Ripresi gli #scavi alla #casadelJazz: spunta una #scala sotterranea
https://www.larampa.news/2026/02/ripresi-scavi-casa-del-jazz-spunta-scala-sotterranea/
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Monteu da Po (Torino), la città romana di Industria rinasce dopo l’alluvione
Il 28 febbraio presentazione dei nuovi progetti di valorizzazione del sito archeologico e lectio magistralis di Christian Greco: un segnale concreto di rilancio culturale per il territorio.
S&A
Non è solo un sito archeologico, ma una città che ha saputo riemergere più volte dalla propria scomparsa. Industria, antica colonia romana lungo la sponda destra del Po, torna al centro della scena culturale piemontese sabato 28 febbraio con un pomeriggio di studi, visite guidate e interventi istituzionali. Culmine dell’evento sarà la lectio magistralis di Christian Greco, direttore del Museo Egizio.
L’appuntamento rappresenta insieme una restituzione scientifica delle ricerche in corso e un segnale concreto di rilancio dopo l’alluvione che lo scorso 17 aprile ha colpito duramente Monteu da Po, sommergendo l’area archeologica sotto acqua, fango e detriti.
Un nodo strategico dell’antichità lungo il Po
Situata a circa 30 chilometri da Torino e non lontano dalla confluenza della Dora Baltea, Industria è citata già nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio.
In età augustea la città divenne un punto nevralgico per il traffico fluviale delle merci e per la lavorazione dei metalli provenienti dalle miniere valdostane. Tra il I e il III secolo d.C. conobbe un periodo di intensa prosperità, prima di avviarsi verso un lento declino a partire dal V secolo.
Riscoperta nella metà del XVIII secolo, oggi l’area visitabile si sviluppa lungo i due assi principali, cardo e decumano, sui quali si affacciano domus e botteghe. Tra gli elementi più sorprendenti spicca il santuario dedicato alle divinità egizie Iside e Serapide, un vero unicum nell’Italia settentrionale romana, testimonianza di scambi culturali e religiosi di ampia portata.
Città romana di Industria: cardo e domusIl rilancio dopo l’alluvione del 17 aprile
L’iniziativa del 28 febbraio nasce anche come risposta concreta alla calamità che ha investito il sito la scorsa primavera. L’alluvione ha compromesso percorsi e strutture, rendendo necessari interventi urgenti.
Grazie ai finanziamenti del Ministero della Cultura sono stati avviati lavori di ripristino e restauro: rimozione dei depositi di limo, recupero dell’accessibilità e messa in sicurezza delle strutture emerse. Un’azione che ha restituito dignità e fruibilità a un patrimonio di valore nazionale.
Città romana di Industria: mosaicoNuove ricerche e archeologia collaborativa
Dal 2022 la University of California, Los Angeles (UCLA), in sinergia con altri atenei, il Ministero della Cultura e il Comune di Monteu da Po, ha avviato un progetto internazionale di archeologia collaborativa.
La concessione triennale 2024-2026 del progetto CAMI – Comunità Antiche e Moderne di Industria – punta a uno studio integrato della città antica, delle sue funzioni produttive e commerciali e della memoria del sito nel tempo. Indagini geofisiche non invasive e scavi mirati stanno offrendo nuovi dati sulla morfologia urbana e sull’organizzazione degli spazi.
Proprio quest’anno, grazie a un finanziamento della Direzione Generale Musei, si è conclusa una vasta campagna di scavo che ha portato alla luce nuove informazioni sull’articolazione del foro, cuore politico e civile della città romana.
Il programma della giornata del 28 febbraio
La giornata si apre alle 14.45 all’area archeologica di Industria con una visita ai nuovi scavi finanziati dal Ministero, accompagnata dalla direttrice del sito Sofia Uggè e da Alessandro Quercia della Soprintendenza Archeologia belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Torino.
Città romana di Industria: vedutaDalle 16, al Teatro comunale di Monteu da Po, sono previsti i saluti istituzionali delle autorità: Maria Elisa Ghion, Sindaca di Monteu da Po; Filippo Masino, Direttore Musei nazionali Piemonte; Corrado Azzollini, Soprintendente Archeologia belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Torino; Andrea Gavazza, Consigliere della Città Metropolitana di Torino e Sindaco di Cavagnolo.
Alle 16.30 è in programma la lectio magistralis di Christian Greco, seguita da una serie di interventi di approfondimento. Sofia Uggè e Alessandro Quercia presentano un bilancio delle attività di tutela, ricerca e valorizzazione dell’area archeologica, delineando le prospettive future del sito. Willeke Wendrich, Università della California e Politecnico di Torino, illustra l’approccio dell’archeologia collaborativa a Industria e i risultati delle indagini non invasive e delle campagne di scavo internazionali. Cristina Cuneo e Manuela Rebaudengo, del Politecnico di Torino, approfondiscono il progetto CAMELOT, dedicato allo studio di questo territorio e delle sue connessioni storiche, stimolando la riflessione degli abitanti sul suo valore culturale, naturale ed economico. Davide Borra di No Real Interactive srl presenta infine le applicazioni della realtà aumentata come strumento per migliorare l’accessibilità culturale e la fruizione del patrimonio archeologico.
La giornata si concluderà con un rinfresco offerto dal Comune di Monteu da Po e dalla Città Metropolitana di Torino.
ℹ️ INFORMAZIONI UTILI
✅ Alle origini del territorio: la città romana di Industria tra memoria e futuro
📍 Ore 14.45: Area archeologica di Industria, corso Industria 6 ter, Monteu da Po (TO)
Ore 16: Teatro comunale di Monteu da Po, via San Giovanni 5
Ingresso libero
📅 28 febbraio 2026
🌐 Info: Musei nazionali Piemonte sofia.ugge@cultura.gov.it, drm-pie.comunicazione@cultura.gov.it; Comune di Monteu da Po 011 9187813
🏛️ ITINERARI - 🇹🇷 𝗧𝘂𝗿𝗰𝗵𝗶𝗮, una 𝘃𝗶𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗜𝗩 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗹𝗼 con 190 mq di 𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗮𝗰𝗼𝗹𝗮𝗿𝗶 𝗺𝗼𝘀𝗮𝗶𝗰𝗶 𝗽𝗼𝗹𝗶𝗰𝗿𝗼𝗺𝗶 𝗽𝗲𝗿𝗳𝗲𝘁𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗶 racconta l'evoluzione di 𝗖𝗼𝘀𝘁𝗮𝗻𝘁𝗶𝗻𝗼𝗽𝗼𝗹𝗶
#Archeologia #Istanbul #MosaiciRomani #Zeytinburnu #TardaAntichità #Scavi #Costantinopoli
➡️ Leggi l’articolo completo e le foto 📷 su Storie & Archeostorie: https://wp.me/p7tSpZ-ceZ
Ercolano, a Villa Sora nuovi scavi riportano alla luce un bellissimo ambiente decorato (e un cantiere fermo al 79 d.C.) | LE FOTO
Elena Percivaldi
Ancora una splendida scoperta nel Parco di Ercolano. Dopo più di trent’anni dall’ultima stagione di ricerche sistematiche, Villa Sora, nel territorio di Torre del Greco, torna a parlare. Le nuove campagne di scavo, avviate nel novembre 2025, stanno restituendo dati di particolare rilievo su una delle più significative ville marittime del Golfo di Napoli, ancora oggi solo parzialmente conosciuta.
Villa Sora (foto Mic)Il nuovo intervento, condotto dal Parco archeologico di Ercolano, sta ampliando in modo sostanziale il quadro interpretativo del complesso, consentendo di ricostruire con maggiore precisione le fasi di vita della residenza, improvvisamente interrotte dall’eruzione del 79 d.C.
Un ambiente piccolo, ma di eccezionale qualità
Le indagini si sono concentrate sul fronte nord-orientale della villa, dove è stato individuato un ambiente di dimensioni contenute, circa 10 metri quadrati, ma caratterizzato da un apparato decorativo di livello elevatissimo.
Airone (da Villa Sora, foto Mic)I frammenti pittorici rinvenuti, riferibili sia alle pareti sia al soffitto, delineano un programma ornamentale raffinato e coerente. Le pareti presentavano un fondo scuro, scandito da fasce in rosso cinabro, animate da elementi figurativi, tra cui aironi disposti attorno a un candelabro dorato. Il soffitto, invece, era decorato su fondo chiaro con ghirlande, fregi e figure mitologiche, tra le quali spiccano grifi inseriti in un ricco repertorio ornamentale e la figura dinamica di un centauro, di notevole qualità pittorica.
Grifi (da Villa Sora, foto Mic)Tracce di un cantiere in attività
Di particolare interesse è il contesto di rinvenimento degli apparati decorativi. All’interno dell’ambiente sono state individuate tre ciste in piombo finemente decorate, attribuibili alla stessa officina, insieme a numerosi elementi architettonici in marmo bianco di alta qualità.
Cista in piombo (da Villa Sora, foto Mic)Tra questi spicca un capitello conservato in eccellenti condizioni, realizzato esclusivamente a scalpello, affiancato da ulteriori frammenti marmorei, tra cui un secondo frammento di capitello. La qualità della lavorazione e la concentrazione dei materiali indicano con chiarezza uno stoccaggio intenzionale, collegato a un intervento edilizio in corso.
Capitello in eccezionali condizioni di conservazione (da Villa Sora, foto Mic)L’insieme dei dati consente di interpretare l’ambiente come spazio di deposito o area di cantiere, confermando l’ipotesi che la villa fosse interessata da lavori di ristrutturazione o aggiornamento architettonico al momento dell’eruzione.
La distruzione e la lettura stratigrafica
La lettura stratigrafica ha permesso di ricostruire in modo chiaro la sequenza degli eventi distruttivi. Le colate piroclastiche investirono le strutture provocando il collasso delle coperture, il crollo del soffitto e il successivo cedimento delle pareti, restituendo un quadro diretto e concreto della violenza della catastrofe che colpì l’area vesuviana.
Soffitto in crollo (da Villa Sora, foto Mic)Una grande villa affacciata sul mare
Edificata intorno alla metà del I secolo a.C., Villa Sora fu oggetto di continui rifacimenti fino al momento della distruzione. Il complesso si sviluppava lungo la linea di costa con un impianto scenografico e terrazzato, digradante verso il mare.
Grifi (da Villa Sora, foto Mic)L’estensione stimata, pari a circa 150 metri lungo il litorale, restituisce l’immagine di una dimora di altissimo livello, dotata di ambienti residenziali e di rappresentanza di grande raffinatezza, inserita in uno dei paesaggi più ambiti dell’Italia romana.
📘 Fonte notizia
Trenta sepolture a cremazione di età romana: in Germania emerge una necropoli di duemila anni fa
Elena Percivaldi
Ancora un’importante scoperta archeologica in Germania. Durante gli scavi condotti a Werne, nel distretto di Unna (Renania Settentrionale-Vestfalia), sono emerse circa trenta sepolture a cremazione di età romana, risalenti a quasi duemila anni fa. Le tombe sono state individuate in un’area prossima all’attuale cimitero cittadino, lungo il tracciato del Südring, e documentano la presenza di un complesso funerario di primissima età imperiale, databili tra il I e il II secolo d.C.
Le indagini, concluse nel dicembre 2025, sono state coordinate da LWL-Archäologie für Westfalen, che aveva già intercettato evidenze archeologiche nello stesso settore durante alcune ricognizioni esplorative svolte nel 2024.
Sepolture sparse e irregolari
A differenza di altri contesti funerari già noti, stavolta le tombe non sono disposte in maniera ordinata né appaiono organizzate in nuclei riconoscibili. Come ha spiegato la direttrice degli scavi Martha Zur-Schaepers, le sepolture risultano anzi distribuite in modo irregolare su una superficie di circa 6.600 metri quadrati.
Werne, in Vestfalia (Germania): veduta aerea dello scavo all’inizio di novembre 2025. Foto © EggensteinExcaI confini del cimitero sono stati ricostruiti quasi integralmente, con l’eccezione del lato settentrionale, oggi occupato da una strada e da un complesso residenziale moderno. Secondo gli archeologi, è probabile che una parte della necropoli si trovi sotto le costruzioni, probabilmente distrutta o comunque ormai inaccessibile.
Leggi anche: Scoperti quattro accampamenti romani in Germania: nuove prove della presenza oltre l’Elba
https://storiearcheostorie.com/2026/01/22/germania/
Sul posto sorgerà un nuovo quartiere residenziale
Le indagini archeologiche sono state avviate in occasione della pianificazione del nuovo quartiere residenziale di Südring, un’area già ritenuta di grande interesse dal punto di vista archeologico. Il territorio di Werne, infatti, sta restituendo da tempo tracce di frequentazione antica, come dimostrano diversi ritrovamenti effettuati negli ultimi decenni.
Come previsto dalla normativa sulla tutela del patrimonio, gli scavi sono stati finanziati dal soggetto attuatore del progetto edilizio, la Wohnpark Werne-Süd GmbH & Co. KG, che ha incaricato un’impresa archeologica specializzata. I lavori sono stati eseguiti sotto la supervisione scientifica del LWL.
Le scoperte del 2024: la prima urna
Il primo segnale dell’importanza del sito era arrivato già nel 2024, quando le indagini esplorative avevano portato alla luce una sepoltura in urna databile tra I e II secolo d.C. Come ha spiegato l’archeologa Eva Cichy, in quell’area una comunità germanica locale praticava la cremazione dei defunti, seguita dalla deposizione dei resti in recipienti ceramici.
Una delle sepolture emerse a Werne, in Vestfalia Foto ©EggensteinExcaLa sepoltura si trova a ovest dell’attuale cimitero e a nord del cosiddetto “Cimitero Russo“, dove sono sepolti 102 lavoratori forzati sovietici della Seconda guerra mondiale, evidenziando la stratificazione storica del paesaggio funerario presente a livello locale.
Cimitero a cremazione, ma riti diversificati
Le campagne del 2025 hanno confermato l’esistenza di un vero e proprio cimitero con tombe a cremazione, caratterizzato tuttavia da una notevole varietà di pratiche funerarie. Accanto alle classiche deposizioni in urna, sono infatti state documentate sepolture con resti cremati collocati sotto o accanto a recipienti ceramici, oltre a cremazioni semplici, con le ossa deposte direttamente nella fossa.
Una delle urne emerse dallo scavo. Foto: ©EggensteinExcaParticolarmente significativo è il ritrovamento compatto di alcuni resti combusti, segno che erano stati collocati in recipienti organici – quali ad esempio sacchetti di cuoio -, oggi scomparsi.
Sepolture singole, doppie e corredi funerari
La maggior parte delle tombe è riferita a un singolo individuo, ma non mancano esempi di sepolture doppie, con due urne deposte all’interno della stessa fossa. I corredi funerari, generalmente collocati all’interno o in prossimità dell’urna stessa, sono costituiti da piccoli vasi ceramici, rinvenuti sia integri sia frammentari.
Sepoltura con due urne. Foto ©EggensteinExcaTra i reperti più significativi figurano anche i resti di una fibula in metallo, probabilmente in bronzo, e il frammento di un elemento in vetro, oggetti che contribuiscono a datare il complesso e a aiutano a ricostruire almeno in parte l’abbigliamento degli inumati e le pratiche di rappresentazione sociale.
Conservazione e studi in corso
Le urne meglio conservate, purtroppo in buona parte danneggiate da interventi agricoli o edilizi, sono state consolidate e trasferite nei laboratori di restauro archeologico del LWL. Qui saranno sottoposte ad approfondite analisi, che interesseranno sia i contenitori sia i resti cremati e i materiali di corredo.
I risultati delle ricerche contribuiranno ad ampliare le conoscenze sulle comunità germaniche dell’area vestfalica in età romana e sulle modalità con cui queste popolazioni recepirono, adattarono o mantennero intatte le proprie usanze funerarie dopo l’inserimento di questi territori nell’impero romano.
Foto: ©EggensteinExca
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Redazione
Scoperta a Montopoli di Sabina, in provincia di Rieti, dove è stato individuato acquedotto di epoca romana all’interno dell’area archeologica della Villa dei Casoni. A comunicarlo sono il Ministero della Cultura e la Soprintendenza ABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti, in una nota. Il ritrovamento è il risultato delle attività di ricerca e studio condotte dalla stessa Soprintendenza , che coordina gli scavi, in collaborazione con il Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio.
Il ritrovamento consente di chiarire in modo puntuale il sistema di approvvigionamento idrico di una villa di grande rilievo nel quadro dell’insediamento romano in Sabina, confermando indicazioni note da secoli ma mai verificate sul terreno.
La villa dei Casoni e il suo assetto
Databile all’età repubblicana, la Villa dei Casoni si sviluppava su due terrazze digradanti. La terrazza inferiore ospitava il giardino, con un ninfeo e una piscina circolare, mentre quella superiore era destinata alla residenza, con criptoportico, cubicoli e tablino.
Foto: SABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di RietiLa presenza di strutture idrauliche antiche e della cosiddetta Fonte Varrone era già stata segnalata alla fine del Settecento e nel corso dell’Ottocento da diverse fonti storiche. Solo oggi, però, grazie all’indagine topografica sistematica e alle ripetute ricognizioni condotte sul territorio, è stato possibile individuare con certezza non solo la fonte, ma anche l’acquedotto e le sorgenti che alimentavano l’intero complesso.
L’acquedotto e il sistema sotterraneo
Le indagini speleologiche hanno portato all’identificazione di un articolato sistema idraulico sotterraneo, costituito da cunicoli scavati nel conglomerato naturale. Il sistema si trova a circa 300 metri dalla villa ed era destinato alla captazione e al drenaggio delle acque.
Foto: SABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di RietiFoto: SABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di RietiCome spiegato da Cristiano Ranieri, presidente del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio, le acque provenienti dalle sorgenti venivano convogliate in una cisterna, che fungeva anche da vasca limaria, per poi essere redistribuite alle diverse utenze della villa. Fino a pochi decenni fa, queste stesse sorgenti alimentavano il fontanile della “Fonte Varrone”.
Secondo Ranieri le caratteristiche del sistema, riconducibili a un antico abitato sabino, indicano che l’area era frequentata prima della romanizzazione. L’acquedotto si inserisce dunque in continuità con le pratiche idrauliche precedenti la conquista romana.
Cosa succederà adesso
Secondo Nadia Fagiani della Soprintendenza ABAP, la scoperta offre nuovi elementi per comprendere l’organizzazione idraulica di una delle ville più importanti della Sabina. L’utilizzo della tecnologia LiDAR permetterà di ottenere una mappatura tridimensionale completa dell’intero sistema sotterraneo, mettendolo in relazione con le strutture murarie e gli ambienti della villa.
Lo studio di un’opera idraulica così antica consentirà inoltre di ampliare le conoscenze sugli insediamenti sabini, i cosiddetti vici, e sulle modalità di gestione delle risorse idriche prima della piena integrazione nel mondo romano.
Il contesto di studi
Il ritrovamento si inserisce in un più ampio quadro di ricerche condotte sull’area della Villa dei Casoni, già interessata in passato da campagne di indagine non invasive e attività di studio coordinate dal Dipartimento di Studi Classici dell’Università di Basilea, sotto la direzione di Sabine Huebner.
La scoperta dell’acquedotto rappresenta un tassello decisivo per la comprensione del sito e del territorio di Montopoli di Sabina, facendo riemergere il ruolo tutt’altro che marginale della Sabina antica, dotata di infrastrutture complesse e caratterizzata da una lunga tradizione insediativa.
📘 Fonte notizia
🐏🐏🐏 🔥 𝗔𝗹𝗮𝗿𝗶 𝗮 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗮𝗿𝗶𝗲𝘁𝗲 𝗲 𝗰𝘂𝗹𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗳𝗼𝗰𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗼𝗺𝗲𝘀𝘁𝗶𝗰𝗼: dallo scavo di via degli Zabarella 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗲 𝘀𝗰𝗼𝗽𝗲𝗿𝘁𝗲 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗱𝗼𝘃𝗮 𝗱𝗶 𝟮。𝟲𝟬𝟬 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗳𝗮
#Padova #archeologia #Patavium #Veneto antico #scavi #scaviarcheologici
📷Foto: © Archivio Sabap Pd-Tv-Bl
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Convegni | “Archeologia in Valle Olona. Novità e ricerche a Castelseprio e Castiglione”
Redazione
Il Museo della Collegiata di Castiglione Olona (Varese) ospita venerdì 6 febbraio 2026 l’importante convegno “Archeologia in Valle Olona”, dedicato agli ultimi scavi archeologici effettuati a Castelseprio e a Castiglione Olona. Gli studiosi presenti riferiranno le novità emerse dalle recenti campagne indagini sul sito patrimonio Unesco e nell’area della Collegiata. Il convegno è ad accesso libero e gratuito, senza prenotazione. Di seguito il programma.
ARCHEOLOGIA IN VALLE OLONA. Novità e ricerche a Castelseprio e Castiglione
PROGRAMMA
9.00- Saluti istituzionali e apertura dei lavori
Rosario Maria Anzalone – Direttore regionale Musei nazionali Lombardia
Giuseppe Scotti – Responsabile Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Milano
Beatrice Maria Bentivoglio-Ravasio – Soprintendente ABAP CO, LC, SO, VA
9.20 – Prima sessione
Alfredo Lucioni – già Università Cattolica del Sacro Cuore e CSPA Varese
Castelseprio e Castiglione: ascesa e declino di due centri di potere nel Seprio medievale
Daniela Locatelli – Soprintendenza ABAP CO, LC, MB, SO, VA
Sabrina Luglietti, Matilde Vanetti, Alice Faccin, Federica Pruneri – Archeo Solutions
Ricerche archeologiche al Museo della Collegiata. Appunti per una storia di Castiglione Olona
Mauro Reali – Liceo Banfi di Vimercate
Un servo del Municipium Comum, da Castiglione Olona
10.30 – Seconda sessione
Luca Polidoro – Direzione regionale Musei nazionali Lombardia
Stefania Felisati, Paolo Sbrana – Studio Ar.Te.
Le indagini archeologiche nell’avancorpo della chiesa di San Paolo a Castelseprio
Federica Matteoni, Chiara Pupella, Marco Sannazaro, Mauro Vessena – Università Cattolica del Sacro Cuore
Quando nasce Castelseprio? Prime considerazioni sulla fase tardoantica della “Casa medievale”
Alexandra Chavarria Arnau, Gian Pietro Brogiolo, Maurizio Marinato – Università degli Studi di Padova
Nuovi dati sulla chiesa di San Giovanni (campagna di scavo 2025)
Caterina Giostra – Università Cattolica del Sacro Cuore
Delfina Consonni, Leonardo De Vanna – Archeologi liberi professionisti
Mario Rottoli, Elisabetta Castiglioni – Laboratorio di Archeobiologia di Como
Giovanna Bosi, Paola Torri, Marta Mazzanti – Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
Scavi e ricerche presso la casa-forte: un aggiornamento
Francesco Muscolino – Direzione regionale Musei nazionali Sardegna
Novità epigrafiche da Castelseprio
12.20 – Discussione conclusiva
12.40 – Visita al complesso della Collegiata di Castiglione Olona
Per informazioni: www.museocollegiata.it
Leggi anche
https://storiearcheostorie.com/2025/08/02/castelseprio-scavi-origini-edificio/
https://storiearcheostorie.com/2025/10/20/scoperte-archeologiche-castelseprio-2025/
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Gli scavi seguono il corso del fiume sotterraneo e indagano frequentazioni dall’età del Bronzo all’epoca romana.
#Archeologia #PertosaAuletta #EtàDelBronzo #Speleoarcheologia #Cultura #Scavi
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Scoperti quattro accampamenti romani in Germania: nuove prove della presenza oltre l’Elba
Monete, chiodi delle caligae e tracce di strutture e fossati rivelano una presenza romana più profonda del previsto nei territori germanici
Elena Percivaldi
22 Gennaio 2026Che le legioni romane si siano spinte più volte in Germania, oltre il Reno e fino all’Elba, è cosa ben nota dalle fonti. Quello che mancava, finora, era la controprova fisica della loro presenza: tracce materiali chiare e riconoscibili, attribuibili con certezza all’esercito romano. In Sassonia-Anhalt, tra il Nordharz e il medio corso dell’Elba, questo vuoto si è finalmente colmato grazie alle indagini condotte dal Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie, che hanno portato alla scoperta, ad Aken, Trabitz e Deersheim, dei resti di quattro accampamenti da marcia romani, i primi finora documentati nella regione.
Le campagne romane in Germania
Già in età augustea, tra il 13 a.C. e il 9 d.C., Roma aveva tentato di trasformare l’area oltre il Reno in una provincia stabile, la Germania Magna. Conosciamo dalle fonti le spedizioni di Druso (9 a.C.), Lucio Domizio Enobarbo (3 a.C.) e Tiberio (5 d.C.), così come è celebre la brusca interruzione dei progetti di espansione imperiale dopo la disfatta di Teutoburgo del 9 d.C. – il celebre disastro di Varo narrato da Tacito – che comportò la drammatica perdita di tre intere legioni. Per secoli, tuttavia, l’archeologia ha restituito solo indizi indiretti e sporadici, in particolare monete e i chiodi fissati sotto le suole delle caligae, le ben note e iconiche calzature dei legionari, che spesso venivano smarriti durante le marce.
Germania libera nell’area dell’attuale Sassonia-Anhalt dal 60 a.C. al 180 d.C. Sono segnalati i percorsi di marcia delle truppe romane, ricostruiti sulla base di reperti monetali. © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Klaus Pockrandt, Nora Seeländer.Nel III secolo d.C., con la formazione di nuove confederazioni germaniche e, dal 233, l’acuirsi delle minacce ai confini imperiali, Roma fu costretta a tornare all’offensiva. Secondo le fonti coeve Caracalla (211-217 d.C.) e Massimino il Trace (235 al 238 d.C.) organizzarono nuove spedizioni, ma finora le prove archeologiche sono sempre state labili.
Disegno della planimetria documentata del potenziale accampamento romano di Trabitz (sopra) e ricostruzione della sua disposizione generale (sotto). © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Martin Freudenreich.Accampamenti “da manuale”
La svolta è arrivata proprio dagli ultimi scavi, che hanno individuato due campi nei pressi di Aken, uno a Deersheim e uno a Trabitz. Tutti e quattro, spiegano gli archeologi, presentano le caratteristiche tipiche degli accampamenti da marcia, strutture altamente standardizzate che ne permettevano la costruzione in tempi rapidi: perimetro rettangolare con angoli arrotondati, suddivisione ortogonale con il quartier generale (principia) al centro e un tratto di fossato protetto da un bastione difensivo (titulum) situato davanti ai passaggi delle porte.
Ingresso dell’accampamento di Trabitz con il caratteristico “titulus” . (Credit: GeoBasis-DE / LVermGeo ST, Datenlizenz Deutschland – Namensnennung – Version 2.0 (https://www.govdata.de/dl-de/by-2-0).)La scoperta è avvenuta a partire dal 2020 esaminando un’immagine satellitare del territorio di Aken. Alla raccolta dei dati provenienti da altre immagini satellitari e dalle prospezioni geofisiche sono seguiti gli scavi veri e propri, che hanno riportato alla luce i quattro accampamenti, caratterizzati da fossati larghi fino a 1,8 metri, e un numero significativo di reperti metallici, oltre 1.500. Tra questi spiccano molti frammenti di fibule, diverse monete e – ancora una volta – i chiodi fissati sotto le suole delle caligae, che agevolavano la presa sul terreno durante le interminabili marce effettuate dai soldati su suoli spesso accidentati. La “firma” inconfondibile, insomma, dei legionari.
Profilo di un tipico fossato romano a forma di V, accampamento da marcia di Aken 1. © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Thomas Koiki.Caracalla oltre il Limes
I reperti sono databili all’inizio del III secolo d.C. Eloquente, a tal proposito, un denario di Caracalla riemerso a Trabitz, che consentirebbe di ricollegare gli accampamenti alla spedizione condotta nel 213 d.C. nella Rezia per fermare le incursioni degli Alemanni lungo il Limes germanico. Una campagna militare che si concluse vittoriosamente per i romani e valse a Caracalla il titolo di Alamannicus.
Monete coniate sotto gli imperatori Antonino Pio (138-161 d.C.), Marco Aurelio (161-180 d.C.) e Caracalla (211-217 d.C.) © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Anika Tauschensky.L’importanza delle scoperte, spiegano gli archeologi del Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie, è cruciale sul piano storico. I dati raccolti finora consentivano infatti di localizzare la presenza delle legioni soltanto entro l’area del Limes e nelle sue immediate vicinanze. Le nuove scoperte indicano invece che penetrarono molto più profondamente nel territorio germanico, spingendosi fino al medio bacino dell’Elba.
Carta geofisica della posizione dell’angolo del fossato nell’accampamento di Deersheim. © Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt, Eastern Atlas.Le ricerche proseguiranno nei prossimi mesi e promettono di ridefinire il ruolo della Sassonia-Anhalt come snodo strategico delle operazioni militari romane nel cuore d’Europa. E ancora una volta confermano il ruolo cruciale dell’archeologia non solo per la puntuale verifica di quanto tramandato dalle fonti, ma anche per la possibilità di andare oltre.
📘 Fonte notizia
📍 𝗜 𝗥𝗼𝗺𝗮𝗻𝗶 𝗮𝗿𝗿𝗶𝘃𝗮𝗿𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗮𝗹 𝗳𝗶𝘂𝗺𝗲 𝗘𝗹𝗯𝗮? 𝗦ì❟ 𝗲 𝗹𝗼 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗰𝗮𝘃𝗶
✅ Scoperti in Germania quattro accampamenti da marcia. Al loro interno fossati, strutture difensive, monete e i chiodi delle scarpe dei legionari
Foto: ©Landesamt für Denkmalpflege und Archäologie Sachsen-Anhalt
#archeologia #RomaAntica #Germania #scopertearcheologiche #scavi #LfDA
➡️ "Link ai dettagli e alle foto degli scavi nel primo commento! 👇
Graffiti di gladiatori e amori quotidiani: la vita di Pompei svelata grazie alle tecnologie digitali | IL VIDEO
Elena Percivaldi
Nel quartiere dei teatri di Pompei, in un semplice corridoio di passaggio che collegava l’area teatrale alla via Stabiana, stanno riemergendo frammenti preziosi della vita quotidiana, dei gladiatori ma anche delle persone ordinarie. Non grandi affreschi né architetture monumentali, ma scritture spontanee, incise sugli intonaci: amori dichiarati (e, chissà, magari non corrisposti…), offese, invocazioni agli dei, riferimenti a combattimenti nelle arene. Tracce di un uno spazio pubblico intensamente vissuto, e oggi tornate nuovamente leggibili grazie alle tecnologie digitali applicate all’archeologia.
Veduta d’insieme dei graffiti (©Parco Archeologico Pompei)Guarda e ascolta l’intervista a Zuchtriegel
Il direttore del Parco Archeologico di Pompei racconta la scoperta dei graffiti dei gladiatori
Un ambiente scavato da oltre due secoli, ma ancora capace di parlare
Il corridoio fu scavato alla fine del XVIII secolo, nel 1794, ed è uno dei luoghi più frequentati dai visitatori del sito. Proprio per questo, non ci si attendevano ulteriori scoperte. Eppure, attraverso nuove metodologie di documentazione, è stato possibile rileggere sistematicamente le pareti, portando a quasi 300 iscrizioni, tra le circa 200 già note e 79 nuove identificazioni.
Il corridoio dei teatri (©Parco Archeologico Pompei)Tra i testi emergono storie personali come l’iscrizione “Erato amat…” (“Erato ama”… Chissà chi?), allusioni a relazioni amorose, frasi di scherno, inviti, battute oscene e riferimenti a combattimenti gladiatori, che trasformano il corridoio in una sorta di bacheca collettiva dell’antica Pompei.
Qui e sotto, il graffito in cui si legge “Erato Amat” (©Parco Archeologico Pompei)Il progetto “Bruits de couloir” e l’archeologia delle scritture informali
Il corridoio dei teatri (©Parco Archeologico Pompei)Lo studio rientra nel progetto “Bruits de couloir” (Voci di corridoio), ideato da Louis Autin ed Éloïse Letellier-Taillefer (Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne) e Marie-Adeline Le Guennec (Université du Québec à Montréal), in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. Le ricerche, condotte nel 2022 e nel 2025, hanno adottato un approccio multidisciplinare, integrando epigrafia, archeologia, filologia e le cosiddette “digital humanities” (informatica umanistica).
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L’uso di una griglia virtuale ha permesso di analizzare i rapporti spaziali e tematici tra le iscrizioni, restituendo la logica di frequentazione e interazione sociale dello spazio.
Il luogo del ritrovamento (in rosso) (©Parco Archeologico Pompei)RTI e conservazione digitale: vedere ciò che l’occhio non vede
Fondamentale è stato l’impiego della RTI – Reflectance Transformation Imaging, una tecnica di fotografia computazionale che consente di leggere incisioni impercettibili a occhio nudo, anche su superfici degradate. Questa metodologia non solo consente nuove letture, ma rappresenta uno strumento decisivo per la conservazione digitale di un patrimonio fragile e vulnerabile.
Uno dei graffiti (©Parco Archeologico Pompei)È in fase di sviluppo una piattaforma 3D che integrerà fotogrammetria, dati RTI e metadati epigrafici, offrendo un ambiente digitale per lo studio, l’annotazione e la futura fruizione pubblica delle iscrizioni.
Graffito dei gladiatori (©Parco Archeologico Pompei)Tecnologia e tutela: il futuro della memoria pompeiana
Come ha sottolineato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, a Pompei sono note oltre 10.000 iscrizioni, un archivio straordinario della vita vissuta. Per questo è prevista anche la realizzazione di una copertura protettiva del corridoio, destinata a preservare gli intonaci e a consentire una visita integrata, in cui archeologia e tecnologia dialoghino senza mediazioni spettacolari, ma con rigore scientifico.
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Dagli scavi di piazza Andrea Costa emerge la Basilica descritta nel "De Architectura": l’unico edificio attribuibile con certezza al grande architetto romano.
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A Fano riemerge la Basilica descritta da Vitruvio: identificato l’unico edificio attribuibile con certezza all’architetto romano
Elena Percivaldi
E alla fine la conferma è arrivata: è la Basilica descritta da Vitruvio nel De Architectura l’edificio romano emerso dagli scavi di piazza Andrea Costa a Fano. La notizia, ufficializzata nel corso di una conferenza stampa alla Mediateca Montanari, segna un passaggio di grande rilievo per la storia dell’architettura antica: si tratta infatti dell’unico edificio attribuibile con certezza all’architetto romano, autore del più influente trattato teorico dell’antichità.
All’incontro erano presenti il Presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, il Sindaco di Fano Luca Serfilippi, il Soprintendente Andrea Pessina; il Ministro della Cultura Alessandro Giuli è intervenuto in collegamento, sottolineando la portata scientifica della scoperta per la conoscenza delle origini della tradizione architettonica occidentale.
Vitruvio e la sua basilica: dalla pagina al terreno
Vitruvio menziona esplicitamente una basilica costruita a Fanum Fortunae, descrivendone forma, proporzioni e articolazione spaziale. Per secoli, quel passo del trattato è stato oggetto di interpretazioni, ipotesi localizzative e confronti con edifici noti, senza però una conferma archeologica definitiva.
Gli scavi in corso hanno ora permesso di ricondurre con precisione il testo alla realtà materiale, grazie a una straordinaria corrispondenza tra la descrizione vitruviana e i resti messi in luce: una pianta rettangolare con colonnato perimetrale, articolata in otto colonne sui lati lunghi e quattro sui lati brevi, secondo uno schema che trova riscontro puntuale nelle fonti antiche.
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Le strutture: colonne monumentali e piano superiore
La conferma definitiva è arrivata con un sondaggio mirato che ha restituito la quinta colonna d’angolo, consentendo di definire con sicurezza orientamento, posizione e dimensioni dell’edificio tra le due piazze dell’area urbana.
Le colonne, con un diametro di circa cinque piedi romani (147–150 cm) e un’altezza stimata attorno ai 15 metri, erano addossate a pilastri e paraste portanti, progettati per sostenere un piano superiore. Un dato che coincide perfettamente con il modello basilicale descritto da Vitruvio, confermando non solo l’identificazione dell’edificio, ma anche la fedeltà del progetto realizzato rispetto alla teoria.
La ricostruzione planimetrica, elaborata sulla base delle evidenze archeologiche e delle indicazioni testuali, mostra una corrispondenza quasi al centimetro, un caso rarissimo nel rapporto tra fonti scritte e dati di scavo.
Un percorso di ricerca avviato da tempo
L’identificazione della basilica non è un risultato isolato, ma l’esito di un percorso di ricerca pluriennale. Già nel 2022, in via Vitruvio, il rinvenimento di imponenti murature e pavimentazioni in marmi pregiati aveva suggerito la presenza di edifici pubblici di alto livello, compatibili con un complesso monumentale centrale.
La nuova scoperta consente ora di rileggere in modo unitario anche altre evidenze note da tempo, come l’edificio sotto Sant’Agostino, inserendole in un quadro urbanistico più coerente e articolato.
Prospettive di studio e valorizzazione
Come ha sottolineato il Soprintendente Andrea Pessina, l’individuazione certa della Basilica vitruviana apre una nuova fase di ricerca, più consapevole e mirata, sul patrimonio archeologico di Fano. Le indagini proseguiranno all’interno del cantiere finanziato con fondi PNRR, con l’obiettivo di approfondire estensione, fasi edilizie e rapporti con il contesto urbano romano.
La scoperta restituisce alla città non solo un monumento di eccezionale valore, ma anche un punto di riferimento fondamentale per la storia dell’architettura, consentendo per la prima volta di osservare sul terreno un edificio progettato dall’autore del De Architectura.
Tutte le foto: ©MiC
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Elena Percivaldi
Vasche monumentali, un sacello e tombe repubblicane. Nel corso degli scavi di archeologia preventiva avviati dalla Soprintendenza Speciale di Roma nell’area del Parco delle Acacie 2, lungo via di Pietralata, sta emergendo un contesto archeologico di straordinaria importanza. Le indagini, iniziate nell’estate del 2022 e tuttora in corso, stanno restituendo una porzione significativa del suburbio orientale di Roma, documentandone l’occupazione continua dal V–IV secolo a.C. fino al I secolo d.C., con presenze più sporadiche tra II e III secolo d.C.
La vasca est vista dal drone (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Il progetto, diretto scientificamente da Fabrizio Santi per la Soprintendenza, interessa un’area complessiva di circa quattro ettari, dei quali poco più di un ettaro ha già restituito strutture monumentali, contesti funerari e infrastrutture viarie inserite in un paesaggio segnato dalla presenza di un corso d’acqua confluito nell’Aniene.
Un asse viario di lunga durata tra età repubblicana e imperiale
Uno degli elementi strutturanti del contesto è un asse stradale orientato nord-ovest/sud-est, articolato in due tratti distinti. Il primo, più vicino all’attuale via di Pietralata, presenta un battuto in terra; il secondo, in prossimità di via Feronia, è ricavato direttamente nel banco tufaceo.
La strada doveva essere in uso già in età più antica, ma le prime evidenze di una regolarizzazione sistematica risalgono al III secolo a.C., quando viene realizzato un poderoso muro di contenimento in blocchi di tufo, sostituito nel secolo successivo da una struttura in opera incerta. In età imperiale, nel I secolo d.C., il percorso viene nuovamente rinnovato con un nuovo battuto e delimitazioni in opera reticolata.
Resti di strada (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Nel tratto scavato nel tufo sono ancora visibili solchi carrai, riferibili alla fase più antica di utilizzo. Il progressivo abbandono della strada è documentato dalla presenza, tra II e III secolo d.C., di tombe a fossa disposte lungo l’asse, segno di una perdita di funzione viaria e di una trasformazione del paesaggio.
La strada emersa dallo scavo (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Il sacello e il deposito votivo: un possibile culto di Ercole
Veduta del sacello (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Affacciato direttamente sull’asse stradale, lo scavo ha portato alla luce un sacello a pianta quadrangolare, di circa 4,5 × 5,5 metri, costruito in opera incerta di tufo e con tracce di intonaco sulle pareti interne. Al centro dell’edificio, in asse con l’ingresso, è emersa una base quadrata intonacata, interpretabile come altare, mentre sulla parete di fondo un avancorpo murario doveva sostenere una statua di culto.
La statuetta di Ercole (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)L’edificio sacro è stato realizzato sopra un deposito votivo dismesso, dal quale provengono teste e piedi fittili, statuine femminili e due bovini in terracotta.
Stipe votiva, dal sacello (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)L’insieme dei materiali, unito alla collocazione topografica e alla tradizione cultuale dell’area tiburtina, suggerisce una possibile dedicazione a Ercole, divinità ampiamente venerata lungo la Via Tiburtina.
Una delle statuette fittili a forma di bue (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Alcune monete in bronzo consentono di collocare la costruzione del sacello tra la fine del III e il II secolo a.C.
Ex voto dal sacello (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Un complesso funerario repubblicano di alto livello
Sul pendio tufaceo che degrada da via di Pietralata è stato individuato un complesso funerario unitario, articolato in due dromoi (corridoi) paralleli che conducono a due tombe a camera databili tra IV e inizio III secolo a.C.
Una delle due tombe di età repubblicana (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)(foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)La Tomba A presenta un ingresso monumentale con stipiti e architrave in pietra, chiuso originariamente da una lastra monolitica. All’interno sono stati rinvenuti un sarcofago e tre urne in peperino, accompagnati da un corredo che comprende una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata, uno specchio e una coppetta.
Tomba A con le urne (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Tomba A: specchio (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Tomba A: vasi (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)La Tomba B, probabilmente leggermente più recente, era chiusa da grandi blocchi di tufo. L’interno presenta banchine laterali per le deposizioni; tra i resti scheletrici si segnala un individuo adulto con evidenza di trapanazione chirurgica sul cranio, elemento di grande interesse bioarcheologico.
Tomba B (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Le due tombe dovevano essere originariamente caratterizzate da una facciata monumentale in blocchi di tufo, in parte asportati e reimpiegati già in età romana. La qualità architettonica e la monumentalità del complesso indicano l’appartenenza a una gens facoltosa, attiva in questo settore del suburbio.
Le vasche monumentali: funzioni ancora aperte
Particolarmente rilevante è la scoperta di due grandi vasche monumentali, databili al II secolo a.C., che pongono interrogativi complessi sulla loro funzione.
La vasca est, di circa 28 × 10 metri e profonda 2,10 metri, è costruita in opera incerta con rivestimento originario in intonaco bianco. Presenta nicchie voltate, un dolio inglobato nella muratura e una rampa in blocchi di tufo che non raggiunge il fondo. Era alimentata da un sistema di canalette collegate sia al corso d’acqua sia al pendio circostante. L’abbandono si colloca tra I e II secolo d.C.
Vasca est: panoramica (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Vasca est vista dal drone (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)La vasca sud, scavata nel banco tufaceo, misura 21 × 9,2 metri con una profondità di circa 4 metri. È dotata di una rampa basolata di accesso, seguita da una seconda rampa in cementizio pavimentata con lastre rettangolari. Le analogie con la vasca di Gabii, interpretata come struttura a funzione sacra, aprono alla possibilità di un uso cultuale, anche se mancano al momento evidenze definitive.
Vasca sud (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)La vasca sud vista dal drone (foto ©Soprintendenza Speciale di Roma)Prospettive di studio e valorizzazione
Lo scavo, ancora in corso, sarà seguito da uno studio complessivo finalizzato alla valorizzazione dell’area, con l’obiettivo di restituire alla collettività un segmento significativo del paesaggio antico romano, in cui infrastrutture, culto e sepolture convivono in una relazione complessa e stratificata.
Nota: Gli scavi sono stati condotti sul campo da una squadra di archeologi della Società Kleos Srls: Davide Mancini e Valerio Spaccini coordinatori, Michele D’Alò, Daniele Micozzi, Mariele Proietti, Erika Pischedda, Andrea Zocchi, insieme ad operai specializzati della Cogetras. Lo scavo dei resti antropologici è stato svolto dall’antropologo Andrea Battistini.
PROPRIETÀ: CPI property group
SOPRINTENDENZA SPECIALE DI ROMA
Daniela Porro, Soprintendente Speciale
Fabrizio Santi, direttore scientifico dello scavo
Paola Serangeli e Fabrizio Corsi, assistenti
Creando tunnel con cent’occhi nella roccia che tratteggiano la linea del traforo
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ph: ©Ministry of Tourism and Antiquities, Egypt
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Pavoni, maschere teatrali e ambienti inediti: nuovi affreschi riaffiorano nella Villa di Poppea a Oplontis | TUTTE LE FOTO E I VIDEO
Elena Percivaldi
Ancora sorprese da Oplontis. L’articolato intervento di scavo e restauro in corso nel sito di Torre Annunziata sta restituendo nuove e sorprendenti informazioni sulla Villa di Poppea, una delle residenze aristocratiche più sontuose dell’area vesuviana. Al centro dell’attenzione è il cosiddetto “salone della Maschera e del Pavone“, ambiente di rappresentanza decorato in II stile pompeiano, da sempre noto per la raffinatezza del suo apparato pittorico.
La villa e le planimetrieStralcio planimetrico area di scavo con i nuovi ambienti; Oplontis villa A area scavo.Stralcio planimetrico area di scavo con ambienti numerati; Oplontis villa A area scavo.Stralcio planimetrico villa A ambienti 13-19 con ipotesi porticato; Oplontis villa A.Stralcio planimetrico giardino S-E ambienti 40-59; Oplontis villa A.Dallo scavo, avviato di recente, stanno affiorando nuovi lacerti di affresco, con colori straordinariamente vividi: figure di pavoni, maschere sceniche e dettagli ornamentali che ampliano e precisano la lettura iconografica dell’ambiente.
Il cantiere di scavo. Dettaglio sezione Sud con evidenze geoarcheologiche; Oplontis villa A area scavo settore 3.“Nonostante le tracce presenti e gli sforzi interpretativi fatti al tempo dei primi scavi, il reale andamento di questo ambiente e di quelli vicini fino ad oggi conservava molte incertezze che l’attuale intervento di scavo potrà chiarire – spiega il Direttore del Parco Archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel – oltre a mettere in luce nuove porzioni decorate con straordinari dettagli e colori, di cui già possiamo ammirare qualche anteprima.”
La video intervista a Zuchtriegel
Pavoni, maschere e simboli teatrali
Tra le scoperte più significative spicca una pavonessa integra, dipinta in posizione speculare rispetto al pavone maschio già noto sulla stessa parete. Di grande interesse anche i frammenti con una maschera della Commedia Atellana, identificata come Pappus, personaggio grottesco e caricaturale, in contrasto con le maschere tragiche presenti nello stesso salone.
La maschera di Pappus. Dettaglio maschera affresco II stile parete Ovest ambiente 15; Oplontis villa A area scavo settore 2.Dettaglio ambiente 15, affresco in II stile “pavonessa” parete Ovest; Oplontis villa A area scavo settore 2.Emergono inoltre porzioni di affresco con un tripode dorato inscritto in un oculus, motivo che trova un interessante confronto con un altro tripode, questa volta in bronzo, raffigurato su una parete opposta: un gioco di rimandi simbolici e decorativi che conferma l’altissimo livello culturale del programma figurativo.
Una parte degli affreschi rinvenutiGiardini, nuovi ambienti e paesaggio antico
Lo scavo ha restituito anche le impronte di alberi, ottenute grazie alla tecnica dei calchi, che documentano un giardino organizzato secondo uno schema ornamentale rigoroso, in dialogo con il porticato meridionale. Le specie arboree potrebbero essere affini a quelle già individuate in passato, come l’olivo, confermando la continuità del progetto paesaggistico.
Calco dell’alberoCalco dell’alberoDi rilievo anche l’individuazione di quattro nuovi ambienti, che portano a oltre cento il numero complessivo dei vani noti, tra cui un ambiente absidato probabilmente collegato al settore termale. Interessante, infine, il riconoscimento di un paleoalveo, formatosi verosimilmente dopo l’eruzione del 1631, che aiuta a comprendere l’evoluzione del paesaggio urbano lungo l’attuale via dei Sepolcri.
Dettaglio tripode parte superiore (coperchio?) affresco II stile parete Ovest ambiente 15; Oplontis villa A area scavo settore 2.Dettaglio facciata Nord colonna 6; Oplontis villa A area scavo settore 3.Dettaglio tripode parte inferiore affresco II stile parete Ovest ambiente 15; Oplontis villa A area scavo settore 2.Dai restauri emergono cromie intense e nuovi dettagli
Parallelamente allo scavo è in fase avanzata il restauro di due preziosi cubicola, ambienti destinati al riposo, decorati con stucchi, affreschi, volte dipinte e mosaici. Il primo presenta pitture in II stile con architetture illusionistiche e finti marmi; il secondo, in III stile, mostra fondi monocromi e motivi floreali ed era probabilmente in ristrutturazione al momento dell’eruzione.
I colori vividi degli affreschi della Villa di Poppea a Oplontis, riemersi anche grazie ai restauriGli interventi stanno restituendo cromie intense, dettagli pittorici e l’uso raffinato di pigmenti come il blu egizio, riportando alla piena leggibilità uno dei complessi decorativi più eleganti di Oplontis.
I risultati delle indagini sono illustrati in un articolo dell’e-journal degli scavi di Pompei, consultabile in Open Access.
La videointervista ad Arianna Spinosa, architetto e funzionaria responsabile del sito di Oplontis
Tutte le foto: ©Parco Archeologico Pompei
📘 Fonte scientifica (primaria)