorio determinato (la Padania) ma che ambisce ad essere rappresentativo dell’intera nazione.

Riassumendo: la politica è il tentativo impossibile di costruire la società, di superare l’incompletezza di A, di operare una sutura definitiva del campo sociale ovvero di eliminare quell’antagonismo che gli è consustanziale. E questo tentativo sempre fallito perchè impossibile, è ciò che permette storicamente l’avvicendarsi degli attori politici al potere. Quando infatti il sistema di potere non è più in grado di soddisfare alcune domande sociali, assorbendole e soddisfacendole isolatamente al suo interno, c’è la possibilità che il loro accumulo generi un fronte antagonista che, se nasce da quella che abbiamo chiamato eterogeneità radicale, può scompaginare il suo assetto. Ma perchè ciò possa accadere, perchè si possano aggregare domande sociali eterogenee andando a costituire un’identità particolare che abbia l’ambizione egemonica di porsi come totalità, c’è bisogno di un atto politico, ovvero di un atto linguistico performativo. Se le frasi, secondo Lacan, vengono cucite attraverso significanti particolari che egli chiama punti di capitone, il discorso politico antagonista verrà cucito attraverso punti nodali in grado di creare, apre coup, l’unità di una catena di significanti sociali eterogenei. Un’unità che prima della nominazione di questo punto nodale, di questo significante vuoto, come lo chiama Laclau, non esiste in quanto viene creata retroattivamente attraverso l’atto performativo dello stesso significante vuoto.

9. Oltre i limiti e le paure dell’oggi.

Dando uno sguardo sull’oggi, le ragioni per cui l’insieme di gruppi, movimenti e associazioni che nel nostro paese esprimono le più diverse domande sociali, lasciate puntualmente insoddisfatte dalle istituzioni, non riesca a creare un’articolazione politica in grado di generare un’unico fronte antagonista, sono abbastanza chiare. Al di là di una solidarietà di fondo tra tutte queste lotte disseminate sul territorio, e di un loro comune riconoscimento di quale sia il fronte antagonista, nessuna di loro è in grado di perdere un po’ della sua specificità, per incarnare quel significante vuoto necessario a far da collante di una catena equivalenziale che tutte le unisca. Finchè queste domande rimarranno isolate, qualcuna di esse potrà anche venire soddisfatta a livello istituzionale, il quale la ingloberà nella sua logica differenziale, quando ciò sia ad esso funzionale, ma la stragrande maggioranza di esse continuerà a non esserlo. In ogni caso non ci sarà il benchè minimo mutamento del registro sistemico e della logica differenziale che lo governa.

C’è anche ‘ipotesi più preoccupante,che è quella di non vivere più in un universo sociale e politico di tipo nevrotico, come quello descritto da Laclau, dove il punto di capitone in qualche modo tiene ancora. Sarebbe questo il caso di una destrutturazione del campo simbolico che aprirebbe le porte ad un’emergenza psicotica sociale. Ricordiamo che il discorso dello psicotico, nel quale nessun significato è in grado di fissarsi, è una vera e propriainsalata di paroleche si legano tra loro secondo una logica soggettiva delirante, che chiude a ogni forma di condivisione e socialità. Sembra che oggi il campo sociale si trovi immerso in una Babele di significanti fluttuanti, non più in grado di legarsi tra loro lungo direttrici almeno parzialmente e temporaneamente stabili. Un campo che tende a venireassorbito in un universo immaginario, che tenta di compensare la strutturale mancanza del Simbolico, rafforzando in questo modo l’urto di un Reale non simbolizzato. Un campo infine dove ogni discorso divora incessantemente l’altro e i flussi di significanti sono soggetti a una obsolescenza accelerata che non permette una loro fissazione, condizione questa, perché si creino concrezioni significative in grado di produrre dis-continuità ri-generative di senso. Se queste sono le condizioni nelle quali si trova oggi il campo sociale, qualcuno potrebbero leggerle come prodromi di una sua conclamata trasformazione psicotica.

Di contro a questo presente distopico, è necessario moltiplicare i conflitti sul territorio e in rete, insistendo e allargando le faglie che attraversano il sistema, per creare un fronte intergenerazionale antagonista, nel quale l’eterogeneità delle diverse domande popolari insoddisfatte, venga sussunta da significanti guida, in grado di iscriversi nei corpi e nelle menti dei partecipanti, ovvero di arruolare la forza più potente a loro disposizione, quella degli affetti e di un sentire comune. Di fronte al pericolo che alla proliferazione di domande particolari insoddisfatte, venga impedito di legarsi in una catena equivalenziale ampia, assorbendo la particolarità di ognuna nel sistema dominante, «il compito principale della Sinistra è quello di costruire dei linguaggi in grado di fornire elementi di universalità che rendano possibile l’instaurarsi di legami equivalenziali» (Laclau 2010, p. 209), a differenza di quanto fatto in questi anni, con un politica orientata difensivamente alla soluzione di problemi particolari, «rinunciando a un pensiero strategico su prospettive più globali di cambiamento» (Laclau 2010, p. 291). Sottolineando che senza una rappresentazione in grado di costruire un nuovo immaginario sociale, non può darsi alcuna egemonia e che il compito di un discorso nuovo, guidato da significanti ad ampio spettro significativo, è sempre quello di essere gramscianamente un veicolo di universalizzazione e quindi di emancipazione. Un “discorso universale espansivo”, che operando egemonicamente a partire dall’enorme diffusione di particolarismi registrata in questi anni, sappia trovare minimi comuni denominatori significanti, in grado di allargare il più possibile le catene equivalenziali, per farvi rientrare il maggior numero di tali domande particolari.

10. Conclusioni.

Oggi i populismi di destra stanno diventando egemoni quasi ovunque, al di qua e al di là dell’Atlantico. Le mancate promesse delle democrazie liberali hanno fatto crescere il numero di paesi sovranisti nei quali si instaurano democrazie autoritarie (democrature) e autoritarismi veri e propri. I populismi di destra ovviamente continuano a fare gli interessi delle élites economiche locali e globali di contro a quelli delle plebis, arrivando oggi a tessere ideologicamente un’Internazionale Nera che trova nel capo della Casa Bianca e nel suo co-presidente tecno-miliardario, rispettivamente il suo leader e la sua mente nonchè megafono. In questa situazione di svantaggio egemonico per la costellazione di valori che afferisce al significante Sinistra, risulta necessario interrogarsi in profondità sulle ragioni per cui gli esperimenti populisti di sinistra siano falliti o alla meno peggio siano stati normalizzati. Considerando che a un’Internazionale Nera non potrà contrapporsi che un’Internazionale Rossa, la quale sappia trovare significanti adatti a rappresentare bisogni e interessi di quanti sono diventati ingenua preda della prima e di quanti non votano più, non vedendo alcuna differenza in termini di diritti sociali tra l’uno e l’altro dei due colori politici.

I significanti da veicolare dovranno essere radicali nella misura in cui è radicalmente ostile la realtà che abbiamo costruito. Altrettanto dovranno essere i relativi valori, tali da permettere un salto quantico in una dimensione Altra nella quale il conflitto, strutturalmente ineliminabile, sarà agito solo secondo modalità sublimate. Le stesse azioni dovranno essere radicali nella direzione di un superamento dell’antropocentrismo, dell’economicismo, del produttivismo, dello sviluppismo, della riduzione della natura e dell’altro da sé a fondo a disposizione e del sessismo. I significanti guida dovranno essere quelli di cura, sim-patia, biocentrismo, prodigalità, cooperazione, convivialità, condivisione, fecondità, rigenerazione, multivalorialità, singolarità, equità, dike, equilibrio, armonia, femminile, protezione, assistenza, decentramento, minus-io.  Inoltre, se l’habitat nel quale oggi ci troviamo a vivere, diventa di giorno in giorno sempre più artificiale, con la diffusione planetaria di artefatti digitali ubiquitari e l’innervazione della superficie terrestre e dello spazio di infrastrutture tecnologiche e digitali, per creare una strategia politica antagonista al comando capitalista e alla marea nera, saranno necessarie anche azioni concrete nella direzione di forme di luddismo 4.0 e di ripresa del controllo delle infrastrutture tecnologiche nella direzione di un socialismo digitale che ne consenta un uso alternativo, con «percorsi e potenzialità che si aprano sul piano delle forme di soggettivazione di tipo antagonista che configurano quella che in via preliminare potremmo definire una “(contro)soggettività algoritmica” di rottura. L’algoritmo, infatti, se considerato non come un semplice artificio matematico o un oggetto autonomo, ma come la configurazione dinamica di forze sociali che lo plasmano, non si definisce come un’astrazione tecnica. Piuttosto, esso emana una soggettività “fisica” ben oltre sé stesso, interagendo e mutando di continuo a partire dalle interazioni sociali che costruisce e nelle quali è inserito (Into the black box, 2021, p. 36).

È importante poi che ogni fronte antagonista sappia resistere alle logiche differenziali che tendono a frammentarlo e a sussumerlo in un sistema istituzionale che lo porta verso la normalizzazione. Questo significa rimanere ancorati ai propri significanti guida, secondo una logica equivalenziale che proietti l’interesse della parte rappresentata sul Tutto, attraverso il progressivo allargamento della catena, a opera di una crescente egemonia valoriale. Ma prima di tutto ciò e di ogni forma di soggettivazione antagonistica, sarà necessaria l’iscrizione di significanti guida nella coscienza di ognuno, tali da trasformarne nel profondo la natura, nella direzione di una destituzione egoica, ovvero di un ridimensionamento dell’Ego, quale precondizione affinché antagonismo ed egemonia non si trasformino nell’ennesimo bagno di sangue di cui la storia ha da sempre dato testimonianza. È dal passato che dovremmo trovare le indicazioni su come non si possa che partire dai singoli per disegnare trame il cui ordito valoriale, comune a tutti gli esseri umani che abitano la terra, permetta allo stesso tempo l’espressione della loro diversità e singolarità individuale e collettiva.

Note

(1) Il Discorso non è qualcosa che sia limitato all’area del parlato e dello scritto ma una categoria con cui Laclau identifica il terreno primario per la costituzione dell’obiettività in quanto tale. E’ un complesso di elementi in cui le relazioni giocano un ruolo costitutivo. Questo significa che gli elementi non preesistono al complesso relazionale ma si costituiscono grazie a esso. Affonda le radici nella linguistica strutturalista di De Saussure secondo il quale, come già accennato, nel linguaggio non esistono termini positivi ma solo differenze. Qualcosa è ciò che è solo grazie alle sue relazioni differenziali con altro.

(2) Da de Saussure sappiamo che il segno è un elemento composto di due facce: la faccia del significato, ovvero del concetto, del carattere mentale del senso, e la faccia del significante, ovvero del valore fonetico, dell’immagine acustica/visiva tramite la quale il concetto può veicolarsi linguisticamente.

(3) Ontologico significa ciò che concerne gli aspetti essenziali dell’essere, ontico ciò che riguarda l’ente concreto, empirico.

(4) L’esempio che porta Laclau è questo: «Per tradizione c’è sempre stato in Francia un voto di protesta a sinistra, convogliato perlopiù nel Partito comunista, che ricopriva quella che Georges Lavau ha definito una «funzione tribunizia»: era la voce di chi era escluso dal sistema. Si trattava di un chiaro sforzo di creare e mantenere in vita un peuple de gauche (popolo di sinistra), basato sulla costruzione di una frontiera politica. Col collasso del comunismo e la formazione di un Centro in cui il Partito socialista e i suoi alleati non sembravano molto diversi dai Gaullisti, la divisione tra destra e sinistra si è fatta sempre più confusa e indistinta. Tuttavia, è rimasto il bisogno di un voto di protesta radicale e, non appena i significanti della sinistra hanno abbandonato il fronte della divisione sociale, questo è stato occupato dai significanti della destra. Il bisogno ontologico di esprimere la divisione sociale è stato più forte dell’attaccamento ontico alla discorsività della sinistra che, in ogni caso, non ha nemmeno tentato di proseguire su quella strada. Il che si è tradotto in un consistente spostamento di voti dal Partito comunista al Fronte nazionale» (Laclau 2008, p. 83).

(5) Ricordiamo che per Lacan l’identità di ciò che è designato non è fissata prima e a prescindere dal processo di nominazione ma l’identità e l’unità dell’oggettto sono per lui il frutto dell’operazione stessa di nominazione.

(6) L’insegnamento di Lacan distingue il concetto di realtà da quello di Reale. Tra di essi vi è un rapporto di totale eterogeneità. La realtà è il Reale coperto dal Simbolico. Quest’ultimo però non è strutturalmente in grado di effettuare una copertura totale del Reale. La realtà stessa sorge come una difesa dal Reale e dal suo carattere senza senso, scabroso e informe.

(7) Con questo si vuol dire che rimanendo all’interno di una logica di tipo dialettico si ha a che fare con una finta negazione, con un finto antagonismo in quanto l’istanza B che nega A, è in realtà non-A ovvero l’elemento negato, A, definisce l’identità di quello negante B, che non esisterebbe nemmeno senza A. E quando A e B si risolvono (Aufgehoben) in C, il primo viene riaffermato in un grado superiore di svolgimento. Il momento conflittuale, in questo caso, si rivela perciò solo parte di una sequenza dialettica concettualmente padroneggiabile, ovvero espressione di un processo soggiacente pienamente razionale.

Bibliografia

C. Cavallari, La formalizzazione logica dell’inconscio in https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-formalizzazione-logica-dell-inconscio
J. Butler – E. Laclau – S. Žižek, Dialoghi sulla sinistra, Laterza, Bari, 2010.
F. De Saussure, Corso di linguistica generale, Laterza, Bari 2017.
J. Lacan, Il seminario, Libro XX, Einaudi, Torino, 2011.

J. Lacan, Il seminario, Libro XVI, Einaudi, Torino, 2019.
E. Laclau – C. Mouffe, Egemonia e strategia socialista, il melangolo, Genova 2011.
E. Laclau, La ragione populista, Laterza, Bari 2008.
A. Siciliano, L’ALTRO TRA INCONSISTENZA E INCOMPLETEZZA, in https://www.academia.edu/68691994/LAltro_tra_inconsistenza_e_incompletezza
L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino 1995.
S. Žižek, L’oggetto sublime dell’ideologia,Ponte alle Grazie, Milano 2014.
S. Žižek, L’epidemia dell’immaginario, Meltemi, Roma 2004.

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2025-02-25

Soggettività politica e antagonismo sociale

rizomatica.noblogs.org/2025/02

Il testo analizza la politica come tentativo di suturare l'incompletezza del campo sociale, utilizzando il pensiero di Ernesto Laclau, che unisce psicoanalisi lacaniana e filo

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2017-10-09

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