#nera

Il contesto in cui si formò la Banda della Magliana

Destrutturata sul finire del 1976 l’epopea marsigliese, rea di aver ostentato pubblicamente trasversalità e connivenze occulte del proprio agire <665, saranno ancora i sequestri di persona la chiave di volta per il riassestamento dei vuoti originatisi all’interno del network. Complici l’endemica conflittualità <666 a cui fu relegato sin da genesi il circondario romano, e la predominanza di un meticciato malavitoso sintesi dell’orizzonte frontaliero su cui andarono a stabilirsi quelle che il sociologo Martone ha brillantemente definito “mafie di mezzo” <667, Roma assistette alla germinazione del primo sodalizio di matrice autoctona. Si trattò di un processo tutt’altro che spontaneo, il cui movente va ricercato nelle fotografie sbiadite della periferia a sud della capitale. Un filo nero preesistente alle notorie gesta della tanto romanzata Banda della Magliana e la cui veemenza simbolica è raccolta nelle fondamenta del Fungo, noto ristorante del quartiere Eur e luogo di ritrovo di rampolli neofascisti e ambasciatori della mala nostrana. Un rapporto di P.S datato 18 ottobre 1975, ed il cui sunto è riportato – per bocca del funzionario Ferdinando Guarino – nelle “eccedenze” <668 del procedimento Olimpia <669, esprime la cifra dei personalismi condensati nell’epicentro laziale: “Altre alleanze le aveva stipulate … con Giuseppe Nardi la banda della Magliana. Infatti, vorrei ricordare a riguardo che nel 1975 Paolo De Stefano, elemento della famiglia De Stefano, vale a dire Paolo e … ed altri importanti esponenti della ‘ndrangheta, della … di Reggio Calabria vennero sorpresi al ristorante il Fungo, vennero sorpresi al
ristorante … da personale della Squadra Mobile che era ivi in servizio per la cattura del latitante Saverio Mammoliti. Insieme a Paolo De Stefano vi era, appunto, Giuseppe Nardi, vi era anche Giuseppe Piromalli e Pasquale Condello. […] A Roma. Ristorante all’EUR di Roma. E … addosso al Piromalli fu anche rinvenuta una banconota proveniente dal riscatto di Paul Ghetty junior, una banconota di 50 mila lire…” <670.
Con Nardi, Piromalli, Condello e i De Stefano, al Fungo furono identificati anche altri uomini, delinquenti autoctoni dalle spiccate qualità intermediatorie. Saranno loro, assieme agli esuli mafiosi sbarcati nella metropoli in cerca di fortune, a costituire quel capitale sociale che renderà unica l’esperienza del cartello maglianese. Si tratta di una questione di primaria importanza negli studi sulla malavita romana, assunta a metronomo della sua coriacea vivacità politica in ragione della varianza di legami ponte raffigurabili da suddetti individui. Si può notare, quindi, come in virtù di tale ragionamento sia fallace – e anacronistica – l’interpretazione maggioritaria che scorge nel sequestro del Duca Grazioli Lante della Rovere (1977) la conditio sine qua non del sistema “Magliana”. Siffatta impostazione è percepibile nel vizio metodologico alla sua base, inficiante l’erroneo posizionamento di prospettiva nel campo. Ad un’indagine sui motivi del riuscito condizionamento territoriale (power syndacate) <671 da parte dei gruppuscoli rionali convogliati nella Banda, non è seguita un’altrettanta metodica esplorazione sul versante organizzativo dei traffici illeciti (enterprise syndacate) <672, rendendo parziale il tentativo di porre in risalto le ambivalenze organizzative <673 insite nel suo gene. Ecco perché, in considerazione del nostro quesito di ricerca, diviene centrale comprendere di quali meccanismi intermediatori si sia popolata l’anticamera maglianese ed in quali termini operativi l’eversione nera abbia inciso nell’organizzazione delle attività criminali. In tale prospettiva vanno inquadrate le condotte di certe figure cerniera, la cui versatilità nel network funse da sintesi nell’interlocuzione tra sodalizi storici e criminalità comune. È il caso di Gianfranco Urbani detto “er pantera”, commensale del romanissimo Manlio Vitale nella riunione dell’Eur, e riconosciuto da personalità del calibro di Maurizio Abbatino e Antonio Mancini quale anello di congiunzione con le cosche del mandamento centrale e della Piana di Gioia Tauro. Un oscuro consigliere il cui operato intersecò anche l’assassinio del giudice Occorsio, legatosi nel suo ultimo periodo di vita al confidente ‘ndranghetista Totò D’Agostino, stroncato anch’esso poche settimane (2 novembre del ’76) dopo la morte del magistrato da una raffica di mitra esplosa da uomini del clan Papalia <674. In un contesto a forte radicamento sociale, i maglianesi hanno rimarcato scelte tipiche delle esperienze criminali indo-asiatiche, prediligendo la costruzione di due livelli di capitale sociale: quello bridging <675, il cui accesso sarebbe stato garantito a gruppi eterogenei in collegamento reciproco; e quello linking <676, indispensabile per il drenaggio di risorse economico-politiche con i soggetti muniti di forte autorità nella scala sociale. Dunque, non sembrerebbe lasciata al caso la scelta di imbastire relazioni anche con gli altri due sodalizi tradizionali, rappresentati sul territorio con paradossale antiteticità. Mentre la camorra cutoliana, interessata alla preservazione di fette di controllo sul litorale tirrenico, investì della dote di ambasciatore lo spregiudicato Nicolino Selis, futuro leader della batteria di rapinatori proveniente da Acilia, Cosa Nostra si interfacciò con le neofite formazioni autoctone riproponendo lo schema bidirezionale tipico della mafia palermitana. Il livello d’interlocuzione politica fu delegato al gruppo di faccendieri orbitante attorno a Domenico Balducci, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni, Danilo Sbarra e Francesco Pazienza. Il gradino inferiore, invece, vide la primazia di un uomo transitato in ogni fase della storia criminale capitolina. Per via della sua pubblica vocazione fascista, Danilo Abbruciati, detto “er camaleonte”, si rivelò un fedele servitore del federalismo sovversivo citato nelle pagine che ci precedono <677. Racconta Maurizio Abbatino in un interrogatorio del 18 novembre 1992 <678: “Qualche tempo prima dell’omicidio Balducci, su invito di Danilo Abbruciati, io, lo stesso Abbruciati, Edoardo Toscano e Renato De Pedis, avevamo incontrato Ernesto Diotallevi, il quale, se non ricordo male, aveva un banco presso i mercati generali, dove avvenne l’incontro. Abbruciati ci presentò al Diotallevi come esponenti della Banda della Magliana. L’incontro, per quanto noi ne sapevamo, aveva lo scopo di istituire, in funzione dell’approvvigionamento di eroina a noi necessaria, un contatto con dei siciliani, facenti capo, a Roma, a Pippo Calò, il quale li rappresentava. Infatti, il Diotallevi era in rapporti con Calò e dunque l’incontro poteva esserci di una qualche utilità, tanto che, proprio a seguito di esso, apprendemmo che il gruppo di Testaccio aveva aperto un suo canale di rifornimento di eroina con la famiglia Bontate di Palermo, eroina che dividevano con noi. In realtà, per Abbruciati, il farci incontrare con il Diotallevi aveva anche lo scopo di dimostrare un suo peso specifico nell’ambito della malavita romana, necessario a lui onde porsi come interlocutore, su Roma, della mafia stessa” <679.
[NOTE]
665 Albert Bergamelli pagherà con la vita le rivelazioni seguenti al suo arresto. Il 31 agosto 1982 verrà assassinato nel carcere di Ascoli Piceno dall’ex brigatista Paolo Duongo. Jacques Renè Berenguer, invece, venne ritrovato senza vita nel carcere di Nizza il 14 dicembre 1988.
666 E. CICONTE, L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale, Carrocci editore, Roma, 2021, pag. 95.
667 V. MARTONE, Le mafie di mezzo. Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio, Donzelli, Roma, 2017.
668 B. TOBAGI, L’uso delle fonti giudiziarie per la ricerca storica: problemi di metodo, di conservazione, di accessibilità, Archivi memoria di tutti le fonti per la storia delle stragi e del terrorismo, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo direzione generale per gli archivi, 2014.
669 Tribunale Di Reggio Calabria Corte Di Assise Seconda Sezione P.P. Olimpia Sentenza Procedimento Penale Olimpia Nr. 46/93 R.G.N.R. D.D.A. Nr. 72/94 R. G.I.P. D.D.A N. 3/99 Sentenza N. 18/96 R.G. Assise, p. 676. Deposizione dott. Guarino Ferdinando, funzionario di P.S.
670 Ibidem.
671 A. BLOCK, East West Side. Organizing crime in New York 1930-1950, University College Cardiff Press, Cardiff, 1980.
672 ibidem.
673 R. SCIARRONE, Il capitale sociale della mafia. Relazioni esterne e controllo del territorio, Quaderni di Sociologia, n. XVIII, 1998.
674 Il nesso tra l’omicidio Occorsio e la morte di D’Agostino e ben centrato dal testo di E. CICONTE, L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale, Carrocci editore, Roma, 2021, pag. 101. Di pregevole fattura anche il contributo di A. BECCARIA, F. REPICI, M. VADUDANO, I soldi della P2, Sequestri, casinò, mafie e neofascismo: la lunga scia che porta a Licio Gelli, Paper First editore, Roma, 2021, pp. 30-33.
675 T.W. LO, Beyond Social Capital: Triad Organized Crime in Hong Kong and China, The british Journal of criminology, 50, n. V, pp. 851-868.
676 Ibidem.
677 Il collante fra questi due livelli va ricercato nelle speculazioni edili avviate sul finire degli anni Settanta in Sardegna. Le rivelazioni di Flavio Carboni dinnanzi al Tribunale penale di Roma in data 5 giugno 1994 raccontano della possibilità di investire i capitali di provenienza illecita in attività formalmente lecite, convogliando ingenti somme di denaro versate da Diotallevi, Abbruciati, Giuseppucci e piccoli esponenti del terrorismo nero. Le operazioni si sarebbero svolte sotto l’egida di Domenico Balducci, noto usuraio vicino a Danilo Sbarra, al finanziere italo svizzero Lay Ravello e al Carboni stesso. Il Balducci, in questa sua opera di intermediazione, sarebbe così divenuto referente
privilegiato di Calò, latitante a Roma sotto il falso nome di Mario Agliarolo (o Mario Salamandra) e futuro padrino di battesimo proprio del figlio di Ernesto Diotallevi.
679 Tribunale di Roma, sentenza-ordinanza contro Abbatino Maurizio + altri, n. 1164/87A G.I., n. 8800/86A P.M, giudice istruttore dott. Otello Lupacchini, giugno 1993, pag. 93.
Giuliano Benincasa, Criminalità Organizzata. Sviluppo, metamorfosi e contaminazione dei rapporti fra criminalità organizzata ed eversione neofascista: ibridazione del metodo del metodo mafioso o semplice convergenza oggettiva?, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2020-2021

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Partigiani stranieri in Val Taleggio

Uno scorcio di Val Taleggio (BG) – Fonte: Mapio.net

Nei primi mesi del 1944 l’iniziativa più rilevante in Val Taleggio è rappresentata dal sorgere di una nuova formazione [partigiana] composta di ex prigionieri. Essa è capeggiata da un serbo, Zaric Boislau, e nelle fonti archivistiche viene indicata col nome di “Legione Straniera”. La formazione è collegata agli organismi clandestini lecchesi, si occupa di organizzare il transito degli ex prigionieri, degli ebrei e dei politici verso la Svizzera, ma soprattutto tenta di prendere contatto e di coordinare i gruppi di ex prigionieri dislocati nella bergamasca. La documentazione esistente lascia l’impressione che il gruppo, pur riconoscendo la necessità di uno stretto collegamento con i centri resistenziali italiani, volesse garantire agli stranieri rimasti in zona un’ampia autonomia di movimento.
In marzo, aprile la “Legione Straniera” aveva un suo distaccamento a Pizzino (15/20 uomini) ed era collegata con tutti gruppi di ex prigionieri esistenti in valle (a Vedeseta, Olda, ecc.). Non pare di dover sottovalutare l’importanza della “Legione Straniera”; essa infatti riscuoteva la fiducia degli alleati al punto che il 3 aprile poté ricevere un primo aviolancio (parzialmente intercettato dai fascisti) e più tardi, ai primi di maggio, accolse la missione “Emanuele” (2 maggio) accompagnata da un lancio di armi, munizioni e generi di equipaggiamento.
La formazione inoltre era temuta dai fascisti che già dal gennaio/febbraio 1944 cercano di indebolirla e, di screditarne l’operato presso i valligiani. Organizzano una banda di falsi partigiani, la “Banda Thoinsovich”, col compito di snidare ex prigionieri, renitenti e disertori traendoli in inganno. L’iniziativa ottiene qualche risultato nella zona della Val Brembana, ma non è in grado di incidere in modo profondo in Val Taleggio. Qui la “Legione straniera” raccoglie il consenso anche di alcuni giovani del luogo, che in precedenza erano collegati ai gruppi di “Penna Nera”. L’espansione del gruppo raggiunge il culmine a maggio, dopo il lancio della missione alleata. In questa fase i collegamenti con i centri resistenziali lecchesi e milanesi sembrano più organici e si cominciano a progettare azioni a vasto respiro probabilmente ben collegate anche con i comandi alleati. E’ quando i vari progetti di intervento cominciano ad essere elaborati che i fascisti scoprono la rete e decidono di reprimerla con la massima decisione. Quello che temono è la possibilità che essa sfrutti a proprio vantaggio una particolare situazione creatasi allora nella bergamasca dopo l’annuncio dell’apparizione della Madonna alle Ghiaie di Bonate; anzi paventano una stretta connessione tra questo episodio che provoca lo spostamento di enormi masse di cittadini verso Bonate (e verso Ponte S. Pietro dove c’è un campo d’aviazione), e la notizia di un’azione combinata tra partigiani ed alleati volta a colpire in profondità le retrovie nazifasciste. (11)
Si badi che è proprio di quei giorni la ripresa dell’iniziativa angloamericana sulla linea Gustav, con il superamento di Cassino e con il successivo inizio dell’offensiva sul fronte di Nettuno. Così per la terza volta (se si escludono le provocazioni della “Banda Thonsovich”) la Val Taleggio deve registrare la brutale presenza delle truppe nazifasciste. L’azione è preceduta da un’accurata opera di infiltrazione che favorisce l’esito positivo dell’azione repressiva nazifascista. Il 19 maggio i tedeschi riescono a mettere le mani sull’organizzazione. Arrestati i capi ed un buon numero di esponenti del movimento, la “Legione Straniera” si sbanda e la rete clandestina subisce gravi contraccolpi specie nel lecchese. Nuovamente le forze nazifasciste riescono a colpire con estrema tempestività togliendo di mezzo un’organizzazione che trovava ampi consensi, ancor prima che essa cominci a diventare davvero pericolosa.
Ancora una volta la repressione nazifascista richiama la popolazione della Val Taleggio ai suoi calcoli, alle preoccupazioni, al timore di essere coinvolta direttamente, di vedersi intaccati i miseri mezzi di sopravvivenza, alla cautela nell’elargire la propria generosa solidarietà. Di quello che era stata la “Legione Straniera” a fine maggio resta ben poco. C’è chi (Cleto Baroni) assume temporaneamente la guida dei gruppi sparsi nelle baite e si sforza di tenerli collegati. Ma siamo a fine maggio e molte cose stanno cambiando.
Gli alleati avanzano e la convinzione che s’avvicini la fine delle ostilità dilaga. Il 25 maggio scade il bando di richiamo alle armi rivolto a tutte le classi fino a quel momento precettate, con risultati penosi. I giovani invece di rispondere alla chiamata di Salò prendono la via della montagna. Roma non tarderà a cadere. Nel mondo fascista l’aria che tira è quella della disfatta.
Nella provincia di Bergamo sia le organizzazioni clandestine centrali che quelle periferiche riprendono fiato, ma il CLN non è ancora in grado di esercitare un’influenza diretta sulle formazioni partigiane che vanno riorganizzandosi rapidamente. Chi vuol combattere o comunque organizzarsi a volte si sente frenato dall’esclusivismo di talune formazioni politiche clandestine altre volte esprime riserve preconcette contro ogni forma di presenza politica nella lotta di liberazione, ma non pertanto rinuncia a muoversi. Faticosamente si apre la strada il processo unitario.
Tra marzo e maggio si stabiliscono scambi fruttiferi tra “Penna Nera” (scomparso dalla scena nell’inverno) e gli uomini che promuoveranno nella zona di Villa d’Almè la costituzione di gruppi destinati ad aderire all’organizzazione delle Fiamme Verdi. Non è poi impossibile che, mentre in Val Taleggio si consuma l’esperienza della “Legione straniera”, Penna Nera tenga vivi i contatti con il gruppetto dei suoi fedelissimi guidati da Guglielmo (G. Locatelli). A fine maggio comunque questo gruppetto e lo stesso Penna Nera diventano in Val Taleggio il nuovo punto di aggregazione. Cleto e i superstiti della “Legione Straniera” si uniscono agli uomini di “Penna Nera”; quest’ultimo si impegna a provvedere ai loro rifornimenti e all’armamento ottenendo un lancio degli alleati ed inviando un comandante all’altezza della situazione.
All’inizio di giugno, in previsione del lancio, gli organizzatori delle Fiamme Verdi di Villa d’Almè (don Milesi e N. Mazzolà che però è su posizioni abbastanza differenziate da quelle del primo), d’accordo con Penna Nera, inviano in Val Taleggio Rino (G. Locatelli): dovrà ricevere il lancio e prendere il comando dei gruppi della Val Taleggio, cui si unirà con i suoi 15 (circa) uomini. Non a caso dunque il nuovo raggruppamento viene talvolta individuato col nome di “Fiamme Verdi della Val Taleggio”, ma si deve osservare che i tre gruppi fino al lancio tendono a conservare la loro autonomia; Cleto e gli ex prigionieri, Guglielmo e i valligiani, Rino e le sue Fiamme Verdi sono per ora uniti quasi
esclusivamente dalla previsione del lancio. Penna Nera d’altro canto non si sforza di favorire un processo di reale fusione dei gruppi. La sua visione, improntata ad un’estrema cautela, lo porta a non prendere in seria considerazione l’ipotesi di creare una vera e propria unità operativa partigiana. Egli vanta di essere stato riconosciuto dal comando superiore delle Fiamme Verdi quale comandante delle forze operanti in Valle Imagna, Brembilla e Taleggio, ma, tutto sommato, è convinto che le “bande della montagna” non possano svolgere che un ruolo subalterno nella resistenza: quello di procacciare armi allestendo e proteggendo i campi di lancio e quello di costituire una sorta di retrofronte sicuro per altri partigiani costretti ad allontanarsi dalla loro zona di operazioni. Dalle sue memorie poi traspare una concezione militare della lotta partigiana che non tien conto delle esigenze della guerriglia, ma piuttosto di quelle di una guerra di posizione. Se non esclude di portare gli uomini al combattimento, però ritiene che prima sia necessario attrezzare di adeguate difese la valle e di dotare i reparti di un armamento che li renda in grado di sopportare ogni
attacco e di difendere i paesi. Prepararsi dunque, ma intanto aspettare, è questa la sua linea di condotta ed è anche la ragione per la quale, dopo l’aviolancio del 13 giugno, egli verrà progressivamente emarginato. L’uomo che invece assume dopo il suo arrivo in valle, una posizione di primo piano, per la sua capacità d’iniziativa e per la sua dinamicità, è Rino (G. Locatelli). Egli di fatto si troverà a svolgere la funzione di comandante effettivo di un raggruppamento di uomini che si aggirava ai primi di giugno sulle 30/40 unità.
[NOTA]
(11) Archivio privato Micheletti – Brescia notiziari GNR. 3/6/1944: “Nella notte di venerdì 19 maggio, aerei nemici avrebbero lanciato, per mezzo di paracadute, armi pesanti, mitragliatrici e mortai con relative munizioni in località Pizzino, Vedeseta, Olda, Taleggio G [….] nelle giornate di domenica 21 e 22 sarebbero stati lanciati paracadutisti col compito di costruire una testa di ponte, dopo aver occupato di forza il campo d’aviazione di Ponte S. Pietro nelle vicinanze di Bergamo; (…) i gruppi di Pizzino, Vedeseta, Olda e Taleggio dovevano, in concomitanza, agire a viva forza su Lecco, impadronirsene ed accorrere su Bergamo in contatto con Ponte S. Pietro. L’azione principale, cioè quella dell’occupazione del campo d’aviazione di Ponte S. Pietro, sarebbe stata facilitata da un avvenimento che si ha ragione di credere diabolicamente escogitato. Infatti, nella città di Bergamo e nella provincia si era diffusa la voce di una miracolosa bambina, la quale, nelle vicinanze di Ponte S. Pietro, aveva avuto una visione celestiale con l’apparizione della Madonna che le indirizzava sul campo un raggio solare. Si può immaginare con quanta rapidità questa notizia passò di bocca in bocca e l’impressione dei bergamaschi notoriamente attaccati alla chiesa. La notizia dell’apparizione della Madonna assunse infatti proporzioni enormi e, dopo i primi annunci di miracoli avvenuti per guarigioni improvvise il concorso della gente sul posto divenne plebiscitario. La prima apparizione sarebbe avvenuta il 19 e, a detta della bambina, si sarebbe ripetuta nei giorni 20, 21 e 22. Specie nella giornata del 21 si sarebbe improvvisamente oscurato il cielo e sarebbe apparsa la Madonna col raggio di sole. La strana coincidenza delle date ha indotto le SS ad agire immediatamente, poiché erano state intuite le precise intenzioni dell’avversario, il quale, artatamente aveva manifestato intenzioni di operazioni con paracadutisti verso Premeno (Como) al fine di indirizzare colà le forze e permettere quindi ai gruppi di Vedeseta, Olda, Taleggio e Pizzino di agire su Lecco, mentre i paracadutisti avrebbero agito sul campo di aviazione di Ponte S. Pietro. Bisognava quindi prevenire e stroncare sul nascere la azione con rapidità fulminea, altrimenti il nemico sarebbe riuscito nel suo intento, perché l’affluenza della popolazione nelle adiacenze del campo di aviazione di Ponte S. Pietro era enorme, si calcola circa 100.000 persone. Se si pensa alla congestione delle strade principali e secondarie, si ha un’idea delle difficoltà che avrebbero incontrato le eventuali forze inviate a rintuzzare un lancio di paracadutisti i quali, invece, avrebbero avuto tutta la possibilità di attestarsi […..]
Maria Grazia Calderoli, Aspetti politici e militari della Resistenza taleggina. Luglio 1944-aprile 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1975-1976 qui ripresa da Associazione Culturale Banlieu

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2025-02-25

L’internazionale nera all’assalto dell’università pubblica.

rizomatica.noblogs.org/2025/02

Ungheria, Argentina, Usa, Italia: anarco-capitalisti e tecno-fascisti contro l’ultimo bastione dell’intelligenza collettiva

di Stefano Simoncini
Javier Milei, attuale

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L’internazionale nera all’assalto dell’università pubblica.

Ungheria, Argentina, Usa, Italia: anarco-capitalisti e tecno-fascisti contro l’ultimo bastione dell’intelligenza collettiva

img generata da IA – dominio pubblico

di S. Simoncini

Javier Milei, attuale presidente anarco-capitalista argentino, ha attaccato fin dall’inizio del suo mandato il sistema della formazione superiore pubblica. In realtà già diversi anni prima della sua elezione, e poi soprattutto nella campagna elettorale del 2022, fino al suo recente discorso anti woke a Davos, ha continuato a reiterare l’idea che le università pubbliche sono “Centros de adoctrinamiento marxista”, bastioni della “wokeness” e dell’elitismo che sottraggono soldi ai poveri per darli ai ricchi. In linea con la sua missione di marvelliano eradicatore di sprechi e privilegi pubblici, ha conseguentemente adottato da presidente politiche di austerità contro le università, tagliando stipendi e borse di studio, e congelando il finanziamento annuale nonostante l’inflazione al 288%. Le sue misure hanno fatto divampare quella che a tutt’oggi è stata l’unica vera protesta di massa nel paese contro il governo Milei, con la più grande “marcha federal” dell’ultimo ventennio, tra 400 e 800 mila persone che si sono riversate in Avenida de Mayo “en defensa de la universidad pública“, e poi con 65 facoltà occupate, scioperi, lezioni in piazza, blocchi stradali e cacerolazos. Ad oggi si protrae un braccio di ferro che ha visto Milei da un lato porre il veto a una legge votata dal Congresso per adeguare il bilancio annuale all’inflazione, dall’altro provare a fare qualche limitata concessione e rassicurazione per smorzare le proteste, che hanno poi subito una flessione per la pausa estiva.

Non sorprende che si sia espresso in modo molto simile a Milei anche Donald Trump, affermando già in avvio della campagna elettorale per le ultime presidenziali, in un video del luglio 2023, che la sinistra radicale “have allowed our colleges to become dominated by Marxist Maniacs and lunatics. In un altro video del novembre 23, aveva rilasciato altre dichiarazioni di fuoco: “We spend more money on higher education than any other country, and yet they’re turning our students into communists and terrorists and sympathisers of many, many different dimensions”. Nello stesso video annunciava inoltre di voler tassare i patrimoni delle grandi università del paese per creare l’American Academy, una università online pubblica e gratuita di diretta emanazione del governo federale che, in modo alquanto contraddittorio, “It will be strictly non-political, and there will be no wokeness or jihadism allowed”. Peccato che questa si sia infine convertita nella gratuita, ancorché privatissima università online della Presidential Administration Academy legata al Project 2025, ovvero il centro di reclutamento e formazione della futura classe dirigente ultra-conservatrice che dovrà abbattere definitivamente l’assetto costituzionale Usa.

Alle parole sono infine seguiti i fatti, anche se come negli altri ambiti c’è una certa distanza tra i suoi annunci e le misure effettivamente intraprese da Trump.

The Donald ha effettivamente alzato le tasse sui patrimoni degli atenei e, solleticando la pancia antiscientista del suo elettorato, ha tagliato i fondi dei National Institutes of Health (NIH), agenzia che sostiene la ricerca biomedica e comportamentale di 2500 istituti USA, per la maggior parte universitari, con quasi 47 miliardi all’anno. I tagli, che dovrebbero corrispondere a circa il 15% del finanziamento complessivo sono stati al momento sospesi dai tribunali federali, ma se dovessero passare, oltre a colpire, come afferma il The Guardian, una “unimaginable range of investigations”, che vanno dalle principali cause di morte come il cancro e le malattie cardiache alla salute pediatrica, avrebbero un impatto economico complessivo su college e università, in quanto intaccherebbe le spese generali, penalizzando anche discipline umanistiche e scienze sociali. A questo si aggiunge la nomina da parte di Trump a capo delle NIH di un docente di Stanford noto per le sue posizioni No-vax durante la pandemia, un ulteriore chiaro segnale delle valenze antiscientifiche dell’attacco all’università, insieme ad altre iniziative che vengono ormai interpretate senza mezzi termini dalla stampa, anche da riviste come Nature o Science, come un “assedio alla scienza” – evidentemente a sostegno di scelte politiche come il ritiro degli Usa dagli accordi di Parigi o il ritorno alle fonti fossili. L’obiettivo dell’attuale governo, secondo i vertici delle istituzioni universitarie interpellate dall’articolo citato del The Guardian, è quello di “‘dismantle’ higher education”. Non si tratta infatti di misure improvvisate. Le stesse misure Trump aveva cercato senza successo di introdurle nel 2017 durante il primo mandato, quando il suo governo era più debole e il congresso più capace di contrastarlo, ma soprattutto il senso di queste misure si trova descritto compiutamente nel famigerato “Project 2025”, il programma di ultra-destra della Heritage Foundation che è stato abbracciato da Trump fin dal suo primo mandato. La versione aggiornata del Progetto, realizzata a sostegno della candidatura di Trump, descrive in modo molto chiaro il disegno di smantellamento dell’istruzione superiore pubblica, rispolverando apertamente il modello ultraliberista di Milton Friedman per una educazione secondaria privatizzata e del tutto subordinata alle leggi di mercato. Questa è il passaggio decisivo:

La politica federale per l’istruzione superiore dovrebbe andare oltre i sussidi massicci, inefficienti e illimitati a college e università “tradizionali”. Dovrebbe essere riequilibrata per concentrarsi molto di più sul rafforzamento delle competenze della forza lavoro degli americani che non hanno alcun interesse a conseguire una laurea quadriennale. Dovrebbe riflettere un quadro più completo dell’apprendimento dopo la scuola superiore, ponendo programmi di apprendistato di tutti i tipi e istruzione professionale e tecnica su un piano di parità con le lauree di college e università. Invece di continuare a sostenere un istituto di istruzione superiore ostaggio dei woke “diversicrati” [diversicrats] e il monopolio di fatto imposto dal cartello di accreditamento federale, la politica federale per gli studi superiori dovrebbe preparare gli studenti a inserirsi in un’economia dinamica, coltivare la diversità istituzionale ed esporre le scuole a maggiori forze di mercato. (1)

La visione è chiara, gli obiettivi altrettanto: smantellare l’istruzione superiore pubblica e di massa, affermando una visione privatistica, mercatista e fondamentalmente classista della formazione superiore. Certamente quello universitario negli Stati Uniti è un sistema già ampiamente privatizzato e segmentato tra atenei pubblici e privati, college e università, campus Ivy League, Ivy plus, New Ivies, Little Ivies. Ma insieme ai costi medi esorbitanti ci sono anche molti strumenti governativi che garantiscono sussidi per studenti e finanziamenti per i giovani ricercatori, in genere erogati da agenzie che, come i National Institutes of Health (NIH), godono di una certa autonomia dal governo federale. Perciò, gli obiettivi fondamentali di questo piano ultra-conservatore e ultra-liberista sono fondamentalmente due, quello di smantellare l’università come luogo di formazione di coscienza critica e di socializzazione del sapere scientifico, così come quello di tornare a innalzare steccati di classe invalicabili in una società profondamente polarizzata.

Tutto ciò emerge con ancora maggiore chiarezza se da Trump ci spostiamo al suo principale cane da guardia, il vicepresidente J.D. Vance, il quale in una intervista di un anno fa, oltre a dichiarare di voler cancellare le esenzioni fiscali alle università e contrastare la “burocrazia universitaria focalizzata su diversità, equità e inclusione”, ha elogiato il primo ministro ungherese Viktor Orbán per aver spezzato il “dominio della sinistra nelle università” prendendo il controllo degli atenei statali. Secondo Vance, per questo motivo Orban dovrebbe essere preso a modello dai conservatori negli Stati Uniti. Ma il suo attacco all’università Vance l’ha lanciato qualche anno prima, nel novembre del 2021, durante la campagna elettorale che lo ha condotto a essere eletto come senatore. Nel suo discorso intitolato “The universities are the enemy”, Vance ha affermato:

Molto di ciò che vogliamo fare in questo movimento e in questo paese, penso, dipenda fondamentalmente dal passare attraverso una serie di istituzioni molto ostili, e in particolare le università, che controllano la conoscenza nella nostra società, che controllano ciò che chiamiamo verità e ciò che chiamiamo falsità, che forniscono ricerche che danno credibilità ad alcune delle idee più ridicole che esistono nel nostro paese. Se qualcuno di noi vuole fare le cose che vuole fare per il nostro paese e per le persone che ci vivono, dobbiamo attaccare onestamente e aggressivamente le università di questo paese.

Il modello Orban è stato sinteticamente descritto da Tomaso Montanari nel suo recente discorso per gli Stati di agitazione, una mobilitazione nata in risposta ai piani di riforma dell’università, altrettanto ultraconservatori di quelli statunitensi, dell’attuale governo Meloni. Montanari spiega come nell’Ungheria di Orban “nel 2014 è stata imposta ad ogni ateneo la figura del ‘cancelliere’ di nomina governativa, che ridimensionava l’autorità del rettore eletto dalla comunità, assumendo pieni poteri su bilancio e personale; l’anno dopo, i consigli d’amministrazione universitari sono stati sostituiti da ‘concistori’ composti dal rettore, dal cancelliere e da tre personalità nominate dal governo su indicazione di organizzazioni professionali: già così l’autonomia universitaria era di fatto cessata”. Ma il colpo di grazia al sistema delle università pubbliche è arrivato nel 2019: “ventuno università sono state affidate a fondazioni istituite per legge, sottoposte a un ferreo controllo governativo (i loro organi direttivi sono stati riempiti di politici del partito al governo, in un primo momento nominati a vita…) e finanziate da fondi fiduciari aperti a capitali privati, mentre solo sei sono rimaste pubbliche: oggi il 64% degli studenti ungheresi si trova nelle università-fondazioni dirette sostanzialmente da Orbán”.

Occorre infatti sapere che anche in Italia si sta cercando di mettere in atto un disegno di riforma dell’università riconducibile, per finalità e modalità, alla linea dell’internazionale nera di Orban, Milei, Trump. La sequenza di questo disegno è stata finora la seguente, meno lineare per fortuna di quella di Orban, e meno esplicita di quella di Trump. Se vogliamo più simile a quella a singhiozzo di Milei. Prima sono venuti i consistenti tagli al Fondo di Finanziamento ordinario già approvati – nonostante la ministra dell’Università Anna Maria Bernini affermi il contrario – ma la matematica non è un’opinione per chi sa fare di conto. Poi si è puntato alla precarizzazione della forza lavoro per sostenere i tagli e indebolire il dissenso tramite il Ddl 1240, in una situazione dove in Italia, come negli Usa, già la metà della forza lavoro impiegata tra ricerca e docenza, è precaria: più di 30.000 ricercatori giovani e meno giovani. Il Ddl prevedeva infatti un’ulteriore moltiplicazione di figure precarie prive di tutele, e un’estensione della durata complessiva del lavoro precario per il singolo ricercatore. A seguito della composita e crescente mobilitazione che si è sviluppata, non così dispiegata come in Argentina ma sicuramente più forte e decisa che negli Usa, grazie al moltiplicarsi di “assemblee precarie” e mobilitazioni in moltissimi atenei, pochi giorni fa la Ministra ha annunciato di voler ritirare il disegno di legge che stava seguendo l’iter parlamentare. Probabilmente sta cercando di puntare su una riforma più complessiva, quella annunciata attraverso la legge delega A.S. 1192 che, come spiega un articolo della Federazione Lavoratori della Conoscenza (FLC) della CGIL, “propone una delega in bianco al governo per intervenire su governance degli atenei, principi dell’autonomia didattica, stato giuridico della docenza (orari e impegni), ASN, chiamate e VQR, oltre che su AFAM e Enti di Ricerca”. Il DdL giace per ora al Senato, ma con uno specifico decreto ministeriale, il n. 1591 è stato istituito un gruppo di lavoro che sta definendo interventi su questioni fondamentali come la riforma dell’FFO, ovvero proprio il Fondo di Finanziamento Ordinario che sostiene i costi di personale e delle infrastrutture delle università pubbliche. Da quanto si è capito da alcuni interventi sui giornali di alcuni componenti del gruppo di lavoro, come Andrea Graziosi o Stefano Paleari, ma anche di altri docenti vicini al governo e ispiratori delle riforme in cantiere, come Ernesto Galli della Loggia, la riforma sta assumendo contorni inquietanti. A parte la considerazione che siano proprio due storici tra i maggiori alfieri di questa riforma, mentre Galli della Loggia reitera attacchi all’autonomia universitaria, Andrea Graziosi si candida al ruolo di becchino dell’università pubblica di massa, sostenendo in diversi articoli diffusi dal megafono governativo del quotidiano Il Foglio, che in considerazione delle trasformazioni in atto, tra inverno demografico e contrazione del mercato del lavoro, l’istruzione superiore ha esaurito il suo ruolo culturale e sociale (2). Non serve più ad alimentare coscienza critica, per questo basta e avanza la scuola secondaria. E soprattutto è una balla che l’università serva ad appianare le differenze e favorire la coesione sociale. Perché l’università è al contrario un formidabile strumento di produzione di differenze e quindi di riproduzione delle disuguaglianze. A seguito di questi luminosissimi ragionamenti la sua conclusione è che occorre restringere il perimetro dell’università pubblica, concentrando le risorse sulle eccellenze, perché è ncessario “aiutare i forti per poter continuare ad aiutare i deboli”.

Insieme ad altre indicazioni ministeriali emerse negli ultimi giorni, si comprende come si voglia arrivare a una situazione di ridotta autonomia finanziaria degli atenei, con un controllo politico diretto dei conti con il pretesto della razionalizzazione, ma soprattutto a una segmentazione sul modello americano tra università di serie A, centri di eccellenza per didattica e ricerca, e “college” di serie B, concentrati nel centro-sud, prevalentemente orientati alla didattica su pochi settori disciplinari. La parola d’ordine è sfrondare i rami secchi, in termini settoriali, ovvero i corsi con pochi studenti e le discipline che sono giudicate poco produttive per il complesso militare-industriale, e in termini geografici, sacrificando o accorpando università in territori in cui c’è poco potere di acquisto e poca offerta di lavoro.

In questi deserti formativi può essere sufficiente, per chi proprio volesse, affidarsi alle università telematiche che possono essere considerate l’“avanguardia della privatizzazione”.

Questa è l’università nera promossa dall’internazionale anarco-tecno-capitalista, un’università privatizzata e segmentata, per lo più riservata alla classe dominante e controllata dal potere esecutivo, sia con strumenti finanziari che di controllo diretto. Su quest’ultimo punto in Italia si sta inserendo nel mosaico finora descritto un altro tassello “orbaniano”, con il cosiddetto Ddl sicurezza (S.1236) (“disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”), che estende i poteri delle agenzie di intelligence verso università ed enti di ricerca, introducendo obblighi di collaborazione e deroghe alla riservatezza.

Questo disegno di università nera è già stato ampiamente analizzato e descritto in un libro non recentissimo curato dallo scienziato politico John Aubrey Douglass, docente della University of California – Berkeley (3). Il quadro che ne emerge, ancor prima del secondo mandato Trump e dell’ascesa di Milei e Meloni, è impietoso, e dimostra come ascesa di regimi autoritari e declino dell’università pubblica procedano di pari passo a livello globale. Il quadro interpretativo del libro evidenzia come l’università pubblica possa essere uno strumento dei poteri autoritari, ovvero un argine agli stessi e grande motore di cambiamento sociale: in alcuni contesti e fasi si fa spazio di elaborazione collettiva per l’allargamento della base democratica e dei diritti degli stati, in altri diventa il terreno principale in cui si gioca l’involuzione democratica. Al contrario di quanto afferma lo storico più miope della storia Andrea Graziosi, Douglass dimostra come le università possano essere “agenti di cambiamento sociale ed economico o agenti che rafforzano e supportano un ordine sociale e politico esistente” (p. XII). Ma possono anche mantenere una posizione intermedia, a volte resistendo agli aspetti peggiori del nazionalismo attraverso una sorta di inerzia, aspettando un momento successivo per emergere come agenti socialmente trainanti. In questa visione c’è chiaramente la memoria di cosa sia stata Berkley a partire dal 1964 per il Free Speech Movement (FSM), animato tra gli altri dall’oriundo siciliano Mario Savio.

Eppure oggi i campus Usa restano più o meno silenti, dopo la fiammata antisionista contro l’osceno genocidio del popolo palestinese, che non ha retto nell’ondata repressiva efficacemente descritta in un ottimo articolo di Stefano Rizzo, con i campus militarizzati e gli atenei che sono arrivati alla richieste di abiure da inquisizione maccartista agli studenti.

Al contrario, in Italia sta crescendo, come si è accennato, un movimento che si sta opponendo a questo progetto di smantellamento dell’università pubblica da parte dell’internazionale nera. È, si diceva, un movimento ancora giovane e composito, e non dispiegato come in Argentina, ma che sta dando grandi prove di maturità nelle sue due anime fondamentali, una più movimentista (la rete di 14 assemblee precarie in altrettanti atenei del paese) e una più sindacale che riunisce moltissime sigle di associazioni, sindacati, coordinamenti e reti nella sigla di Stati di agitazione.

Si tratta di un movimento maturo perché ha compreso il suo ruolo decisivo, che va ben oltre i confini nazionali, che vede nella resistenza dell’università il terreno decisivo di una sfida che si gioca sul terreno della conoscenza.

A fronte del tecno-capitalismo che intende cooptare tutta l’intelligenza collettiva nelle macchine di proprietà delle oligarchie anarco-capitaliste big tech, e subordinarla sempre più a un’economia di guerra, si stanno alzando dal basso le barricate intorno agli ultimi bastioni del “general intellect” diffuso e non macchinico. I bastioni ancora fragili ma decisivi dell’università pubblica.

Note
1. Si veda P. Dans & S. Groves (edited by), Mandate for leadership. The conservative promise, The Heritage Foundation, p. 320. Consultato a:

https://whatisproject2025.net/wp-content/uploads/2024/06/2025_MandateForLeadership_FULL.pdf. Il capitolo sull’educazione lo ha scritto Lindsey M. Burke, che fa parte della Fondazione edChoice fondata dai coniugi Friedman, e cita esplicitamente un saggio del 1955 di Milton Friedman, “The Role of Government in Education” (https://la.utexas.edu/users/hcleaver/330T/350kPEEFriedmanRoleOfGovttable.pdf).

2. Andrea Graziosi, Università, questione di interesse nazionale, “Il Foglio”, 6 gennaio 2025.

3. Douglass J. A. (2021), Neo-nationalism and Universities: Populists, Autocrats, and the Future of Higher Education, Johns Hopkins University Press, Baltimore (MD).

#classe #formazione #internazionale #meloni #milei #nera #orban #precari #privatizzazione #simoncini #trump #università
2025-02-25

L’internazionale nera all’assalto dell’università pubblica.

rizomatica.noblogs.org/2025/02

Ungheria, Argentina, Usa, Italia: anarco-capitalisti e tecno-fascisti contro l’ultimo bastione dell’intelligenza collettiva

di Stefano Simoncini
Javier Milei, attuale

#Politica #Rizoma #Tecnopolitica #Varie #classe #formazione #internazionale #meloni #milei #nera #orban #precari #privatizzazione #simoncini #trump #universit

Nature of Sal :masto:natureofsal@mountains.social
2023-10-04

From today's trail inspection in Umbria, around the train station Narni-Amelia. A beautiful loop, walking along a former train track (including some exciting tunnels), the Nera River, and the valley, ending up hiking up to the medieval town of Narni and back down to Narni Scalo. Arrival from and return to Rome by train. I will write a blog post about it on my website soon with more detailed information about this trail.

#hike #wandern #umbria #nature #outdoor #valley #narni #nera #umbrien #adventure #TrainTravel

:idle: OpenSoul :verified:opensoul@mastodon.uno
2023-09-30

E oggi abbiamo la "#transumanza di essere umani dall'#Africa" per il #tribbuno 😵

Eh niente, non jé la fa, è più forte de lui... 😞

[oppure qualcuno gli fa dire cose che non può più dire la non-moglie, chissà]

#Tribbuno_M3di4s3t

repubblica.it/politica/2023/09

BTW: notare il sovratitolino dell'ultima ora nella foto, che suggella tutto con la cronaca nera, che più #nera non si può

2022-04-09
Eccovi un #ricordodiinstagram.
Il #natale del 2013, mio zio per fare il simpatico mi ha riempito le braccia di #regali mettendomi la cosa più delicata in alto. Dopo avermi dato fastidio mi ha fatto cadere chiaramente il pacchetto con le #tazzine.
#famiglia #rotto #ducati #nera
2020-10-02

Io sono #Lilith, la #dea delle due notti che torna dal'#esilio.

Io sono Lilith, la #donnadestino.

Nessun #maschio le è mai sfuggito e nessun maschio desidera sfuggirle.

Io sono le due #Lune Lilith.

Quella #nera è completata dalla #bianca, perché la mia #purezza è la #scintilla della #depravazione, e la mia #astinenza l'inizio del #possibile.

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